22 novembre 2017

Assenteismo. I dipendenti comunali con la salute più cagionevole della Sicilia? A Pace del Mela in provincia di Messina


22 novembre 2017
I dipendenti comunali più cagionevoli di salute della Sicilia si trovano a Pace del Mela. A sostenerlo il Rapporto sui Comuni 2017 di Ermes, basato su dati 2015, che rileva le giornate di assenza retribuita del personale dipendente dei comuni del campione analizzato. La classifica delle assenze per comune, redatta in base ai giorni lavorativi persi per dipendente nel 2015, Pace del Mela si classifica primo in Sicilia e al quarto posto, con un indice di 83,4 giorni a dipendente (il comune con l’indice più alto è Locri con 99,4 giorni a dipendente). Nei primi venticinque comuni siciliani per giorni di assenza figurano anche Tortorici, in provincia di Messina, al sesto posto (79,2), Valverde, in provincia di Catania, al quindicesimo posto (73,0).
C’è da dire, ad onor del vero, che Pace del Mela, come tanti altri piccoli comuni, essendo un ente con pochi dipendenti, la media potrebbe essere fortemente condizionata da uno o pochi impiegati spesso assenti.
A metà classifica Barcellona che ha un numero di 61.01 giorni di assenza per dipendente, Patti 60,11, Spadafora 56,91, Milazzo 51,03, San Filippo del Mela 45,49.
Negli ultimi venticinque (quelli con minori giorni di assenza per dipendente), come comune siciliano, figura solo Mussomeli (solo 18,1 giorni di assenza a dipendente), classificato come secondo comune più virtuoso d’Italia con il suo 2290 posto complessivo (il comune più virtuoso è Biassono, in provincia di Monza, con soli 14 giorni di assenza per dipendente).
L’indice di assenza dei comuni più virtuosi è inferiore addirittura ai giorni di ferie contrattualmente riconosciuti. Questo significherebbe che non solo i dipendenti non si ammalano, ma addirittura non vanno nemmeno in ferie (o non ci sono andati nel 2015).
Tra i comuni con più di 1000 dipendenti, quello che ha il maggior numero di assenza è Palermo (58,9), mentre Catania è al terzo posto (56) e Messina al quinto (55,4).
I dati sono più vicini alla media nazionale e questo è giustificabile con la considerazione che la media è meno influenzabile dai giorni di assenza di uno o pochi dipendenti.

20 novembre 2017

“E’ IL CATANESE SANTAPAOLA IL SUCCESSORE DI RIINA”

Nitto Santapaola

Di | lunedì, 20 novembre, 2017

È la mafia catanese quella più accreditata a prendere il posto dei Corleonesi, con l’ottantenne Nitto Santapaola pronto a sostituire dal carcere Totò Riina e a dominare uno scacchiere non solo siciliano, ma nazionale e internazionale, dove è necessaria una mafia in doppiopetto, che parla possibilmente l’inglese, che abbia modi suadenti e diplomatici, e che sia capace di far dimenticare in fretta quella cafona, sanguinaria e stragista della Cosa nostra di Totò ‘u curtu.

Una verità che emerge oggi, ma che due anni fa aveva anticipato il nuovo procuratore aggiunto di Catania, Sebastiano Ardita, nel suo libro “Catania bene”, dove aveva tratteggiato straordinariamente il nuovo sistema criminale: “Tramontato il dominio dei Corleonesi, il modello ideato dai catanesi si è rivelato vincente e adesso, dopo essersi esteso all’intera Sicilia, ha un progetto ancora più ambizioso, che punta a stravolgere l’intera democrazia”.  Ardita lucidamente si spinge oltre: “Ripulitasi delle scorie del passato, Cosa nostra somiglierà sempre di più a una loggia segreta dove tutto fa capo alla finanza e, attraverso di essa, potrà portare l’assalto al potere politico”. A che scopo? “Per ottenerne favori, anche a danno dei contribuenti, e lo finanzierà. E poi servendosi della politica tenterà di influenzare tutti i poteri istituzionali”.Ne dà conferma oggi il quotidiano La Repubblica, con un’analisi di Attilio Bolzoni, che smentisce in un sol colpo i nomi fatti nei giorni scorsi, a cominciare da quello del boss di Mazara del Vallo, Matteo Messina Denaro, considerato troppo “periferico” per avere il controllo della situazione, e non sufficientemente “politico” per tenere unito il vasto arcipelago delle mafie che hanno allargato il loro raggio d’azione a Malta, in Libia, in Azerbaijan e in Stati di mezzo mondo attraverso il riciclaggio, il petrolio, i mega appalti internazionali come il gasdotto della Tap che ha diramazioni in Puglia.

Salvatore Riina
E chi meglio del catanese Benedetto “Nitto” Santapaola può rappresentare questo nuovo modo – in verità quello di sempre, ma adattato ai giorni nostri – di interpretare le nuove tendenze criminali? ”Nascosta”, incalza Bolzoni, “un po’ come lo è stata la ‘ndrangheta quando a Palermo uccidevano Falcone e Borsellino, la mafia di Catania è sempre lì. Geograficamente laterale, mafiosamente capitale. Chiunque vorrà rifondare la Cupola dopo l’uscita di scena di Totò Riina dovrà fare i conti con loro, ‘i catanesi”.

I quali – fra gli anni Ottanta e Novanta – hanno sposato tout court la strategia del boss corleonese, ma dopo gli eccidi di Capaci e di via D’Amelio sono stati abilissimi ad annusare l’aria e a capire che bisognava “sommergersi” in attesa che la piena passasse, esponendo il solo Riina come capro espiatorio di una mafia orrenda e stragista. E sono tornati a fare quello che hanno sempre saputo fare: soldi. Con la droga, con gli appalti, con le corse dei cavalli, con il “pizzo”, con il gioco d’azzardo, con i casinò, con i nuovi filoni internazionale che la giornalista maltese Daphne Caruana Galizia aveva avuto l’intuito di seguire. L’hanno ammazzata un mese fa con le stesse modalità con le quali hanno fatto a pezzi Falcone, Borsellino, Chinnici e Impastato: con il tritolo. Adesso – auspice la Cosa nostra etnea – c’è anche di mezzo il petrolio. Tanto petrolio. Trafugato dalla Libia e trasportato per tutto il Mediterraneo.
Certo, sono lontani i tempi in cui Santapaola era riverito e ossequiato da prefetti, questori, magistrati e comandanti dei carabinieri della sua città. Lontani i tempi in cui uccideva senza pietà il capo storico della mafia catanese Giuseppe Calderone, che il 27 ottobre 1962, secondo il racconto di Tommaso Buscetta, sabotò l’aereo dell’allora presidente dell’Eni, Enrico Mattei, su incarico delle “Sette sorelle” (le più importanti compagnie petrolifere internazionali, danneggiate dalla politica di Mattei), del successore di Enrico, Eugenio Cefis, assieme ai servizi segreti francesi e americani e ai mafiosi Giuseppe Di Cristina e Stefano Bontate, massoni e amici dei più importanti politici siciliani di allora. Poche ore dopo, l’areo privato di Mattei esplose in volo: di lui e degli altri due passeggeri, il pilota Imerio Bertuzzi e il giornalista americano William McHale, si trovarono soltanto quattro ossa sparse nel raggio di qualche chilometro. Per quarant’anni la versione ufficiale parlò di “cause accidentali”. Solo dopo le dichiarazioni di Buscetta e le nuove indagini aperte dalla Procura della Repubblica di Pavia è stato accertato che il velivolo esplose in volo per via di un ordigno collocato a bordo. Che c’entra Santapaola con Calderone e con Mattei? C’entra! 
Enrico Mattei
Se don Nitto è stato capace di uccidere impunemente un mafioso potente e protetto come il suo predecessore, e a prenderne il posto, evidentemente era più potente e protetto di lui. Lo dimostra il fatto che solo nel 1982 – dopo il delitto dalla Chiesa, le stragi al casello di San Gregorio di Catania e alla circonvallazione di Palermo, di cui lui è stato mandante – “il cacciatore” (come è stato soprannominato) è stato costretto a darsi alla latitanza: prima di allora tutte le più alte autorità cittadine facevano a gara per partecipare all’inaugurazione del suoi autosaloni, la copertura agli affari illeciti che portava avanti senza problemi. [link]
Luciano Mirone

Sono lontani quei tempi, ma sono sempre attuali, e anche più pericolosi. Questa nuova mafia, sempre per dirla con il procuratore Ardita, “vorrà condizionare la magistratura e l’applicazione delle regole, cambiare la Costituzione, semplificare la governabilità, limitare la libertà di stampa”.
Sembra il piano di rinascita democratica di Licio Gelli e invece è la strategia dei successori “catanesi” di Riina.
“Anche se cambieranno le forme – prosegue Ardita – gli effetti concreti sulla legalità reale potranno essere ancora più devastanti di quelli degli anni Ottanta. Ed è per questo che la partita è tutt’altro che vinta”.


VALLE DEL MELA terra inquinata, abbi pietà di noi

Aggiungi didascalia

Locuzione 'terra inquinata”  “ad elevato rischio ambientale”

VALLE DEL MELA, vasta area individuata tra Milazzo, Pace del Mela San Pier Niceto
Italia meridionale
1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8, 9, 10, e più

Comuni nella “Valle della morte”
in mezzo alla campagna, sulla strada, metalli pesanti che avvelenano il DNA delle nuove generazioni di Milazzo e della Valle del Mela.

Producono una puzza che affogano il cielo
e tutta la terra intorno

Pericolo di sostanze velenose
Diossina notte e giorno

Milazzo, terra inquinata
Abbi pietà di noi

Pace del Mela, terra inquinata
Abbi pietà di noi

San Pier Niceto, terra inquinata
Abbi pietà di noi

Merì, terra inquinata
Abbi pietà di noi

Dal Nord d'Italia e dal Nord d'Europa, l'area della morte

Milazzo, Pace del Mela, San Filippo del Mela, Santa Lucia del Mela, Gualtieri Sicaminò, San Pier Niceto.

Quella malattia che non ha porte 

Merì,  San Pietro, Santa Marina e San Marco
Terra di gelsomini, ma anche inquinamento della catena alimentare
Copertoni, rimasugli di stracci e rame di cavi elettrici.

Cadmio, cromo, nickel e anche un po’ di mercurio nelle urine dei bambini.
Dal primo momento s'era capito, che l’industria avrebbe portato tumori e malattie.


La Sicilia, destinata a DISCARICHE DELLE GRANDI INDUSTRIALI E INCENERITORI a cielo aperto. “I siti inquinati e le popolazioni dovrebbero essere selezionati come oggetto di programmi di sorveglianza epidemiologica."

Aborti spontanei, la morte fetale intrauterina e parti pretermine 
E chi più ne ha più ne metta

Milazzo, terra inquinata
abbi pietà di noi

Santa Lucia del Mela, terra inquinata
abbi pietà di noi

Gualtieri Sicaminò, terra inquinata
abbi pietà di noi

Condrò, terra inquinata
abbi pietà di noi

Il male che fa l'uomo, nessuno l'ha mai ordinato
non può finire a tarallucci e vino
Chi ha avuto ha avuto
e chi ha dato ha dato

Il male che fa l'uomo, nessuno l'ha mai voluto
e come disse qualcuno:
" Aiutati, che Dio ti aiuta..."

Santa Marina, terra inquinata
abbi pietà di noi

San Marco, terra inquinata
abbi pietà di noi

Barcellona Pozzo di Gotto, terra inquinata
abbi pietà di noi

Monforte San Giorgio terra inquinata
abbi pietà di noi

L'Italia, terra inquinata
abbi pietà di noi

L'Europa, terra inquinata
abbi pietà di noi

Il mondo, terra inquinata
abbi pietà di noi

L'universo, terra inquinata

abbi pietà di noi

Testo liberamente tratto e rielaborato della canzone Abbi pietà di noi dall' album di Enzo Avitabile Lotto Infinito (2016) Sonymusic

15 novembre 2017

Condanna definitiva per Pietro Mazzagatti: 8 anni. Le estorsioni dell’operazione antimafia ‘sistema’. Ieri i funerali della madre del boss


di Nuccio Anselmo - Gazzetta del Sud 14 novembre 2017

La VI sezione penale della Cassazione ha dichiarato nei giorni scorsi inammissibile il ricorso del boss mafioso 56enne di Santa Lucia del Mela Pietro Nicola Mazzagatti

Si tratta di un troncone della vicenda processuale legata all’operazione antimafia ‘Sistema’, mentre l’altro processo parallelo a carico del boss Carmelo Bisognano e Carmelo D’Amico sarà trattato avanti la Corte d’appello di Reggio Calabria il 14 dicembre prossimo, dopo il rinvio della Cassazione. 

Diviene così definitiva la sentenza a 8 anni e mezzo di reclusione per estorsione aggravata dal metodo mafioso decisa nell’ottobre del 2016 dai giudici della Corte d’Appello di Reggio Calabria, su rinvio della Cassazione che aveva annullato la precedente sentenza di assoluzione decisa a suo tempo a Messina, nel processo di secondo grado. 

Il ricorso presentato al boss Mazzagatti, attraverso i suo legali, gli avvocati Salvatore Silvestro e Tino Celi, riguarda l’estorsione consumata da Mazzagattti e D’Amico ai danni della famiglia Marchetta, per l’impresa Cogemar srl, per un lavoro pubblico eseguito nel 1999 a Santa Lucia del Mela. Il ricorso riguardava la credibilità delle accuse che l’imprenditore barcellonese e ‘dichiarante’ Maurizio Marchetta aveva formulato a suo tempo contro i boss Mazzagatti, Bisognano e D’Amico. 

Il ‘Sistema’ fu raccontato dall’imprenditore barcellonese Maurizio Sebastiano Marchetta, che nel gennaio 2009 divenne testimone di giustizia e raccontò d’essere stato costretto a subire estorsioni per poter concorrere, aggiudicarsi ed eseguire alcuni appalti in Sicilia. 

Intanto ieri si sono svolti alle 15, a Santa Lucia del Mela, i funerali della madre del boss, che si trova in regime di ’41 bis’ e non ha partecipato con le direttive disposte dal questore di Messina Finocchiaro, ovvero esequie in chiesa e corteo in forma strettamente privata. 

13 novembre 2017

IL BOSS MAZZAGATTI NON PUO’ ASSISTERE AI FUNERALI DELLA MADRE. LO HA DECISO LA CORTE D’ASSISE DI MESSINA


di Riccardo D’Andrea 

Gazzetta del Sud 13 novembre 2017

Un funerale molto dibattuto. Numerosi e differenti passaggi hanno caratterizzato l’estremo saluto alla madre del boss Pietro Nicola Mazzagatti, 56 anni, sottoposto al regime del carcere duro. Ha chiesto l’autorizzazione a partecipare alle esequie, che si terranno lunedì a Santa Lucia del Mela. Durante il rimpallo di decisioni tra autorità competenti, la Questura di Messina ha ordinato prima di eseguire la funzione in forma strettamente privata, direttamente al cimitero della stessa cittadina tirrenica, intorno alle 4 del mattino. Poi il responso definitivo: “no” alla partecipazione di Mazzagatti, difeso dall’avvocato Salvatore Silvestro, del Foro di Messina. Quindi, nuovo tira e molla e altra deliberazione del questore Mario Finocchiaro: la funzione religiosa per la madre di Pietro Nicola Mazzagatti può tenersi in chiesa, alle 15, ma al corteo funebre possono partecipare solo i familiari. Riavvolgendo il nastro, il difensore di Mazzagatti ha presentato istanza alla Corte d’Assise di Messina, chiedendo che potesse prendere parte alle esequie. Il presidente Mario Samperi ha concesso il permesso di recarsi presso la chiesa Sacro cuore di Santa Lucia del Mela, accompagnato dalla scorta della polizia penitenziaria e piantonato per tutta la durata della funzione. Ed ha altresì disposto l’utilizzo di mezzi di coercizione fisica a giudizio della direzione della Casa circondariale in cui il 56enne è ristretto. 

Poi si è espresso il ministero della Giustiza, che ha posto il veto, in nome di “motivi di sicurezza” e della 

“elevatissima pericolosità sociale del soggetto (ai vertici della famiglia barcellonese, operante sul territorio della fascia tirrenica, riconducibile a Cosa Nostra) e la probabile presenza in loco di numerosi familiari e affiliati”. 

A quel punto, in attesa di una nuova pronuncia della Corte d’Assise, dalla Questura di Messina è partita la disposizione di celebrare il funerale di camposanto, all’alba. Quindi, anche la stessa Corte d’Assise ha sciolto la riserva, negando l’autorizzazione. La parola fine sulla questione l’ha espressa il questore Finocchiaro, che ieri sera ha così stabilità: esequie pubbliche in chiesa e corteo in forma strettamente privata a seguire. Mazzagatti non ci sarà: è rinchiuso al “41 bis” dalla fine dello scorso mese di settembre, quando il guardasigilli Andrea Orlando ha firmato decreto, su richiesta dai sostituti della Dda di Messina Vito Di Giorgio e Angelo Cavallo, controfirmata dal procuratore capo Maurizio De Lucia. Istanza corroborata dalle risultanze dell’operazione ‘Gotha VI’, secondo cui il 56enne di Santa Lucia del Mela avrebbe rivestito un ruolo apicale nell’ambito delle ‘articolazioni’ della famiglia dei Barcellonesi e risulterebbe coinvolto in alcune esecuzioni che insanguinarono l’hinterland tirrenico e nebroideo. 

10 novembre 2017

"Pericolo per l'ambiente e la salute": la Raffineria di Milazzo all'esame del gup


Oggi l'udienza preliminare per diciassette dirigenti della fabbrica: secondo l'accusa non avveniva lo smaltimento delle polveri

Reati comportanti “un pericolo o un pregiudizio per l’ambiente e un concreto pericolo alla tutela della salute”: questo scrive la procura di Barcellona in una lettera inviata al ministero della Salute, a quello dell’Ambiente, al presidente della Regione e al procuratore della Corte d’appello di Messina. Lettera con la quale lo scorso maggio ha informato i destinatari di avere esercitato l’azione penale richiedendo il rinvio a giudizio della Raffineria di Milazzo e di 17 tra rappresentanti legali, direttori e responsabili della sicurezza che dagli anni ’80 al 2009 hanno causato, secondo la procura, la morte di 7 operai,  e le lesioni di un ottavo, esponendoli all’amianto e ignorando le norme di sicurezza.

È prevista per oggi, infatti, l’udienza preliminare di fronte al gup, Salvatore Pogliese, che oggi deciderà se prosciogliere i 17 per cui la procura - la richiesta è firmata dal sostituto procuratore Federica Paiola - ha chiesto il processo o procedere col dibattimento. Pogliese deciderà anche se mettere alla sbarra la stessa Raffineria, di cui Eni e Q8 sono azionisti. A pesare su 17 figure apicali della Ram o di società che avevano in appalto lavori all’interno dello stabilimento ci sono otto malattie contratte da otto operai . I reati contestati dalla procura guidata da Emanuele Crescenti sono omicidio colposo e lesioni personali colpose, in collaborazione, per aver violato le norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro, reato che prevede la pena da due a sette anni.
 
Secondo la procura di Barcellona gli operai lavoravano senza mascherine, non c’erano impianti di aspirazione, i locali nei quali avvenivano le lavorazioni pericolose non erano separati dagli altri, non c’erano sistemi di apertura dei serbatoi delle colonne e degli altri locali chiusi, lo smaltimento delle polveri perciò non avveniva, amianto compreso. La polvere d’amianto si sbriciolava dai tubo-alternatori, dalla stazione laminatrice, dalle linee di vapore soggette a vibrazioni durante i frequenti “colpi di ariete” dovuti agli sbalzi termici e durante le operazioni di saldatura e pulitura. La pulizia poi, non era assicurata, non esistevano procedure per garantire la pulizia alla fine dei turni di lavoro, sia nei locali che delle tute da lavoro. 

I lavoratori non erano sottoposti a controllo sanitario preventivo, periodico, adeguato al rischio della lavorazione dell’amianto. E, infine, non informavano gli operai dei gravi rischi ai quali erano sottoposti.
 
Negligenza, imprudenza e imperizia a carico di direttori, responsabili legali e responsabili della sicurezza che si sono succeduti praticamente ininterrottamente dagli anni ’80 ai giorni nostri. Sono: Franco Terrosi, (86 anni) legale rappresentante dal 1984 al 1987, Napoleone Majuri, 84 anni direttore nel 1982, Mario Del Tredici, 79 anni, responsabile della sicurezza nel 1982, Vincenzo Russo, 72 anni, direttore dal 1985 al 1991, Francesco Zofrea, 74 anni, legale rappresentante dal 1988 al 1993, Salvatore Catalbiano, 76 anni, direttore dal 1992 al 1993, Marcello Rubini, 78 anni, direttore dal 1993 al 1994, Diego La Scala, 78 anni, responsabile per la sicurezza dal 1988 al 1996, Angelo Ferrari, 78 anni, legale rappresentante dal 1995 al 1996 della Agip Petroli, Antonio Bucarelli, 62 anni, legale rappresentante dal 200 al 2003 di Agip Petroli e della Raffineria, Cristiano Raminella, 75 anni, legale rappresentante dal 200 al 2003, Franco Scorretti, legale rappresentante dal 2003 al 2006, Alessandro Gilotti, 62 anni, legale rappresentante dal 2006 al 2010, Pasquale Palumbo, 70 anni, direttore dal 2004 al 2005, Renato Monelli, 69 anni, direttore dal 2005 al 2007, Lino Gamba, 68 anni, direttore dal 2007 al 2009, Daniela Trio, 55 anni, legale rappresentante della Trio Srl, dal 2004 al 2010.
 
 
 
La Ram è sotto accusa per l’omicidio


 colposo di due operai e lesioni colpose per un terzo, si tratta dei tre che non sono in prescrizione, ne risponde in quanto soggetto apicale, ma anche perché i reati sarebbero stati commessi nell’interesse della società, ma la prescrizione per la responsabilità delle società è quinquennale. Per questo la Ram risponde solo delle malattie più recenti (cioè quelle contratte dagli operai Sottile, Scolaro e Malafronte).

La Repubblica Palermo 10 novembre 2017 

Avvertenze sul blog











SOSTIENI QUESTO BLOG - Adotta l'Informazione Libera Contribuisci alla libertà di essere informato bastano pochi euro e l'impegno di tutti. Anche 1 euro, grazie a tutti.

Sostieni questo blog, adotta l'informazione libera.


Scopo: Malgradotuttoblog

RICARICA postepay: 4023 6006 4546 1221


Questo blog, sostiene la libera e gratuita diffusione delle idee; è pubblicato sotto una Licenza
Creative Commons. Tu sei libero di modificare ed usare a tuo piacimento tutti i contenuti presenti sul blog all' unica condizione di citarne la fonte.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7/3/2001.