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21 settembre 2016

Comunicato stampa in merito alla mancata intitolazione dell'aula consiliare di Milazzo ai magistrati Falcone e Borsellino



21 settembre 2016


Antimafia è una parola ormai inflazionata, perché molti professionisti della politica di questa parola ne continuano ad abusare per conquistare un “attestato antimafia”, molte volte sottoscritto e legittimato, dalla società civile – quella della “gente perbene”. 

Noi dell’Associazione Antimafie Rita Atria non entreremo nel degradante scontro politico che si sta combattendo all’interno del consiglio comunale di Milazzo - città a noi sempre cara, perché ci ha visti nascere - sull’opportunità o meno di intitolare l’aula consiliare ai magistrati Giovanni e Paolo, vittime di mafia. A noi interessa alzare una barriera impenetrabile tra la vera antimafia sociale, quella di Peppino Impastato e Pippo Fava, e la falsa antimafia dei simboli. 

Noi siamo molto orgogliosi della nostra antimafia sociale e contrastiamo chiunque la tradisca o la neghi e all’antimafia dei simboli preferiamo sempre quella palpabile e concreta, la memoria attiva fatta di azioni e non di targhe. Un esempio concreto potrebbe essere quella commissione di controllo contro le infiltrazioni malavitose presieduta dai cittadini, promessa in campagna elettorale dall‘odierno sindaco Formica. Una proposta, che andrebbe estesa però, anche alle associazioni antimafia e antiracket attive sul territorio, su cui potersi confrontare e alle quali tutte forze politiche dovrebbero aderire, se si ha intenzione di fare vera antimafia nell’amministrazione della res publica. 

Associazione Antimafie Rita Atria

23 agosto 2016

VIDEO #Milazzo. “Premio Adolfo #Parmaliana per la libertà di stampa e di espressione”


23 agosto 2016
La stampa libera è spesso sotto attacco di querele e intimidazioni per intimorire con la minaccia del risarcimento danni chi cerca di raccontare la verità, anche se a volta scomoda.
Querele e citazioni per danni hanno purtroppo sostituito progressivamente la prassi della richiesta di rettifica. Il quadro è particolarmente grave ove si consideri che la stragrande maggioranza dei giornalisti italiani ha rapporti di lavoro precario, compensi estremamente esigui e paga in proprio le spese di difesa legale per i processi di diffamazione.
Le rilevazioni di Ossigeno per l’Informazione affermano che, nel periodo 2011-2014, le querele temerarie e le citazioni per danni infondate hanno rappresentato il 38 per cento degli episodi classificati dall’Osservatorioquali atti compiuti a scopo intimidatorio nei confronti degli operatori dei media. La stessa Commissione antimafia, nella sua relazione su Mafia, giornalisti e mondo dell’informazione ha riconosciuto come in Italia i giornalisti attivamente impegnati nel denunciare mafie e corruzione subiscono oltre alle “minacce tipiche” anche le cosiddette “persuasioni legali”, fenomeno peraltro in forte espansione.
Ma questo - per noi dell’Associazione Antimafie Rita Atria - inqualificabile fenomeno non colpisce soltanto giornalisti “iscritti all’ordine”, nel mare magnum dell’informazione indipendente sono tanti coloro che rischiano sulla propria pelle la “passione civile” di raccontare la realtà e contrastare con l’informazione mafie e corruzione senza che sia necessario tenere in tasca il “tesserino rosso”.
Il professor Adolfo Parmaliana era uno di loro, un uomo dalla schiena dritta che con i suoi esposti sul Piano regolatore, sull’abusivismo edilizio, su certe transazioni fatte dai politici del suo paese, contribuì allo scioglimento per infiltrazione mafiosa del consiglio comunale di Terme Vigliatore.
Un uomo che non è sceso mai a compromessi.
Il suo testamento morale, lasciatoci con la sua ultima lettera scritta prima del suo atto estremo di resistenza:«La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati. Non posso consentire a questi soggetti di offendere la mia dignità di uomo, di padre, di marito, di servitore dello Stato e docente universitario.», ci “obbliga” a proseguire la sua opera, e l'istituzione del Premio alla libertà di stampa e di espressione, oltre a costituire il doveroso omaggio alla sua persona, rappresenterà un presidio che vigilerà contro chiunque, orchestrando richieste di risarcimento in sede civile ancora più delle querele per diffamazione di carattere penale, intende produrre un effetto deterrente e dissuasivo nei confronti della libera informazione.
Il prossimo 25 agosto, a Milazzo all’interno dell’Atrio del Carmine, con inizio alle ore 19,30 si terrà un convegno dal titolo “La libertà di stampa e di espressione… le inchieste delle donne”. L’impronta al femminile vuole porre l’accento sulle discriminazioni di genere ancora oggi fortemente presenti nella professione giornalistica. Le donne incontrano maggiori difficoltà nell’accedere a posizioni apicali rispetto ai colleghi uomini.
Nonostante spesso siano più qualificate a livello di formazione e titoli di studio, solo un’esigua minoranza raggiunge i massimi livelli della carriera giornalistica (direttrice, caporedattrice o dirigente nel pubblico impiego), rispetto ai colleghi uomini.
Di tutto questo, con il coordinamento di Nadia Furnari, cofondatrice, attuale vicepresidente e anima dell'Associazione Antimafie Rita Atria, punto di riferimento dell'intera Associazione e di molte altre persone impegnate nell'antimafia sociale e nelle battaglie per l’affermazione dei diritti LGBTQI, ne parleremo con:
Graziella Proto, giornalista, ha una storia che la lega al giornalismo siciliano antimafia: un destino che non teme etichette, la rende una dei riferimenti di molti cronisti, non solo nell’isola. Dopo aver raccolto l’eredità de I Siciliani, fu eletta presidente della cooperativa subito dopo la morte di Fava, pagando in tutti i sensi l’onere della sopravvivenza e quelli del fallimento, nel 2006 ha fondato una società editoriale Le Siciliane e ne dirige il bimestrale Casablanca, dal 2009 solo online. Un impegno che non si ferma nonostante le difficoltà, soprattutto economiche, lascino poco spazio alla speranza e più alla consapevolezza che c’è bisogno di continuare.
Palmira Mancuso, giornalista, dopo la laurea con una tesi sull'attività giornalistica di Leonardo Sciascia, per la quale ha ricevuto il premio Mario Francese, ha frequentato l'IFG di Milano, dove ha avuto come maestri, tra gli altri, Enzo Biagi. Dalla Lombardia si è trasferita a Roma dove, dopo diversi periodi di stage nella redazione di Sktg24 ha seguito le cronache parlamentari e gli esteri per Agenzia Radicale e Quaderni Radicali. Co-Autrice del romanzo "Orme sulle Orme" (Armando Siciliano Editore) sul tema della donazione degli organi (i cui proventi sono stati destinati all'Aido) nel 2011 ha fondato il quotidiano online Messinaora.itdi cui è direttora responsabile.
Alessia Candito, giornalista, dopo una lunga gavetta tra Spagna, Venezuela e Libano, ha deciso di tornare in Calabria. Ha scritto per diverse testate tra cui le agenzie di stampa Ansa (Madrid e Beirut) e Agi, il quotidiano venezuelano Última Noticias e il settimanale Carta. Ha collaborato con Rainews24 e la televisione panamericana Telesur. Esperta di cronaca giudiziaria e criminalità organizzata, ha realizzato inchieste su mafie e sistemi criminali. Attualmente scrive per il Corriere della Calabria e collabora con la Repubblica el’Espresso. Per le sue inchieste è spesso finita nel mirino dei clan
Grazia Bucca, fotoreporter, usa la sua macchina fotografica come strumento di denuncia sociale. Da sempre attivista impegnata su vari fronti è anche una dirigente dell'Arci. La sua mostra fotografica Bakur - Immagini di un popolo resistente (allestita all’interno dell’Atrio), provando a squarciare, almeno in parte, quel silenzio imposto sulle condizioni di un popolo perseguitato e “cancellato” dalle agende dei potenti del mondo, ha documentato una guerra nascosta ma non per questo meno sanguinosa. Una guerra anomala, combattuta da uno Stato dentro lo stesso Stato, dal governo turco contro la minoranza curda. Vive e lavora presso Studio Camera a Palermo.
Goffredo D'Antona, avvocato penalista del Foro di Catania riversa magistralmente nell'esercizio del suo lavoro, tutta la sua passione per l'impegno nel sociale prestando gratuitamente la sua attività e la sua esperienza a movimenti, attivisti e cittadini comuni che lottano per il rispetto di diritti inalienabili di varia natura. Collabora da anni con l'Associazione Antimafie Rita Atria, con la quale condivide battaglie durissime come quella contro il Muos di Niscemi.
Fra le tante sue iniziative ricordiamo la fondazione del "Legal Team", un gruppo di avvocati, riconoscibili per le famose pettorine verdi, che dal 2009 vigila sul corretto svolgimento di molte manifestazioni e cortei.
Al convegno seguirà, con inizio alle 21,30 lo spettacolo dell’attrice palermitana Stefania Mulè “Il Sangue Limpido del Mare”, dedicato ad Adolfo Parmaliana e alla nostra compagna Simona Scibilia.
Il format, firmato dall’Associazione Culturale ImmaginARTE, unisce più linguaggi artistici in un unico respiro: letterario, cinematografico, teatrale e musicale nel quale viene affrontato l’attuale tema dell’immigrazione ma anche delle discriminazioni e degli stereotipi di genere.
Un viaggio nella speranza e nel dolore, nella discriminazione e nell’amore, intrapreso da una ragazza che lascia l’Africa scappando dalla guerra in un barcone della disperazione ma una volta giunta, finisce stuprata e costretta alla prostituzione. In questo abisso nasce un amore con una “compagna di sventura” la quale, una notte, favorisce la sua fuga lasciandola andare verso il sognato viaggio di ritorno nella sua Africa. La sua migrazione diviene il simbolo di un nuovo viaggio verso la sua vera anima conquistata al durissimo prezzo della triplice discriminazione come profuga, come omosessuale e come prostituta, giurando a se stessa di non permettere mai più che intrusi violino la sua vita.
La performance, il cortometraggio, il libro appaiono come una fiaba delicata e passionale allo stesso tempo, dove musica, parole, immagini, divengono onde marine che portano ora al dolore ora all’amore ora alla scoperta ora ad un viaggio senza confini e alla battaglia di una donna alla conquista di sé e dei diritti negati.
Diretto e interpretato da Stefania Mulè
Alla chitarra: Paolo Scatragli
Costumi: Salvina Cordaro.
Coordinamento tecnico multimediale ed effetti: Elastro Società Cooperativa [link]



Quando la verità rende liberi 

di Palmira Mancuso 

“Scusate, chi è Adolfo Parmaliana?” ha chiesto una signora, incuriosita dalla locandina posta all’ingresso del Municipio di Milazzo, dove si finiva di allestire la mostra fotografica Bakur – Immagini di un popolo resistente di Grazia Bucca. Il tempo di uno sguardo con Nadia Furnari, cofondatrice, attuale vicepresidente e anima dell’Associazione Antimafie Rita Atria : e mentre raccontiamo brevemente la storia del professore che ha pagato con l’isolamento le denunce contro un sistema giudiziario corrotto, fino al suicidio; mentre spieghiamo che grazie a lui e a chi ha raccolto il suo testamento morale l’ex procuratore generale di Messina Franco Cassata è stato condannato per aver diffamato (in morte) il professore, cerchiamo di essere all’altezza di chi quella storia l’ha vissuta sulla propria pelle. 

“Lei è la fondatrice dell’associazione antimafia che in questi anni è stata accanto ai familiari” – dico alla signora, che decide di restare per ascoltare le storie e gli interventi previsti nel programma. L’atrio si riempie: nel pubblico riconosciamo alcune mamme in cerca di giustizia, da quella di Giuseppe Tusa (il giovane sottufficiale morto nel tragico incidente al porto di Genova nel maggio 2013) ad Angelina Manca, a cui stanno avvelenando anche il giardino di casa, dove non ha mai smesso di coltivare le rose, in attesa che per il figlio Attilio la verità giudiziaria si adegui a quanto ampiamente dimostrato dalle inchieste giornalistiche. E poi c’ è la famiglia di Adolfo Parmaliana, la moglie Cettina Merlino, i figli, il fratello Biagio: nei loro sguardi la serenità che non cancella il dolore, ma conferma l’impegno di proseguire nel percorso tracciato dal valoroso docente di Chimica industriale, che con le sue denunce aveva fatto sciogliere il Consiglio comunale di Terme Vigliatore (Messina) e aveva portato lo stesso Cassata davanti al Csm. 

La riflessione condivisa inizia dal nostro intervento in risposta ad una domanda di Nadia Furnari, sul ruolo dell’informazione nella vicenda di Parmaliana e più in generale sulla responsabilità del giornalismo. Certo parlare brevemente di complicità e di quanto la stampa possa mascherare, coprire o scoprire “altari e altarini” non è semplice: ma è molto più efficace spiegare come ogni giornalista risponde con la propria coscienza, e che noi, in qualche misura, lo abbiamo fatto e lo facciamo quotidianamente attraverso queste pagine, dove dal 2011 diamo voce alle battaglie che meritano attenzione. Perchè è importante ricordare da che parte è giusto stare anche quando le cose appaiono difficili, se non impossibili. Come adesso che l’ex procuratore generale Franco Cassata è un pregiudicato, e anche chi non ha avuto il coraggio di prendere posizione prima di sentenze definitive è chiamato a riflettere su come sia stata amministrata la giustizia a Messina e provincia. E con quali complicità. 

Internet ha aiutato la libertà di stampa: una volta ciò che non c’era sul giornale non esisteva, oggi quel potere monopolistico è finito, e i lettori sono più intelligenti e attenti. La sfida alla credibilità è una conquista che solo il rispetto della professione e la deontologia possono garantire. Un tema delicato quello della libertà dell’informazione, a cui ha dato il suo contributo anche l’avvocato Goffredo D’Antona, che da anni collabora con l’Associazione Antimafie Rita Atria, con la quale condivide battaglie durissime come quella contro il Muos di Niscemi. Il penalista ha sottolineato come le richieste di risarcimento in sede civile sono ormai lo strumento usato più delle querele per diffamazione di carattere penale, per produrre un effetto deterrente e dissuasivo nei confronti del giornalismo indipendente. A ricevere il Premio Parmaliana Graziella Proto, che oltre ad essere un riferimento per il giornalismo siciliano antimafia, dopo aver raccolto l’eredità de I Siciliani all’indomani dell’uccisione di Giuseppe Fava nel 2006 ha fondato una società editoriale Le Siciliane e ne dirige il bimestrale Casablanca, dal 2009 solo online. La sua è stata una testimonianza importante, che ha ripercorso gli anni in cui per la Rai era stata chiamata da Enzo Biagi a raccontare la mafia siciliana, quando per fare le inchieste sulle “donne di mafia” (una sua memorabile è stata pubblicata da Sandro Curzi su Liberazione nel 1998) non bastava un motore di ricerca virtuale, ma bisognava raggiungere case e borghi dove anche il collega operatore chiedeva stupito come facesse a non avere paura. Donne siciliane che raccontano donne siciliane. Linguaggi diversi che una matrice comune rende possibile interpretare, per farne storie e conoscenza. 

Il Premio Parmaliana, vergato su un blocco di pietra, è stato consegnato anche a Mario Ciancarella, ex pilota di C130 cacciato per insubordinazione nel 1983. Per difendere lui e la sua storia è nata l’associazione Antimafia Rita Atria, e oggi attende giustizia questo uomo coraggioso, che al momento della strage di Ustica era Capitano Pilota della F.A. nonché leader del Movimento Democratico, che nasceva dalla contaminazione delle forze armate con la cultura sociale e democratica ed era sorto negli anni ’70 dalla voglia di molti militari di ogni ordine e grado di confrontarsi e organizzarsi per arrivare alla rivendicazione di una riforma costituzionale e democratica delle forze armate. Convocato e ricevuto – con Sandro Marcucci e Lino Totaro – al Quirinale da Pertini, Mario Ciancarella era divenuto referente delle rivelazioni da tutta Italia delle vere o false ignobilità che si compivano nel mondo militare. Fu così che ricevette la telefonata di Alberto Dettori – suicidato nel 1987 – che gli disse “Comandante siamo stati noi…”. Ci sono battaglie che non possono combattersi da sole. E questo è lo spirito con il quale è nato il Premio Parmaliana: se l’isolamento e la diffamazione è l’assassinio perfetto per le nuove mafie, per il potere che preferisce il denaro alle pallottole, ecco che lo stile e la capacità di avere fiducia nella giustizia e nella verità sono l’unica via per dare un senso a certi dolori. Uno stimolo a fare ciascuno il proprio dovere, lì dove siamo stati chiamati a vivere e a scegliere da che parte stare. 
messinaora.it

21 luglio 2016

LA VERA STORIA DI ADOLFO (PARMALIANA) E DEL PROCURATORE GENERALE PREGIUDICATO di FABIO REPICI ; il primo Procuratore generale pregiudicato della storia





21 luglio 2016 di Fabio Repici

Non ne sono certo, perché non ci capitò mai di parlarne, ma penso che ad Adolfo, cattolico dichiarato ma scienziato illuminista fino alla punta dei capelli, la data sarebbe piaciuta, almeno prima che nella tarda sera fosse lordata dal sangue delle inermi vittime procurato dall’ennesima strage ordita nella guerra alla razionalità, e quindi all’umanità, di questo nuovo medio evo oscurantista. ​E comunque – dicevo – la data di giovedì scorso, che ricordava la presa della Bastiglia e il trinomio di libertà e uguaglianza e solidarietà (più o meno l’intero spettro degli ideali politici del berlingueriano Adolfo), gli sarebbe piaciuta. Per questo motivo, quando avevo ricevuto la notifica della fissazione dell’udienza sul ricorso dei difensori del dr. Cassata contro la condanna, pure in appello, per la famigerata diffamazione compiuta con la divulgazione di un lurido dossier anonimo, la data dell’udienza mi era sembrata un buon presagio. Poi, come sempre capita, il terrore che qualcosa non andasse per il verso giusto aveva preso il sopravvento. E così la giornata di giovedì scorso si è risolta in un crescendo parossistico di ansia e nervosismo. ​Alla fine, il sollievo è arrivato poco prima delle otto e mezza di sera, quando, nella lettura del dispositivo di sentenza, forte e chiara è suonata la parola “rigetto”. In quell’esatto momento, la memoria di Adolfo Parmaliana riceveva definitivo ristoro e lo statuto giuridico dell’ex Procuratore generale di Messina, il barcellonese Antonio Franco Cassata, assumeva il profilo del pregiudicato. ​Erano passati sette anni, nove mesi e dodici giorni da quel pumbleo 2 ottobre 2008, il giorno in cui Adolfo aveva deciso di mettere fine alla sua vita. Quasi otto anni da una data che ha terremotato per sempre gli equilibri della provincia di Messina, e più miseramente anche della mia vita, soprattutto da quando lessi, con il cuore in gola, una decina di giorni dopo la sua morte, l’ultima lettera di Adolfo. Il contenuto di quel documento – non mi stancherò mai di ripeterlo, dovrebbe essere fatto leggere ogni anni a tutti gli studenti della provincia di Messina -, che mi designava, insieme ad altre quattro persone, quasi esecutore del testamento morale di Adolfo («Chiedete all’Avv.to Mariella Cicero le ragioni del mio gesto, il dramma che ho vissuto nelle ultime settimane, chiedetelo al senatore Beppe Lumia, chiedetelo al Maggiore Cristaldi, chiedetelo all’Avv.to Fabio Repici, chiedetelo a mio fratello Biagio. Loro hanno tutti gli elementi e tutti i documenti necessari per farvi conoscere questa storia: la genesi, le cause, gli accadimenti e le ritorsioni che sto subendo»), mi autorizza ora, ma forse mi impone, di raccontarla tutta, la storia che si è conclusa con questa sentenza, che ha fatto diventare definitiva la condanna del dr. Cassata: il primo Procuratore generale pregiudicato della storia, in fondo Cassata è sempre stato un uomo da record. ​Il primo che aveva conosciuto il testo dell’ultima lettera di Adolfo, dopo i carabinieri che ne avevano operato il sequestro sullo scrittoio nello studio di casa sua a Terme Vigliatore, era stato, per pura beffa, il dr. Olindo Canali, che quel 2 ottobre era il P.m. di turno alla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto. Volete che Canali non ne abbia informato il suo amico e mentore e protettore del tempo (pensate che in una telefonata intercettata dalla Procura di Reggio Calabria, Canali e la moglie chiamavano Cassata «lo zio», proprio così, Canali il brianzolo, come si usa in certa Sicilia)? 

L'ex Procuratore Generale Franco Cassata
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Già la settimana successiva, il palazzo di giustizia di Messina per certi versi era diventato un far west. Il 5 ottobre era stata trasmessa una puntata di Blu Notte di Carlo Lucarelli sulla mafia in provincia di Messina (e sugli omicidi di Graziella Campagna, Beppe Alfano e Matteo Bottari). Ne era scaturito un avvenimento inaudito: i muri di palazzo Piacentini erano stati tappezzati da manifesti dell’Anm (associazione nazionale magistrati) distrettuale che mi bollavano, con tanto di cognome, come mentitore: solo che, a proposito di menzogne, attribuivano a me parole dette in quella trasmissione da tutt’altro avvocato (in tutti questi anni più che solidale con Cassata e Canali). Non mi fu difficile capire che si approssimavano burrasche, ben mirate nei confronti miei (e delle altre quattro persone indicate nel testamento morale) ma soprattutto nei confronti della memoria di Adolfo. Di lì a poco ricevemmo notifica di ciò dalle pagine del settimanale messinese Centonove. A dire il vero, il 10 ottobre 2008 su quel giornale era comparsa una ricostruzione puntuale delle vicende di Adolfo, a firma della giornalista Manuela Modica (testimone nel processo concluso giovedì: da lei abbiamo appreso che, nel fare quel lavoro, era stata sollecitata dal suo capo, Enzo Basso, a interpellare Cassata e l’allora Procuratore generale ne aveva approfittato per intimarle di dare basso profilo al suicidio di Adolfo). Sennonché, nelle settimane successive la giornalista era stata sostituita da quel giornale nel trattare le questioni riguardanti, in qualunque modo, il sistema deviato barcellonese, dal collega Michele Schinella, e tutto era cambiato. Addirittura a maggio 2009 Schinella, su Centonove, era arrivato a infangare la memoria di Adolfo con un articolo calunnioso, più che oltraggioso. Dalle intercettazioni avviate nel giugno 2009 dalla Procura di Reggio Calabria (e personalmente dall’allora Procuratore capo Giuseppe Pignatone e dal sostituto al tempo in quell’ufficio Federico Perrone Capano) avemmo, in epoca successiva, certezza che Schinella era già al tempo giornalista di fiducia di Canali (e dagli articoli succedutisi per anni constatammo che era di fiducia anche del mafioso Rosario Pio Cattafi e del solito Cassata). È un caso se quell’articolo di Schinella fa parte del diffamatorio dossier anonimo per il quale è stato definitivamente condannato Cassata? ​Nel frattempo era accaduto un fatto che verrebbe da dire miracoloso. Un pomeriggio Cettina, la dolcissima moglie di Adolfo, cercava di far passare il tempo davanti alla tv, sintonizzata su Rai2, quando vide e sentì lo scrittore Alfio Caruso che, per cercare di spiegare una certa irredimibilità della Sicilia, aveva accennato al suicidio di Adolfo Parmaliana. Cettina sapeva bene quanto Adolfo stimasse Alfio Caruso, i cui libri sulla mafia (“Da cosa nasce cosa” e “Perché non possiamo non dirci mafiosi”) campeggiavano in primo piano sugli scaffali della sua libreria. Fu così che Cettina decise di contattare Alfio Caruso. Gli telefonò e gli disse che l’archivio del marito era a disposizione dello scrittore, se avesse avuto interesse a raccontare la storia di Adolfo Parmaliana. Qui è bene ricordare che Adolfo Parmaliana era un antico militante comunista (come detto, fervente berlingueriano) e Alfio Caruso è un autentico conservatore. Sennonché, quello fra il docente di chimica e lo scrittore fu l’incontro virtuale fra due italiani perbene. Ne sortì il libro “Io che da morto vi parlo”, biografia di Adolfo Parmaliana scritta da Alfio Caruso e pubblicata da Longanesi. E proprio nel paese in cui, quando riguarda propri amici e compagni, ci si spertica in labiali campagne a sostegno della libertà di informazione e del diritto alla manifestazione del pensiero (dei propri amici e compagni), la sentenza di condanna pronunciata a carico di Cassata ha certificato che il capo della magistratura requirente di Messina nel 2009 confezionò (insieme a più di un complice, rimasto impunito) il dossier anonimo proprio come ultimo disperato tentativo di impedire la pubblicazione del libro di Alfio Caruso sulla vita e sulla morte di Adolfo Parmaliana. Cosicché, oltre all’Associazione nazionale magistrati (non pervenuta), per il danno d’immagine arrecato alla categoria dalla condotta delittuosa e ignominiosa del Procuratore generale di Messina, anche la federazione degli editori, la categoria dei giornalisti (al tempo Caruso, oltre che scrittore, era ancora giornalista, e di meritata fama, allievo prediletto di Indro Montanelli) e naturalmente quella degli scrittori avrebbero potuto (o forse dovuto?) costituirsi parte civili. Invece, state tranquilli, siamo pur sempre il paese di don Abbondio, oltre che degli appelli a favore dei diritti degli amici (e certe volte pure degli amici degli amici), e nessuna di quelle categorie batté ciglio. ​Ma Cassata, invero, le provò tutte per ostacolare la pubblicazione del libro su Adolfo. Già a marzo 2009, in effetti, era diventata pubblica la notizia che Alfio Caruso stava lavorando alla redazione di quell’opera. Qualche settimana dopo Cassata si era rivolto al proprio amico scrittore Melo Freni, chiedendogli di intervenire su Caruso. Freni gli suggerì, per aver maggiori possibilità di raggiungere l’obiettivo, di parlare con il noto scrittore e giornalista agrigentino Matteo Collura, conosciuto da Cassata ma soprattutto grande amico di Caruso. Detto, fatto, ma il tentativo fu respinto con perdite: Collura, ben consapevole del carattere del suo amico Alfio Caruso, restio a ogni tentativo di accomodamento e tanto più di censura o di autocensura, buggerò Cassata dicendogli che il libro era ormai bell’e finito e pronto ad andare in stampa. Tutto falso, naturalmente: l’uscita del libro era prevista, e poi così fu, per il 19 novembre 2009. Cassata recepì chiaro e tondo che quello di Collura era stato un rifiuto. Si mise il cuore in pace, secondo voi? Manco per sogno. Il 19 giugno fu Canali, in costante contatto, anche per interposta moglie, con l’amico magistrato, a telefonare personalmente a Caruso, prendendo il discorso largo e comprendendo, alla fine, che lo scrittore era impermeabile a ogni tentativo di addomesticarlo. In quel momento, come detto, i telefoni di Canali erano stato sottoposti a intercettazione dalla Procura di Reggio Calabria. E così il Procuratore Pignatone e il sostituto Perrone Capano sapevano bene di quella telefonata fatta da Canali a Caruso. È facile immaginare, allora, quanto i due magistrati dovettero sforzarsi per evitare di scoppiare a ridergli in faccia, quando Canali, qualche giorno dopo, presentandosi spontaneamente per un interrogatorio, disse loro che era stato Alfio Caruso a cercarlo al telefono. Peraltro, poiché l’eterogenesi dei fini è sempre in agguato sulle azioni di ciascuno, proprio nel corso di quella conversazione con Alfio Caruso, a Canali sfuggì una frase su Cattafi che ha provocato, involontariamente, la riapertura, a trentatré anni di distanza, del processo sull’omicidio del Procuratore di Torino Bruno Caccia, dove ora Canali è testimone. Ma questa, per dirla con Carlo Lucarelli, è un’altra storia. Cassata, però, se non sciascianamente di tenace concetto, è uomo di tenace volontà. Non rinunciò al tentativo di fermare la penna di Alfio Caruso e il libro su Adolfo Parmaliana. Solo che il tempo stringeva e si era ormai a due mesi dalla pubblicazione. A mali estremi, estremi rimedi, dovette pensare, e congegnò (con i suoi complici rimasti impuniti) una doppia manovra, a tenaglia, sullo scrittore catanese (ma da sempre abitante a Milano): da un lato, per il tramite del proprio nipote avvocato (Giovanni Celi) Cassata si rivolse a un sottufficiale della D.i.a. di Messina (quindi ufficiale di polizia giudiziaria sottoposto al Procuratore generale di Messina: è sempre bene farle valere, le gerarchie), amico del nipote ma ben conosciuto (come molti sottufficiali entrati alla D.i.a. di Messina) da lui stesso, Salvatore Caruso il suo nome e per puro caso cognato del fratello di Alfio Caruso, perché rendesse possibile un incontro fra il Procuratore generale e lo scrittore e comunque, in caso di rifiuto, lo informasse che Cassata voleva fargli avere un documento clamoroso, che avrebbe ribaltato l’idea ingiustificatamente positiva che Alfio Caruso si fosse fatta di Adolfo Parmaliana; dall’altro, all’indirizzo di Alfio Caruso si materializzò un documento clamoroso, per l’appunto il dossier anonimo. Un paio di giorni prima, il 22 settembre 2009, il dossier anonimo era già stato ufficialmente ricevuto dal Procuratore generale di Messina al proprio ufficio (un classico, l’anonimista che inserisce il proprio nome fra i destinatari, un po’ come la famosa pubblicità, «dal produttore al consumatore», tutto chiuso circolarmente nella medesima persona) e dal Sindaco di Terme Vigliatore (uno a caso, Bartolo Cipriano: lo storico avversario politico di Adolfo Parmaliana; uno degli indagati nell’indagine nel 2005 condotta dal giovane sostituto della Procura di Barcellona Pozzo di Gotto Andrea De Feis, nel corso della quale era interveuto a gamba tesa, con un’intimidazione al giovane collega, proprio Franco Cassata; il Sindaco che aveva conferito incarichi legali al giovane avvocato Nello Cassata, figlio di cotanto padre, proprio in sincronia con l’inerzia di Cassata senior nell’avocare l’indagine su Cipriano e altri amministratori di Terme Vigliatore, scaduta e dimenticata in un cassetto dell’ufficio del dr. Olindo Canali alla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto; condannato qualche anno fa per diffamazione di Adolfo Parmaliana con sentenza definitiva). In contemporanea con Alfio Caruso, il dossier anonimo raggiungeva pure l’abitazione palermitana del Senatore Beppe Lumia. 

Olindo Canali


I nomi dei destinatari mostravano da sé le ragioni della scelta: Cassata se l’era mandato per stornare i sospetti e allo stesso tempo per farne uso (come poi fece); al Sindaco di Terme Vigliatore era stato inviato perché il fango fetido contenuto in quel documento trovasse divulgazione in paese, a uso dei nemici più livorosi di Adolfo anche dopo la sua morte (e voglio chiarire che non era Cipriano tra questi, ma altri, stalinisti fetidi di idee e di comportamenti); a Lumia era stato destinato per cercare di disincentivarlo dal rendere omaggio alla memoria di Adolfo, come richiesto nell’ultima lettera, tanto più che per l’1 ottobre 2009 era prevista la sua presenza a una conferenza pubblica a Terme Vigliatore, in ricordo dello scienziato, in occasione del primo anniversario della sua morte. È necessario spiegare perché il dossier anonimo fu inviato ad Alfio Caruso, negli stessi giorni in cui egli era destinatario dell’attività di stalking di Cassata per interposto nipote avvocato (anche avvocato di Cassata in una causa civile contro di me)? L’ha raccontato lo stesso scrittore alla Procura di Reggio Calabria: “viene arrangiato e distribuito questo dossier pieno di veleni nei confronti di Parmaliana con lo scopo evidente non solo di metterlo in cattiva luce, ma anche di porre dei dubbi all’autore del libro e alla sua casa editrice. Infatti ricordo bene che per due giorni mi affannai a mettere in chiaro i vari episodi che infangavano il professore Parmaliana, preoccupato perché la veridicità di uno di essi potesse costringermi ad una riscrittura del libro e a una sua ritardata pubblicazione. Risultarono tutti falsi”. A Terme Vigliatore anche Biagio Parmaliana apprese del dossier e ne ricevette copia al Comune. Da Alfio avemmo il plico recapitato a lui. Esaminando quelle carte, Biagio si accorse di una imperdonabile gaffe fatta dagli anonimisti. Il plico conteneva un esposto contenente le false accuse contro Adolfo (che dal cimitero non poteva certo rispondere per confutarle, ma da qualche parte si dovette fare crasse risate già per il titolo, di netta matrice psichiatrica, di quel testo: «A QUANTI ODIANO LE FALSITA’», così, a caratteri cubitali), elencate punto per punto, e dieci documenti allegati, che nelle intenzioni dovevano dare riscontro alle calunnie. Uno dei dieci allegati, come detto, era un articolo dell’apposito Schinella. Ma un altro si rivelò la prima buccia di banana sulla quale scivolò il piede dell’allora Procuratore generale, rendendo periclitante la sua posizione. Infatti, era allegata anche una sentenza emessa dalla Corte di cassazione l’1 ottobre 2008 (il giorno precedente al suicidio di Adolfo), con la quale era stato rigettato un ricorso proposto da Adolfo, quale parte civile, dopo che la condanna in primo grado di un tale Salvatore Isgrò per diffamazione era stata ribaltata da una sentenza assolutoria della Corte di appello di Messina. Solo che il documento ricompreso nel plico aveva una caratteristica pericolosissima per Cassata: si trattava della copia di un fax e in alcune pagine, nel margine superiore, era visibile il numero dell’utenza dalla quale il fax era stato trasmesso, insieme alla data, 14 novembre 2009, e all’ora. Capita raramente, ma alle volte il caso si mette di buzzo buono per dare una soluzione positiva alle cose del mondo. E il caso volle che quell’utenza corrispondesse a una cartoleria di Barcellona Pozzo di Gotto il cui titolare era conosciuto da Biagio, che poté quindi richiedere alla Telecom, per conto del cartolaio, il tabulato delle telefonate in uscita da quella utenza nella data fatidica. La risposta fu raggelante: il numero 090-770424 che aveva ricevuto il fax (quel fax) era intestato alla Procura generale di Messina. Da verifiche empiriche, scoprimmo che l’apparecchio fax ricevente si trovava proprio accanto alla postazione della dr.ssa Franca Ruello, funzionaria amministrativa presso quell’ufficio ma, soprattutto, moglie di Olindo Canali e amica fidatissima di Franco Cassata (“lo zio”). Ergo, il dossier anonimo, che conteneva quel documento, era stato confezionato alla Procura generale di Messina. A chiunque altro, ad altre latitudini, sarebbe potuta sembrare un’ipotesi manicomiale, ma noi (e soprattutto io, dopo aver conosciuto le vicende giudiziarie dell’omicidio di Graziella Campagna, dell’omicidio di Beppe Alfano, dell’omicidio di Attilio Manca) sapevamo che in certi uffici giudiziari può accadere davvero di tutto. La Procura di Reggio Calabria poco tempo dopo accertò che il giorno prima di quel fax, il 13 novembre 2009, un giovane avvocato, amico e sodale dell’imputato Isgrò, tale Vito Calabrese, altro nemico giurato di Adolfo, aveva ricevuto in Cassazione copia proprio di quella sentenza. Nel frattempo, giusto per permetterci di ricondurre puntualmente a Cassata le attenzioni ostili contro la memoria di Adolfo, alla conferenza dell’1 ottobre 2009 intervennero tre disturbatori dal pubblico. Uno di loro era un addetto – udite udite – del museo Cassata (già, a Barcellona c’è pure quello; qualcuno auspicherebbe pure l’autodromo e l’ippodromo Cassata, e con l’attuale sindaco Roberto Materia, che a Cassata è devoto come a Padre Pio, qualche speranza può perfino averla) e pretese la parola per dire quanto probo e pio (non Pio, quello è un altro, a Barcellona Pozzo di Gotto) fosse il Procuratore generale, rivolgendosi in particolare al Senatore Lumia, presente lì a ricordare Adolfo, lui che nell’ultimo periodo era stato l’unico personaggio politico di cui il professore si fidasse. Del resto, Lumia a certe sortite aveva ormai fatto il callo, visto che quasi un anno prima – nell’imminenza della conferenza su «La crisi della giustizia a Messina», organizzata da Sonia Alfano il 9 novembre 2008 per discutere pubblicamente del significato del suicidio di Adolfo Parmaliana – per scongiurarne, invano, l’intervento gli erano stati trasmessi infervorati appelli per posta elettronica dal figlio di Cassata, l’avvocato Nello (quello che aveva preso incarichi dal Sindaco di Terme Vigliatore, molto impegnato professionalmente in materia di sinistri stradali), e da un’amica di Cassata, moglie di un ex senatore del Pds. Ricordo come fosse oggi il giorno in cui depositai, per conto di Cettina Parmaliana, la querela contro gli autori del dossier anonimo presso la Compagnia dei carabinieri di Barcellona Pozzo di Gotto. Era il pomeriggio del 17 dicembre 2009. Il fascicolo fu trasmesso subito alla Procura di Reggio Calabria, perché c’era da investigare su quella triangolazione fax-Procura generale-Ruello. Qui va fatta una puntualizzazione. Fra il 2008 e il 2012 la Procura di Reggio Calabria fu guidata dal dr. Giuseppe Pignatone. Non avevo certo ragioni di simpatia personale per lui. Tuttavia, deve essere riconosciuto, per mero rispetto del principio di realtà, che in quegli anni la competenza della Procura reggina sulle ipotesi di reato riguardanti i magistrati del distretto giudiziario di Messina fu effettiva e non ridotta a mera parvenza o, ancor peggio, ispirata a logiche deviate. Lo sa bene anche Olindo Canali, sottoposto a processo per falsa testimonianza, condannato in primo grado per falsa testimonianza il 14 marzo 2012 e poi assolto in appello con una motivazione davvero simpatica (confermata peraltro in Cassazione). Ora, il Procuratore Pignatone assegnò il fascicolo relativo al dossier anonimo, come era stato per il procedimento a carico di Canali, a se stesso e a un suo giovane sostituto, Federico Perrone Capano, che alla serietà e alla competenza professionali abbinava non comuni doti di umanità. Un caso davvero straordinario, si deve riconoscere: un fascicolo per un reato di competenza del Giudice di pace aveva come pubblici ministeri titolari il Procuratore della Repubblica e un magistrato della Direzione distrettuale antimafia. Le indagini furono rivolte a ricostruire il percorso del famoso fax ricevuto dalla Procura generale. E così il 17 novembre 2010 il dr. Perrone Capano, accompagnato dal Capitano Leandro Piccoli, si trovò nella stanza personale del Procuratore generale di Messina, cordialmente messagli a disposizione per sentire tutti i cancellieri dell’ufficio protocollo, la stanza del fax. Il giovane pubblico ministero e il giovane ufficiale avevano quasi finito le audizioni programmate e stavano facendo due passi nella stanza di Cassata per sgranchire le gambe quando, rivolgendo gli occhi verso una vetrinetta, si sentirono precipitare in una scena da film. Davanti ai loro occhi, nell’armadietto personale di Cassata, in quella che in quel momento si sarebbe dovuta definire “vetrinetta Parmaliana”, si trovavano, una accanto all’altra, una carpetta della Procura generale contenente il dossier anonimo che Cassata si era mandato in ufficio e un’altra carpetta della Procura generale con una scritta, vergata dalla mano di Cassata, che dovette raggelare quei due giovani rappresentanti dello Stato: «copie esposto Parmaliana da spedire», con le ultime due parole proprio sottolineate. Perrone Capano telefonò al proprio capo e Pignatone chiamò colui che in quel momento era il magistrato più potente del distretto giudiziario di Messina. Ci piacerebbe in futuro vedere quella telefonata trasposta in un film. «Buongiorno, Eccellenza. Sono Giuseppe Pignatone. Mi spiace disturbarla». «Oh, carissimo Procuratore, dica pure, lei non disturba mai». «Eh, no. Temo di deluderla. Credo che questa volta la disturbo davvero e me ne dolgo ma ho da adempiere a un obbligo istituzionale. Il mio collega Perrone Capano ha appena avvistato nella vetrinetta della sua stanza, uno strano fascicolo informale con una scritta sgradevolmente significativa. Mi ha detto che è sua intenzione sequestrarlo e io non posso che essere d’accordo con lui. Ora, poiché quel fascicolo si trova nella sua stanza personale e nel suo armadio personale in Procura generale, chiuso a chiave, devo chiederle se vuole essere così gentile da far aprire l’armadio in questione – se ritiene il mio collega è ben disponibile ad aspettare che lei rientri in ufficio -, in modo da evitarci una soluzione diversa, che è sempre nei nostri poteri». Dall’altro capo del telefono devono esserci stati secondi di silenzio lunghi come secoli. Nella mente del Procuratore generale la sensazione di sprofondare nel baratro. I suoi piedi e le sue ginocchia iniziano a cedere. Si siede per cercare di prendere fiato. «Mah… mah… posso spiegare tutto. Anzi, verrò di persona da lei a spiegare tutto. Ora, però, non me la sento di rientrare in ufficio, mi capisce. Telefono subito a una persona fidata, la persona più fidata che ho in ufficio, la dr.ssa Franca Ruello, che ha la chiave dell’armadietto, e le dico di mettersi a disposizione del suo sostituto». «Grazie, eccellenza. Mi dispiace di essere stato costretto a questa telefonata, ma anche lei mi capisce. Naturalmente, il mio collega, come è previsto dalla legge, consegnerà alla dr.ssa Ruello una copia del verbale di sequestro di ciò che preleverà nella sua vetrinetta». Così in effetti fu. Vennero sequestrate le due carpette, peraltro le uniche presenti in quella vetrina, ecco perché “vetrina Parmaliana”. La prima, per l’appunto, conteneva il dossier ufficialmente giunto in Procura generale, regolarmente protocollato, sul quale proprio Cassata di pugno aveva apposto il burocratico “Visto atti”. Sennonché, pur essendo passato oltre un anno, quel fascicolo, anziché essere in archivio, insieme a tutti gli altri analoghi, si trovava nella stanza personale del Procuratore generale. Il contenuto dell’altra carpetta, con quella scritta già spaventosa di suo, era impressionante, davvero al di là del bene e del male. C’erano quattro copie originali del dossier anonimo, prive della stampigliatura meccanografica del protocollo e prive anche della copia della busta che conteneva quello ufficialmente giunto in Procura generale. Su due delle quattro copie del dossier anonimo erano appiccicati due post-it gialli sui quali erano stati vergati sempre dalla mano di Cassata due dei futuribili destinatari: «Procura ME» e «Procura Reggio C.». Un terzo post-it era scivolato via dai dossier anonimi ed era finito su una delle tre copie di un documento che completava il contenuto della carpetta: putacaso un’ordinanza del Gip di Barcellona Pozzo di Gotto emessa il 7 settembre 2009 in un procedimento in cui Adolfo Parmaliana era stato il querelante e indagato era stato un giovane avvocato di Terme Vigliatore, Vito Calabrese, sempre lo stesso. Il pubblico ministero in quel procedimento era stato Olindo Canali, del quale si apprese a dibattimento la stretta amicizia con l’allora indagato Vito Calabrese. Canali aveva chiesto l’archiviazione per l’amico Calabrese. L’avviso della richiesta di archiviazione proposta da Canali era stato notificato ad Adolfo a metà settembre 2008. Nell’occasione, Adolfo aveva dovuto arrendersi all’idea che una persona che, a corrente alternata, gli si dichiarava amico, l’avvocato Ugo Colonna, era uno dei suoi traditori, e infatti aveva assunto, contro Adolfo, la difesa di uno dei querelati. Con la mia collega Mariella Cicero, Adolfo aveva depositato l’opposizione alla richiesta di archiviazione. Al Gip il fascicolo era giunto dopo la morte di Adolfo. E con quel provvedimento, ritrovato in triplice copia nella “vetrinetta Parmaliana” nell’ufficio di Cassata, il gip aveva accolto solo parzialmente la richiesta di archiviazione, mentre aveva ordinato al pubblico ministero di mandare a processo Vito Calabrese per uno degli episodi contestati e di svolgere ulteriori indagini in relazione a un altro episodio. Com’era finito a Cassata quel provvedimento? L’interessato nel corso del tempo ha fornito due risposte diverse. Una prima volta, pochi giorni dopo il sequestro, su carta intestata del suo ufficio, Cassata aveva scritto a Pignatone per dirgli che per errore gli era stato sequestrato un provvedimento che era in suo possesso in relazione al controllo che il Procuratore generale deve fare sulle misure cautelari emesse nell’ambito del distretto giudiziario. Sennonché, quel provvedimento non era una misura cautelare ma un’ordinanza su una richiesta di archiviazione. Ergo, Cassata aveva scritto un falso, evidentemente con l’intento di indurre la Procura di Reggio Calabria a una risposta, dalla quale magari avrebbe potuto capire quali fossero le intenzioni dei pubblici ministeri. Nel corso del successivo processo, da una memoria firmata da Cassata si apprese che quel documento era stato consegnato da Vito Calabrese all’avv. Nello Cassata, perché venisse recapitato al Procuratore generale. Per quale motivo e perché nella “vetrinetta Parmaliana” ci fossero tre copie di quel documento, Cassata non è stato in grado di spiegarlo. Avrebbe dovuto confessare l’attività di dossieraggio svolta su Adolfo. Con il sequestro di quella documentazione, il destino di Cassata fu segnato. I pubblici ministeri, dopo due interrogatori di Cassata, ormai iscritto nel registro degli indagati, nei quali Pignatone e Perrone Capano riuscirono a ottenere dall’anziano magistrato ulteriori prove a suo carico, svolsero un solo altro adempimento d’indagine. Avevano, infatti, colto un’allarmante somiglianza delle parole manoscritte sulle buste recapitate alla Procura generale, al Sindaco di Terme Vigliatore e ad Alfio Caruso con la grafia di Cassata. A osservarle con attenzione, c’erano alcuni elementi che sembravano un vero marchio di fabbrica (o di museo). Nonostante questo, tuttavia, la grafologa milanese incaricata dalla Procura di Reggio Calabria per svolgere la consulenza tecnica concluse il suo lavoro affermando che quelle scritte sì, erano simili alla grafia di Cassata, ma non erano stato apposte dalla sua mano. Certo, occorre aggiungere che la consulente, deponendo a dibattimento, dovette ammettere di aver utilizzato un atteggiamento particolarmente riguardoso nei confronti dell’indagato e pure che nel saggio grafico era evidente che Cassata avesse artatamente falsato la propria grafia. 

avv. Fabio Repici


Ma, aggiunse la grafologa, era stato chiaro il nervosismo di Cassata nel rilasciare il saggio grafico perché, insomma, mica si trattava di un delinquente. Magari oggi l’esperta dovrebbe cambiare idea. Tanto più che una grafologa successivamente incaricata da me, Mariella Cicero e Biagio Parmaliana, che nel processo abbiamo svolto il ruolo di difensore delle parti civili per tutti i familiari di Adolfo, ha attestato in modo davvero inequivocabile gli elementi che imponevano di ricondurre quelle scritte alla mano di Cassata. Ma, tant’è, Cassata finì imputato “solo” come ideatore e determinatore del dossier diffamatorio, in concorso con altri esecutori materiali rimasti ignoti. Il dibattimento, innanzi al Giudice di pace di Reggio Calabria, si doveva aprire il 6 febbraio 2012, come disponeva il decreto di citazione a giudizio firmato personalmente dal Procuratore Pignatone, oltre che dal dr. Perrone Capano. Ma ci fu subito la prima sorpresa: il giudice, che era anche il capo dell’intero ufficio, tale Giovandomenico Foti, si astenne perché, effettivamente, non era molto imparziale: Cassata era un suo amico – disse – e i due si frequentavano insieme alle rispettive famiglie. In fondo, fra Messina e Reggio Calabria c’è la distanza di un mare, ma si tratta di quello più Stretto d’Italia. La successiva udienza si svolse davanti a un altro giudice, ma anche quest’ultimo durò solo per un’udienza: quiescenza per anzianità. Il terzo inizio del processo fu quello buono. Tuttavia, quella mattina del 29 marzo 2012, prima del nuovo giudice (anzi, della nuova giudice, la dr.ssa Lucia Spinella), fece capolino in udienza, davanti allo sguardo sbalordito del pubblico ministero Perrone Capano (e anche mio, confesso), il giudice Foti. Sì, quello che si era dovuto astenere perché amico dell’imputato ci teneva a presentare alle parti la dr.ssa Spinella, quasi che ella fosse sotto tutela dell’amico dell’imputato, che, del resto, come capo dell’ufficio del Giudice di pace di Reggio Calabria, continuava a mantenere una posizione ingombrante rispetto al processo. La sentenza di primo grado fu emessa il 24 gennaio 2013, dopo una lunga istruttoria dibattimentale. Testimoniarono Cettina, il Prorettore dell’Università di Torino (e amico di Adolfo) Salvatore Coluccia, Alfio Caruso, il Sen. Lumia, il nipote avvocato Giovanni Celi, il poliziotto suo amico (e cognato del fratello di Alfio Caruso) che era stato peggio che stalkerizzato (ma, almeno in parte, con il suo consenso), l’amico di Cassata e Canali avvocato Vito Calabrese e molti altri ancora. Soprattutto, testimoniò un personaggio che sembrava uscito da un film con Tomas Milian (quello che solitamente faceva la parte dell’amico del protagonista). Ciro Alemagna, questo il suo nome, era un commesso della Procura generale di Messina ma soprattutto era un uomo dichiaratamente al servizio di Cassata. In uno sgargiante slang napoletano, testimoniò provando a fornire un alibi falso al suo dante causa. Dante causa non è un eccesso, stando alle parole sue e dello stesso Cassata. Alemagna: «Le dirò di più ancora, io già ero in pensione, però il Dottore Cassata, dato che io ho avuto sempre un ottimo rapporto e anch’io per sbarcare il lunario, perché ho problemi economici, vado ogni tanto in ufficio, lui mi accoglie sempre come si deve, anche i colleghi». Cassata: «premetto che Alemagna da circa una ventina di giorni [è in pensione, n.d.a.] nonostante le mie pressioni e del colleghi del ministero di farlo restare ancora un po’, lui continua a venire alla procura generale, perché sbriga qualche cosetta per me» Quindi, utilizzando le stesse parole degli interessati, Alemagna, «per sbarcare il lunario», «sbriga qualche cosetta» per Cassata. Nella specie, sbrigò una falsa testimonianza fornendo un falso alibi. Non testimoniarono, invece, ma solo perché si avvalsero della facoltà di non rispondere, gli impiegati della Procura generale. In sostanza, pressoché l’intero ufficio giudiziario – in primis la moglie di Canali, Franca Ruello – si era astenuto dal deporre. Del resto, il Procuratore generale, in qualità di imputato, si era mantenuto contumace, rifiutandosi di comparire davanti al giudice e, conseguentemente, di sottoporsi alle domande delle parti. Peccato, sarebbe stata sicuramente un’occasione interessante. Nella fase conclusiva, dopo la mia arringa, accaddero eventi surreali, come una riunione nell’ufficio del Presidente della Corte di appello di Reggio Calabria (anch’egli amico dell’imputato e perfino originariamente indicato come testimone a discolpa dalla difesa di Cassata), con la dr.ssa Spinella, l’immancabile Giovandomenico Foti e il Presidente del Tribunale di Reggio Calabria. Per far cosa, non si è riusciti a capirlo. L’unica cosa che si è capita è che in quei giorni l’amico di Cassata, capo dell’ufficio del Giudice di pace di Reggio Calabria, in qualche modo dunque superiore della dr.ssa Spinella, era iperattivo, freneticamente in movimento intorno al processo a carico del suo amico, nonostante la sua immagine un po’ alla Danny De Vito in avanti con gli anni. Cassata, come si sa, fu condannato. Quando la sentenza, quel giovedì, anche quella volta un giovedì, venne letta dalla dr.ssa Spinella era già sera. La mattina del sabato successivo, 26 gennaio, si tenne al palazzo di giustizia di Messina (e nelle Corti d’appello di tutta Italia) l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Una spettacolare foto di Enrico Di Giacomo riprese il banco del Procuratore generale: c’erano persino una bottiglietta d’acqua e il bicchiere, ma la sedia era fantasmagoricamente vuota, preannuncio della fuga di Cassata verso il pensionamento, al fine di sventare l’ignominioso trasferimento d’ufficio per incompatibilità ambientale e funzionale. Il pensionamento del Procuratore generale, però, fu officiato due mesi dopo con una cerimonia solenne, alla presenza di tutte le autorità del distretto e degli amici di Cassata, stavolta presente. Ci furono discorsi di elogio (potevano mancare?) del pensionando. Non uno, invece, che rivolgesse un pensiero al mio amico Adolfo. Cassata, naturalmente, propose appello contro la sentenza di condanna. Il giudizio di secondo grado si sarebbe svolto davanti al Tribunale di Reggio Calabria, in composizione monocratica. Si perse un po’ di tempo per il susseguirsi di trasferimenti di due giudici, fino a quando il processo d’appello iniziò davanti al dr. Alberto Romeo, con fama di magistrato in assoluto fra i più preparati e fra i più garantisti a Reggio Calabria: una garanzia per ogni imputato innocente e pure per ogni imputato per il quale nel processo manchi la prova piena della colpevolezza. La sentenza di secondo grado giunse il 22 giugno 2015, anche in questo caso in serata. La condanna di Cassata fu confermata. Quando fu depositata la motivazione della sentenza, constatammo che il dr. Romeo aveva pure indicato, con tanto di nome e cognome, almeno alcuni dei probabili complici di Cassata: «Olindo Canali, marito della funzionaria Franca Ruello – cioè colei che prestava servizio con funzioni apicali nella stanza dove pervenne il famoso fax della sentenza Isgrò nonché che aveva le chiavi dell’armadietto sito nella stanza del Cassata ove erano custoditi i documenti che ci occupano -, amico di Vito Calabrese, a sua volta amico intimo di Salvatore Isgrò, tutti in stretti rapporti con Cassata, al quale la sentenza Isgrò veniva sicuramente consegnata per essere utilizzata, proprio in quella specifica copia transitata in Procura, nel dossier anonimo … Riepilogando, la sentenza veniva ricevuta presso la Procura Generale al fax presente nella stanza della Ruello (moglie di Olindo Canali, il quale aveva chiesto l’archiviazione nei confronti del Calabrese in una vicenda simile per aver tratto origine sempre da una querela del defunto Parmaliana) il giorno dopo del ritiro di una copia ‘uso studio’ – qual è quella trasmessa via fax – presso la suprema Corte proprio da parte di Vito Calabrese, la cui deposizione sul punto non può pertanto essere ritenuta veritiera». Cassata, comprensibilmente, impugnò anche la sentenza di secondo grado e di qui quest’ultimo grado di giudizio. A fronte di una sentenza puntuale e dettagliatissima, come quella del dr. Romeo, e in presenza di una “doppia conforme”, non ci sarebbe stato da temere sulla tenuta del processo anche in Cassazione. Ma in un processo simile, con un imputato simile, con uno scenario di coinvolgimenti simile e con un fardello morale come quello assegnatoci da Adolfo nell’ultima lettera, come avremmo potuto essere tranquilli io, Mariella e Biagio? E come avrebbero potuto esserlo, svolgendo le loro ordinarie occupazioni come se fosse un giorno uguale a tutti gli altri, Cettina, Basilio e Gilda? Chi ha un minimo di buon senso non può non comprendere quale fosse il nostro umore e quali le nostre preoccupazioni, non proprio in sintonia con l’anodina trattazione dei processi che spesso caratterizza le udienze in Corte di cassazione, come se ci si trovasse in una campana di vetro. Mai come in questo caso era in gioco, in un’udienza, quella definitiva, l’intera vita (e pure la morte) e l’onore di Adolfo, la cui voce poteva essere resa solo da noi e la cui immagine, orribilmente sfregiata dall’abominevole dossier organizzato da Cassata, a noi spettava tutelare, senza lesinare sforzi. Anche in questo caso, la sentenza è arrivata a tarda ora. Prima e durante la lettura del dispositivo da parte della Presidente della Corte, tuttavia, c’è stato modo per l’ennesima evenienza inimmaginabile. E per l’ennesima volta mi sono dovuto arrendere all’idea che, al contrario di quanto in tanti pensano, ho una visione sempre ingiustificatamente buonista della realtà; non riesco mai a essere malizioso a sufficienza e vengo sempre scavalcato dalla virulenta crudezza dei fatti. Nei giorni precedenti, Biagio me l’aveva detto: «vedrai che Vito Calabrese verrà ad assistere all’udienza». Gli avevo replicato come se la sua fosse l’esternazione di un folle. Ebbene, mentre attendevamo la sentenza negli spazi enormi del palazzaccio in un silenzio irreale e insopportabile, ho visto il volto di Biagio trasfigurarsi, mentre apriva la bocca: «è arrivato Calabrese». Non fossi stato presente, avrei pensato che Biagio stesse farneticando. Vito Calabrese, proprio la persona indicata come complice di Cassata e come testimone falso nella sentenza del Tribunale di Reggio Calabria, era giunto proprio lì, davanti all’aula, ancora chiusa, nella quale sarebbe stata pronunciata la sentenza sulla diffamazione ai danni di Adolfo, commessa col dossier anonimo al quale anch’egli aveva contribuito, secondo il giudice Romeo. Il mio amico Adolfo aveva proprio ragione: in quel paese nel quale il suo cuore aveva battuto, Terme Vigliatore, il paese dal quale lui non era mai riuscito a distaccarsi, alcune persone sembravano agitate, con il buio nell’anima, dall’unica spinta esistenziale di muovere guerra alla sua persona. Del resto, Vito Calabrese non era stato anche il difensore dello zio, Filippo Giunta, che contro il libro su Adolfo aveva presentato una scombiccherata (psichiatrica anche questa, direi) querela per il fatto che Alfio Caruso non aveva raccontato ai lettori la storia della sua vita ma solo quella di Adolfo? Chissà, forse aveva querelato pure Giuseppe Fiori, perché il grande scrittore sardo aveva osato raccontare ai lettori la vita di Enrico Berlinguer e perfino quella di Antonio Gramsci senza dedicare nemmeno un capitolo, e nemmanco un paragrafetto, a Filippo Giunta. E ora Vito Calabrese era lì, e quando la Corte era pronta a rientrare in aula e le porte erano state finalmente aperte ecco che era entrato davanti a me. Come detto, la Corte ha rigettato il ricorso di Cassata e l’ha pure condannato a pagare ai familiari di Adolfo le ulteriori spese processuali. La notizia al neo-pregiudicato è senz’altro giunta telefonicamente dal suo amico e sodale Vito Calabrese. Anche qui – ho pensato – il solito schema circolare: «dal produttore al consumatore». Ma uscendo dall’aula e poi uscendo dal palazzaccio ho pensato ad altro. Ho pensato innanzitutto a informare la dolce Cettina. E poi ho pensato a dare notizia della sentenza ad Alfio Caruso. E poi ho pensato che quella notizia dovevo darla pure al mio fraterno amico Piero, che poi è il fratello eroico di Graziella Campagna. Non ho fatto altre telefonate, perché nel frattempo i miei pensieri si erano persi, come foglie rimestate dal vento, intorno ai fatti degli ultimi otto anni, come fermi immagine di un film horror interminabile e insopportabile. Ho pensato all’ultima volta che avevo incontrato Adolfo alla fine di agosto 2008, seduti a chiacchierare da soli al tavolo di un bar a Milazzo; e alle telefonate che avevo avuto con lui a metà settembre, quando la sua voce si era definitivamente incrinata sotto il peso dei tradimenti che gli si erano mostrati inconfutabili e delle manovre con le quali, sono le parole della sua ultima lettera, «La Magistratura barcellonese/messinese vorrebbe mettermi alla gogna, vorrebbe umiliarmi, delegittimarmi, mi sta dando la caccia perché ho osato fare il mio dovere di cittadino denunciando il malaffare, la mafia, le connivenze, le coperture e le complicità di rappresentanti dello Stato corrotti e deviati»; e all’ultima volta che l’avevo sentito, la sera prima del suo suicidio e come un perfetto imbecille non avevo capito quale decisione avesse preso; e a quella telefonata che nel primo pomeriggio di quello sciagurato 2 ottobre avevo ricevuto da Leonardo Orlando, che quasi balbettando tentava di farmi capire, a oltre mille chilometri di distanza, che Adolfo, insomma, non c’era più, per sua scelta; e a quell’altra telefonata che subito feci a Mariella per dirle, senza riuscire a respirare, che il nostro amico Adolfo si era tolto la vita; e alla visita che nel pomeriggio del 3 ottobre feci ad Adolfo a casa sua, quando vidi sua moglie Cettina pietrificata dal dolore; e alle dichiarazioni che subito, quello stesso pomeriggio, andai a rendere a verbale al Procuratore di Patti, su tutto quello che sapevo di Adolfo e su tutte le confidenze che mi aveva fatto, indicando tutti i nomi, uno per uno, perché ormai non era più pensabile avere freni e prudenze, come se già sapessi della sua ultima lettera; e alle ritorsioni che fin da subito furono rivolte verso Biagio, e poi verso di me, da Ugo Colonna e Sebastiano Buglisi, ai quali sono certo che Adolfo si fosse riferito, insieme ad altri, nell’ultima lettera, quando aveva scritto «alcuni dovranno avere qualche rimorso, evidentemente il rimorso di aver ingannato un uomo che ha creduto ciecamente, sbagliando, nelle istituzioni»; e al coraggio che io, Biagio, Mariella e pochi altri ci eravamo dovuti dare per far conoscere tutto alla Procura di Reggio Calabria; e ai sommovimenti che dal suicidio di Adolfo erano derivati alla tenuta del sistema barcellonese, che aveva iniziato a barcollare insieme al traballare dei suoi custodi giudiziari; e alle calunnie che erano cominciate a volare contro la memoria di Adolfo e pure personalmente contro di me, anche contro di me pure con anonimi la cui origine era di imbarazzante evidenza; e il fango riversato per anni contro Adolfo, me, Mariella, Biagio e pochi altri da quel giornale, Centonove, che a lungo fu come una rivoltella, non so se calibro 22, che ogni settimana sparava al nostro indirizzo; e all’isolamento sordo e cupo nel quale eravamo costretti, stringendo i pugni dentro le tasche, ad andare avanti per prestare fede alla richiesta rivoltaci da Adolfo; e all’insensibilità delle istituzioni, salvo poche e mai abbastanza lodate eccezioni, che, in campo politico ma pure in campo giudiziario, continuavano a calpestare la memoria di Adolfo; e alla sguaiatezza ributtante di certi suoi avversatori politici, che hanno fatto guerra ad Adolfo dopo la sua morte, e proprio per la sua morte, con fiera e ottusa oscenità, ancor più di quando era in vita; e alle aggressioni giudiziarie rivolte verso di me, anche per quanto facevo per difendere la memoria di Adolfo, in conseguenza delle quali sono diventato pluriindagato, pluriimputato e pluricitato in giudizio, per il delitto di parresìa, su iniziativa di Cassata, di Buglisi, di Centonove e di tanti altri che a ricordarli tutti non c’è spazio; e a quel territorio barcellonese, così moralmente piagato che viene impossibile distinguere guardie e ladri, mafia e Stato; e, infine, alla solitudine disperata e lucida di Adolfo, mentre scriveva la sua ultima lettera e poi mentre si lanciava nel vuoto. 

Alfio Caruso


A quest’ultimo pensiero, nel vento lieve e ormai nel buio della serata romana, all’improvviso mi sono reso conto di una cosa che sembrava non mi dovesse mai capitare: forse ero riuscito a elaborare il lutto per la morte di Adolfo e per il modo in cui lui l’aveva scelta. Fino a quel momento mi ero sempre astenuto, per pudore nei suoi confronti, di provare a rispondere sulla accettabilità di quella scelta, sulla possibilità che essa avesse un senso e che, in fondo, altro che dover perdonare Adolfo per quel suo gesto, a me, alla fine, pure se per adempiere all’onere morale che mi aveva assegnato, avevo pagato, insieme a Mariella e a pochi altri, prezzi inenarrabili, non rimaneva altro che ringraziarlo. L’ho capito quando ho ricevuto la telefonata di suo figlio Basilio e ho sentito la leggerezza delicata delle sue parole e della sua voce e ho percepito quanto quel giovane uomo avesse da essere smisuratamente orgoglioso di suo padre, il migliore dei cittadini della provincia di Messina e lo scienziato affermato e il docente universitario adorato dai suoi studenti e l’uomo al quale veniva naturale continuamente migliorarsi e scalare ogni vetta. Ecco, alla fine non mi rimaneva altro che essere grato ad Adolfo. Mi aveva concesso, pure dopo la sua morte, in un modo che solo lui poteva architettare, la sua preziosa amicizia. Mi aveva concesso l’onore di conoscere i suoi splendidi familiari. Mi aveva regalato l’amicizia, quanto preziosa, di un intellettuale dalla dirittura morale nitida come Alfio Caruso, che mi ha insegnato che mantenere la schiena dritta davanti all’arroganza di qualunque potere è un privilegio impagabile. Mi aveva in fondo dimostrato, per l’ennesima volta, proprio in quella tiepida serata romana, che anche in questo scalcinato paese, un uomo giusto come lui può ottenere giustizia. Ho elaborato davvero il lutto. Ormai la memoria di Adolfo Parmaliana non è più il pesante fardello sulle mie esili spalle e su quelle di altre quattro persone. Il mio dovere l’ho adempiuto e il mio compito l’ho portato a termine. Ormai la storia di Adolfo è la storia di un giusto d’Italia. Tocca ora alle istituzioni rendere omaggio a se stesse tributando doverosamente onore alla memoria di Adolfo Parmaliana.

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