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01 marzo 2012

La parrocchia che vieta a Margherita Hack di parlare


29 febbraio 2012

Succede in Trentino, e lo apprendiamo tramite Ildisinformatico. Margherita Hack avrebbe dovuto parlare il prossimo 6 aprile al teatro San Pietro di Mezzolombardo, ma i componenti parrocchiali del comitato di gestione del teatro è arrivato un no. Ne parla diffusamente il Corriere delle Alpi in un articolo a firma di Liviana Concin:
«E’ incontro contrario alla dottrina della Chiesa», hanno scritto al sindaco. Per i componenti del comitato di gestione Bezzi, Caset e Dalfovo, sostenuti dal parroco di Mezzolombardo, la serata proprio “non s’ha da fare”. Al centro della conferenza la presentazione del libro di Margherita Hack “La stella più lontana” dialogo sulla bioetica, a cominciare dal testamento biologico. «I componenti parrocchiali del comitato di gestione – si legge nella lettera inviata al sindaco – sentito il parroco, esprimono un deciso no all’uso del Teatro per la manifestazione». E per giustificare il rifiuto, citano il contratto di comodato gratuito, stipulato tra la Parrocchia e il Comune di Mezzolombardo, che recita: «Il Comune si impegna a non consentire lo svolgimento di spettacoli che possano recare offesa ai valori religiosi e alla dottrina della Chiesa Cattolica. Le tematiche affrontate nel libro come si evince dalle recensioni sono in evidente contrasto con la norma riportata».

Il problema non è l’ateismo, ma la posizione “offensiva” della Hack nei confronti della religiosità:
«Non che l’essere ateo comporti un’offesa alla dottrina clericale – ha sottolineato uno dei tre membri parrocchiali del comitato, Andrea Bezzi, preside dell’istituto comprensivo di Mezzolombardo – ma in questo libro la Hack prende una posizione dura nei confronti della religiosità. A titolo personale, credo che la serata si potrebbe fare, ma non di venerdì santo, data che escluderebbe di fatto i cattolici, e con un contraddittorio». Replica l’assessore Roberto Guadagnini, organizzatore dell’evento: «Sono inorridito da tanto oscurantismo, se per questi signori una così eminente mente scientifica reca offesa alla Chiesa solo perché tratta alcuni temi, commento che sono dei bigotti. É incredibile che non si colga la grande occasione rappresentata dall’incontro per Mezzolombardo, e che si possa pensare che una serata come questa strappi i cattolici alle celebrazioni. Ognuno è libero di scegliere di partecipare e di intervenire, il contraddittorio certo non mancherà».

29 febbraio 2012

Rossella libera, subito!


Rossella Urru, 27 anni, è una giovane cooperante sarda. La sua una scelta netta, decisa: quella di dedicare la vita agli altri. Soprattutto donne e bambini. Da Samogheo, in provincia di Oristano, è partita alla volta dell’Algeria per conto dell’ong Cisp (Comitato internazionale per lo sviluppo dei popoli). Lì, nella notte tra il 22 e il 23 Ottobre, è stata rapita insieme a due colleghi spagnoli. A compiere l’atto criminale, con tutta probabilità, il gruppo estremista Jamat Tawhid Wal Jihad Fi Garbi Afriqqiya (Movimento Monoteista per il Jihad in Africa occidentale), cellula fuori controllo dell’Aqmi (Al Qaeda nel Maghreb Islamico).

Ad oggi, dopo quattro mesi, non ci sono notizie ufficiali di Rossella.
Giorgio Napolitano, che il 20 Febbraio ha incontrato la famiglia Urru, ha comunque espresso delle rassicurazioni sulle sue condizioni.

L’unità di crisi della Farnesina, in stretto contatto con il ministro Giulio Terzi di Sant’Agata, ha messo in moto la macchina diplomatica per ottenere il rilascio di Rossella e dei suoi colleghi.

Il Clandestino aderisce al bloggin day del 29 Febbraio per chiedere la liberazione di Rossella Urru. E per far si che i media ritornino a puntare i riflettori sulla cooperante in mano alle milizie islamiche.

Rossella libera, subito!

Il comandante della Gdf alla Camera: “Monopoli delle mafie nel cemento – Fuga di capitali in Svizzera e San Marino”


Oggi, 28 febbraio, nella VI Commissione Finanze della Camera dei deputati, è stato il turno dell’audizione del generale di Corpo d’armata Nino Di Paolo, comandante generale della Guardia di Finanza.

Lungo e didattico il suo discorso sui fenomeni di contrasto all’evasione fiscale (ne leggerete domani sul Sole-24 Ore) e alla salvaguardia (indiretta) dei conti del bilancio. Molto interessante il passaggio sul contrasto alle infiltrazioni mafiose nell’economia legale.

È proprio nei momenti di crisi – ha detto Di Paolo - che il sistema economico si presenta in condizioni di particolare vulnerabilità: in questi frangenti, le imprese diventano facile preda della criminalità, sia essa organizzata o meno, che, disponendo di ingenti capitali a basso costo, provento dell’azione criminale quotidiana, ha facile gioco nel rilevare quote di partecipazione di aziende che presentano cali significativi di fatturato o problemi di insolvenza.

E qui ha fatto un esempio che testimonia come – ieri, oggi e domani – il ciclo del cemento rappresenti una costante nella strategia economico-criminale delle mafie.

Il mercato del calcestruzzo – ha infatti analizzato il Comandante della Gdf - è oggetto di numerose indagini che hanno svelato, in determinate aree, veri e propri monopoli di aziende legate alla criminalità organizzata. Questo comparto economico, in conseguenza della più vasta crisi dell’edilizia, si trova oggi in un momento congiunturale non favorevole.

Immancabile il richiamo ai “registi” di ogni azione criminale: i professionisti. “Come ho già avuto modo di evidenziare – ha infatti detto Di Paolo -

il legame comune di qualsiasi tipologia di frode è la minaccia alla stabilità economica del sistema Paese, realizzata, nei casi più gravi, attraverso tecniche di alterazione contabile basate sul sistematico ricorso alle fatture per operazioni inesistenti.
La nostra esperienza operativa testimonia come questi fenomeni illeciti presentino, inoltre, due ulteriori caratteristiche: la convergenza di comportamenti criminali ed il ruolo, quali “registi” delle operazioni illecite, di professionisti”.

Apprezzabile, da ultimo, il passaggio al pericolo di fuga dei capitali all’estero che vede – e come ti sbagli – l’immancabile richiamo alla Svizzera e a San Marino. “Il fenomeno dello spallonaggio è sempre esistito – ha detto il Comandante generale delle Fiamme gialle - ma negli ultimi tempi, come testimonia il numero delle violazioni riscontrate nell’ambito dei nostri controlli alla frontiera, sta vivendo un periodo assai florido. Anche in questo caso si parla di cifre di rilievo:

con una valigetta 24 ore è possibile trasportare fino a 6 milioni di euro in banconote da 500 euro.
In questo senso, significativo è il dato elaborato dalla Banca d’Italia a proposito della distribuzione territoriale delle banconote di più grosso taglio, censite per la maggior parte nelle province “frontaliere”, quelle cioè situate in prossimità del confine con la Svizzera e San Marino. Trasferire illegalmente disponibilità finanziarie all’estero non è un fenomeno che riguarda solo l’evasione fiscale: è anche un modo per sottrarre risorse al “sistema Paese” e per occultare proventi derivanti da gravi reati. Proprio per questa ragione, nel recentissimo decreto legge sulle “semplificazioni” è stato sensibilmente inasprito il regime sanzionatorio per chi trasferisce all’estero somme in violazione alla disciplina valutaria, ampliando anche i casi di sequestro”.

http://robertogalullo.blog.ilsole24ore.com r.galullo@ilsole24ore.com

Trattativa Stato-Mafia: Calogero Mannino parla solo con i giornalisti


di AMDuemila - 28 febbraio 2012

Sceglie di non rispondere ai pm Calogero Mannino, indagato a Palermo per attentato a corpo politico dello Stato assieme al gotha di Cosa Nostra e a Marcello Dell'Utri. Tace di fronte ai magistrati ma è loquace con i giornalisti cui affida la propria indignata difesa. Secondo quanto è trapelato Mannino sarebbe accusato di aver fatto pressione sul Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) affinché fosse alleviato il 41 bis ad alcuni boss mafiosi. Il principale testimone sarebbe un agente di scorta dell'ex vicedirettore del dipartimento penitenziario Francesco Di Maggio che avrebbe assistito ad una conversazione telefonica tra il funzionario e il politico proprio su questo tema.

Il movente che avrebbe spinto Mannino sarebbe stata la paura. Consapevole di essere il prossimo dopo Lima nella lista nera di Cosa Nostra si sarebbe adoperato presso il generale Subranni e Bruno Contrada per avviare un piano per salvarsi la vita. Di qui la famosa trattativa.
Lo stesso Nicola Mancino tra le tante amnesie dietro le quali nasconde chissà quale verità ha testimoniato l'altro giorno al "processo Mori" di aver parlato con Mannino in quei giorni e che questi gli avrebbe confidato di temere per la propria incolumità dopo l' assassinio di Lima. Nega anche questo l'ex ministro, "forse Mancino si ricorda male”, ha proseguito nella sua arringa difensiva. Per il momento quindi tante contraddizioni e nessuna chiarezza dai testimoni di quel tempo, la ricerca della verità deve passare ancora una volta dall'unica porta di un'aula di giustizia.

28 febbraio 2012

La mafia “barcellonese” come Cosa nostra palermitana



MESSINA - La relazione annuale del procuratore capo sulle dinamiche mafiose e della criminalità organizzata tra la città e la provincia, sui versanti tirrenico e ionico: Il procuratore Guido Lo Forte, "Rapporti intensi con Cosa nostra. Accordo trasversale tra 'ndrangheta e gruppi criminali cittadini messinesi (Giostra e Mangialupi)"

28 febbraio 2012

Cosa nostra tirrenica che dialoga con le famiglie palermitane e catanesi. La «novità storica» rappresentata dai nuovi pentiti della famiglia mafiosa barcellonese, che ne hanno svelato tra l’altro l’organigramma. I rapporti coi Lo Piccolo di Palermo e i Santapaola di Catania. Gli affari della criminalità a Messina e lungo la zona ionica, in primo piano sempre estorsione e traffico di stupefacenti.

Nelle cinquanta pagine che il procuratore capo Guido Lo Forte ha scritto per la relazione annuale sullo stato della giustizia c’è questo e tanto altro, soprattutto sull’evoluzione che la nostra provincia ha avuto sul piano delle dinamiche criminali fino al primo semestre del 2011 e partendo dal luglio del 2010. E si tratta di un report fondamentale per capire oggi come si articolano le organizzazioni criminali tra la città e la provincia. Nella fascia tirrenica «le organizzazioni intrattengono rapporti intensi con Cosa nostra sia della provincia di Palermo sia della provincia di Catania», e «hanno assunto una strutturazione e sistemi operativi analoghi a quelli di Cosa nostra palermitana». Sull’altro versante invece «nel territorio di Messina e in quella che viene definita invece “fascia jonica”, le organizzazioni mafiose intrattengono rapporti più intensi con la ‘ndrangheta calabrese e Cosa nostra della provincia di Catania. Nello specifico – prosegue il procuratore Lo Forte –, la città di Messina non ha una organizzazione omologa a Cosa nostra, i cui vertici non hanno insediato nella città dello Stretto una famiglia. Di fatto è realizzato un accordo trasversale sulla spartizione degli affari tra Cosa nostra (palermitana, tirrenica, catanese), la ‘ndrangheta e i gruppi criminali cittadini messinesi (Giostra, Mangialupi ed altri).

LA FASCIA TIRRENICA - È lungo l’area tirrenica e poi sui Nebrodi che si sono ormai insediati gruppi criminali consolidati, spiega il procuratore capo Lo Forte, che cita le indagini “Gotha” e “Pozzo 2″ come «le più importanti ed articolate operazioni antimafia condotte nell’intera provincia di Messina negli ultimi venti anni», che «possono essere considerate unitariamente, in quanto hanno avuto una genesi sostanzialmente comune, trovando il loro fondamento nelle dichiarazioni di alcuni importanti collaboratori di giustizia». E che «hanno permesso di fare luce sui vertici e sull’attuale organigramma di quel particolare ed agguerrito sodalizio mafioso denominato “dei Barcellonesi”, riconducibile a Cosa nostra siciliana, operante sul versante tirrenico della provincia di Messina». Lungo tutta la fascia tirrenica spiega il procuratore che «le più recenti indagini hanno rivelato un fenomeno che, ad avviso dello scrivente, era comunque già risalente nel tempo.
La mafia che possiamo chiamare “barcellonese” o “tirrenica” ha assunto una strutturazione e metodi operativi del tutto omologhi a quelli di cosa nostra palermitana».
Sul piano degli affari queste organizzazioni «… in linea con l’operato e le aspettative delle altre “mafie” siciliane» hanno come principali obbiettivi «il controllo, pieno ed incondizionato, del lucroso settore degli appalti pubblici», e proprio l’indagine “Gotha” ha dimostrato come «la mafia barcellonese si sia costantemente “interessata” alle più grandi e rilevanti opere pubbliche realizzate nell’ultimo quindicennio nella provincia di Messina e nei territori limitrofi», per esempio
«il raddoppio della linea ferroviaria Messina-Palermo, il completamento dell’autostrada Messina-Palermo, i lavori di realizzazione del metanodotto nella medesima provincia, la realizzazione di alcuni parchi eolici e la ristrutturazione di alcuni centri storici».
I pentiti - Il procuratore parla nella sua relazione di «novità storica» per quel che riguarda la scelta di collaborare con la giustizia del boss dei Mazzarroti Carmelo Bisognano, di Santo Gullo, di Teresa Truscello (l’ex convivente di Bisognano, n.d.r.) e dell’acese Alfio Giuseppe Castro. Sono stati in pratica generatori di un flusso di informazioni che con le operazioni antimafia “Pozzo 2″ e “Gotha” hanno in pratica «… portato alla decapitazione della famiglia mafiosa barcellonese, consentendo di svelare l’interro organigramma di tale pericoloso sodalizio criminoso, partire dal suo vertice».
L’ORGANIGRAMMA - Ed eccolo l’organigramma: «… gli attuali esponenti di vertice dell’organizzazione, taluni dei quali costituenti espressione tipica della c.d. mafia “imprenditoriale”, ossia quella mafia che, nel tempo, è stata in grado di reinvestire i propri profitti illeciti in lucrose attività imprenditoriali e commerciali apparentemente “pulite”
(Rao Giovanni, Cambria Francesco, Isgrò Giuseppe, Di Salvo Salvatore, Barresi Filippo, Ofria Salvatore):
costoro, unitamente allo stesso Bisognano Carmelo, costituivano fino a quel momento una sorta di direttorio, in grado di adottare qualsiasi decisione di rilievo sul territorio». Il procuratore cita poi i cosiddetti «imprenditori collusi» (
Aquilia Mario, Scirocco Francesco, Marino Tindaro, Puglisi Salvatore
), i «quadri» (
Triolo Giuseppe, Trifirò Maurizio, Calcò Labruzzo Salvatore, Dajcaj Zamir, Mandanici Giuseppe Roberto, Martorana Roberto, Porcino Angelo, Bucceri Concetto
). Il procuratore Lo Forte dà conto anche delle recenti più recenti evoluzioni: «… attualmente l’organigramma della criminalità barcellonese può così delinearsi: un gruppo riconducibile a Rao Giovanni e Barresi Filippo, di cui fanno parte Di Salvo Salvatore, Ofria Salvatore, Isgrò Giuseppe, ed altri ancora, ossia il gruppo dei c.d. “Vecchi”; il gruppo dei c.d. “Mazzarroti”, facente capo a Calabrese Tindaro; un gruppo riconducibile a D’Amico Carmelo, che, secondo le dichiarazioni di Gullo, sarebbe quello più forte sul territorio, almeno dal punto di vista militare».
… e Calabrese ospitò i Lo Piccolo
C’è anche un retroscena nella relazione annuale del procuratore Lo Forte. Vale a dire gli “agganci” palermitani ad alti livelli, leggasi famiglia Lo Piccolo, del boss dei Mazzarroti Tindaro Calabrese. «I collaboratori Bisognano Carmelo e Gullo Santo – scrive il magistrato –, hanno sottolineato i contatti avviati nel 2006 fra il boss barcellonese Calabrese Tindaro e autorevoli esponenti della famiglia Lo Piccolo, fra cui in primo luogo Lo Piccolo Alessandro e Giuseppe. Il Calabrese avrebbe favorito nel territorio di Montalbano, in provincia di Messina, la latitanza di Lo Piccolo Alessandro; successivamente, anche a seguito di tali contatti, sarebbe stato concluso un vero e proprio accordo a Palermo fra la famiglia Santapaola di Catania, i Lo Piccolo di Palermo, e i barcellonesi D’Amico Carmelo e Calabrese Tindaro. Tale accordo consisteva nel fatto che da quel momento in poi si sarebbe verificato una sorta di “matrimonio”, nel senso che Santapaola Angelo per quanto riguarda la zona di Catania, Calabrese Tindaro e D’Amico Carmelo per quanto riguarda la zona di Barcellona, dovevano rendere conto direttamente ai Lo Piccolo di Palermo; tale accordo riguardava non tanto i proventi delle estorsioni, che ogni gruppo continuava a gestire autonomamente nell’ambito della propria zona di competenza, ma
gli accordi sulle ditte che dovevano lavorare nell’ambito degli appalti pubblici
. In pratica si doveva instaurare un collegamento diretto fra le zone di Catania, Barcellona e Palermo in modo che si potesse individuare di volta in volta, tramite reciproci accordi, la ditta che doveva lavorare nell’ambito di un determinato appalto. Sempre secondo le dichiarazioni dei collaboratori (in particolare di Gullo Santo), l’arresto dei Lo Piccolo dapprima, e successivamente l’omicidio di Angelo Santapaola, avrebbero determinato un ulteriore processo evolutivo, che costituisce oggetto di attuali, mirate indagini».
fonte: enricodigiacomo.org - NUCCIO ANSELMO - GDS

«Berlusconi mandante delle stragi del '93»



Il pentito Monticciolo parlò pure di Dell'Ultri.

Un'altra ombra mafiosa si allunga sulla figura del Cavaliere. Le stragi del 1993vennero chieste a Leoluca Bagarella da Silvio Berlusconi e da Marcello Dell'Utritramite Vittorio Mangano.

È quello che raccontò nel 2000 il pentito Giuseppe Monticciolo al pm Gabriele Chelazzi, riferendo quanto gli avrebbe detto Bagarella.
Il documento è ora a disposizione delle parti di alcuni procedimenti di mafia. Mangano avrebbe indicato a Bagarella «gli attentati che volevano Silvio Berlusconi e Marcello dell'Utri» e gli obiettivi: «Non sapevo nemmeno che fossero gli Uffizi, si figuri Bagarella».
«VISTO CHE SIETE ARRIVATI A COSTANZO...». Oltre a Chelazzi, l'interrogatorio venne tenuto dai pm della Direzione distrettuale antimafia di Palermo Pietro Grasso e Vittorio Teresi.
Dopo l'attentato a Maurizio Costanzo, «Marcello Dell'Utri», ha raccontato Monticciolo, «dice che ha mandato a dire (sempre detto, va bene, da Bagarella) che si dovevano fare... Dice: 'Allora, visto che sapete fare... visto che sapete arrivare a Costanzo', perché Costanzo non ce lo ha indicato nessuno per fargli l'attentato, dice 'allora sapete arrivare anche a fare qualcos'altro, per esempio la strage degli Uffizi e via dicendo'. E da lì Bagarella ordinò. Perché poi ne parlò direttamente davanti a me con Giovanni Brusca».
Ascoltato in aula a Firenze nel maggio 2011, ricostruendo la stagione stragista, Brusca ha invece detto che a Berlusconi venne fatto una sorta di ultimatum: o scendi a patti o le bombe continuano.
DIETRO «MANIPOLAVA LO STATO». Interrogando Monticciolo, nel 2000 il pm Chelazzi domandò se vennero richiesti «un numero definito di attentati» ricordando quelli avvenuti agli Uffizi, Roma e Milano.
«Sono stati richiesti», rispose Monticciolo, «di volta in volta. Poi la discussione come andavano e come non andavano lo sapevano solo Brusca e Bagarella».
A Chelazzi che volle sapere perché il 'referente esterno' avrebbe chiesto gli attentati, Monticciolo rispose che si sarebbe pensato che dietro c'erano «cose manipolate dello Stato».
«E questo in che modo poteva poi favorire questo risultato finale?», fu la domanda. «Eh», replicò Monticciolo, «questo non lo so».

«Berlusconi chiedeva ma senza mantenere gli impegni»

Bagarella però si lamentò con il pentito Monticciolo: «Berlusconi prima vuole fatte le cose, però lui non viene mai agli impegni che prende».
Monticciolo spiegò che Bagarella «parlava degli impegni che le stragi venivano fatte e poi lui non si impegnava, nel '93».
Monticciolo disse che fino a quel momento non aveva parlato di politica con i magistrati per paura: «I politici, manovrati sempre dalla mafia, vogliono che io non parli sulle questioni politiche».
LA PROMESSA DI TOGLIERE IL 41 BIS.«A Bagarella», raccontò Monticciolo, «premeva che dovevano togliere cioè, le promesse che facevano loro erano quelle di togliere il 41 bis e di non esserci più restrizioni nei carceri. Loro, come politici, dicevano che salendo loro al potere levavano il 41 bis e levavano i restringimenti nelle carceri».
Monticciolo ha ricordato che nel 1994 Bagarella disse «di cercare i voti per Forza Italia pure a 'panza in terra'» e che Brusca lo incaricò di «riferirlo agli altri capi mandamento».
LA MEDIAZIONE DI MANGANO. Nonostante le 'inadempienze' di Berlusconi, Bagarella non avrebbe reagito «perché Vittorio Mangano», hanno scritto i pm riassumendo l'interrogatorio di Monticciolo, «in qualche modo lo tranquillizzò facendogli osservare che bisognava aver pazienza e che i risultati sarebbero comunque arrivati».

[fonte link] Lunedì, 27 Febbraio 2012


MANUALE ANTIMAFIA - Parte 1: La macchina della giustizia



articolo di Valerio Valentini per Byoblu.com

Quando sentiva parlare di invincibilità della mafia, Giovanni Falcone rispondeva così: “La mafia non è affatto invincibile. È un fatto umano, e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave e che si può vincere non pretendendo eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”.

Quest’anno ricorre il ventennale del suo omicidio. Per onorare la sua memoria è dunque necessario esigere l’impegno delle istituzioni, non il sangue di altri eroi. Iniziamo allora oggi un percorso in quattro parti, che verranno pubblicate ogni lunedì da qui a un mese, dove insieme a magistrati e giornalisti in trincea contro il crimine organizzato proveremo a proporre riforme importanti del codice di procedura penale e delle misure di prevenzione antimafia, sia a livello nazionale che internazionale.

Oggi parliamo di come combattere più efficacemente la mafia intervenendo in maniera semplice ed efficace sulla macchina della giustizia.

MANUALE ANTIMAFIA
Parte 1: La macchina della giustizia

Nicola Gratteri è convinto che basterebbe riformare una decina di articoli del codice penale, “e a quei mafiosi gli faremmo un culo così… Ma se queste riforme, che devono riguardare anche la scuola e l’istruzione, non vengono attuate con convinzione e celerità, si finisce soltanto con l’abbaiare alla luna”. E vediamo, allora, alcune di queste proposte.

1. La posta certificata

Una molto basilare riguarda l’introduzione della posta elettronica certificata obbligatoria. Forse in pochi conoscono il modo in cui i magistrati sono abituati (e spesso costretti) a comunicare tra loro, con procedimenti che farebbero ridere anche gli uomini del mesolitico. Quando finisce un’indagine, ad esempio, bisogna notificare alle parti l’avviso di fine indagine. Oggi tale notificazione viene eseguita fisicamente da un ufficiale giudiziario o dalla polizia giudiziaria. “Fisicamente” significa che ci sono centinaia e centinaia di agenti che ogni giorno, anziché fare indagini, se ne vanno in giro per l’Italia con faldoni di documenti enormi, come i missi dominici di Carlo Magno. E questo sistema preistorico, oltre a sottrarre uomini alle indagini, costa milioni di euro e provoca ritardi e guai burocratici. Tant’è che mediamente, per comunicare l’avviso di fine indagine dei processi di mafia, ci vogliono dai tre ai quattro mesi. E spesso succede che per i disguidi banali che questo procedimento lento e farraginoso provoca, i detenuti escano per decorrenza dei termini e sia necessario ricominciare da capo.

Uno dice: chissà quanto sarebbe complicato istituire un sistema più efficiente, rapido ed economico. E invece basterebbe introdurre l’obbligatorietà per i magistrati di utilizzare la posta elettronica certificata, in maniera tale che un medio operatore di diritto impiegherebbe dieci minuti a comunicare qualsiasi avviso a 70 avvocati sparsi per l’Italia. Questo ridurrebbe, secondo Gratteri, anche il potere discrezionale del giudice, e quindi anche la possibilità di abusi.

2. Intervenire sui consulenti giuridici

Poi c’è la questione dei cosiddetti “fuori ruolo”, ovvero di tutti quei magistrati – sono più di 200 – che anziché svolgere la funzione per cui sono preparati e per cui hanno studiato, sono costretti a starsene nei ministeri, o nelle province, nelle regioni e nei comuni, a fare i consulenti giuridici. Che detto così può sembrare una mansione di estrema responsabilità. Ma tradotto in parole semplici, un “consulente giuridico” è spesso un magistrato che decide sull’acquisto di scrivanie, stampanti e computer per un ufficio piuttosto che per un altro. E capita che ad espletare questi oneri siano magistrati con vent’anni di carriera alle spalle, che costano allo Stato quasi 6 mila euro al mese. Quindi, anche in questo caso, oltre a rinfoltire le schiere di magistrati che operano davvero sul campo, una riforma semplice garantirebbe anche un risparmio considerevole, dal momento che quel tipo di consulenze possono essere tranquillamente eseguite da un ragioniere o da un avvocato che costano la metà di un magistrato professionista, eccezion fatta per pochi casi in cui è richiesta una competenza specifica. “Ma sono pochissime – spiega Gratteri – queste eccezioni: si tratta del ministero della giustizia, dell’ufficio per le rogatorie internazionali, dell’ufficio ispettivo e dell’ufficio legislativo”.

3. Chiusura dei tribunali inutili

Altra cosa da fare, e possibilmente subito, sarebbe chiudere una ventina di tribunali, che nel libro “La giustizia è una cosa seria” – scritto a quattro mani da Gratteri stesso con Antonio Nicaso – vengono definiti inutili. Ma come? Bisogna aumentare l’efficienza della magistratura e si vogliono contemporaneamente chiudere i tribunali? La contraddizione è soltanto apparente. Avere procure con uno o due sostituti procuratori, infatti, non ha alcun senso. È soltanto una spesa superflua, perché si è costretti a tenere attive strutture che non potranno mai essere davvero operative in maniera efficace. Invece, chiudendo i tribunali più piccoli, si potrebbe accorpare il personale, creare pool più coordinati e in grado di sostenere lavori e indagini più gravosi. E significherebbe anche risparmiare un sacco di soldi (meno auto blindate, meno autisti, meno strutture da dover arredare, riscaldare o raffreddare…). Secondo il magistrato di Reggio Calabria, ad esempio, soltanto in Piemonte esistono ben 17 tribunali (in media, uno ogni 20 chilometri), ma almeno dieci potrebbero essere chiusi domani mattina.
Poi ci sono le sezioni distaccate: anche quelle si dovrebbero eliminare, così da portare nelle casse dello Stato nuova liquidità da reinvestire nella lotta alla criminalità. E infine ci sono i Tribunali di sorveglianza, molti dei quali potrebbero essere accorpati tra loro. È il caso di quello di Reggio Calabria, che potrebbe essere unito a quello di Catanzaro, e quello di Messina con quello di Catania.

Tutto ciò contribuirebbe a smaltire qualcosa come il 60% degli arretrati, a rendere più veloci i processi e magari ad evitare la scadenza – ormai sempre più regolare – degli indulti. E renderebbe così la Giustizia credibile agli occhi di chi subisce abusi e soprusi dalle mafie ogni giorno, convincendo i commercianti e gli imprenditori minacciati e costretti a pagare il pizzo a rivolgersi ai magistrati.

“Solo quando avremo file di gente fuori dai nostri uffici pronti a denunciare gli ‘ndrnaghetisti e i mafiosi – è solito ripetere Gratteri, che ci ha accompagnato in questa prima puntata della nostra inchiesta –, solo allora potremo dire che stiamo vincendo noi, nella lotta contro gli infami”.

Valerio Valentini dal blog byoblu.com

26 febbraio 2012

Il pm Di Matteo in aula: “Sulla trattativa Stato-Mafia qualcuno nelle istituzioni mente”



di Giuseppe Pipitone 24 febbraio 2012

Ci sono delle evidenti incompatibilità tra le dichiarazioni che Nicola Mancino, Claudio Martelli e Vincenzo Scotti hanno reso in merito a ciò che accadde nel biennio 92-93, il periodo in cui si sarebbe sviluppata la cosiddetta trattativa tra lo Stato e Cosa Nostra. All’epoca dei fatti tutti e tre gli uomini politici erano ministri della Repubblica. Adesso qualcuno rischia un’incriminazione per falsa testimonianza.

Le contraddizioni sono emerse durante la deposizione dell’ex Ministro dell’Interno Nicola Mancino, ascoltato come teste durante l’ultima udienza del processo che a Palermo vede imputati gli alti ufficiali dei carabinieri Mario Mori e Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia per la mancata cattura di Bernardo Provenzano nel 1995.

La discrepanza più evidente tra le dichiarazioni degli esponenti della prima Repubblica è emersa in merito all’avvicendamento tra Scotti e lo stesso Mancino alla guida del Ministero dell’Interno il 28 giugno del 1992. Scotti aveva dichiarato come fosse all’epoca intenzionato a rimanere al Viminale anche nel nuovo governo Amato. Erano però sorti dei problemi riguardo alla sua riconferma. Problemi che avevano portato al suo “spostamento” agli Esteri e alla conseguente nomina di Mancino agl’Interni. “Sono andato a letto credendo di essere nominato il giorno dopo ministro dell’Interno e invece mi sono svegliato Ministro degli esteri” aveva raccontato Scotti.

Per Mancino invece le cose andarono in modo completamente diverso: “Chiamai Scotti per convincerlo ad accettare il ruolo di Ministro dell’Interno” ha detto in aula l’ex presidente del Senato che ha aggiunto come fosse stato il suo stesso predecessore “a non volere più ricoprire l’incarico di ministro, dato che nella Democrazia cristiana avevamo deciso che chi entrava nel governo doveva dimettersi da deputato. Scotti invece non voleva rinunciare all’immunità parlamentare che per lui era importante”.

A tal proposito lo stesso Mancino ha fatto cenno a un’indagine che avrebbe coinvolto Scotti sulla gestione dei fondi riservati del Sisde. Irregolarità sulle quali lo stesso Mancino, incalzato sul punto dal pm Antonio Ingroia, ha dimostrato di essere al corrente ma di non averle denunciate pubblicamente per “non far scoppiare uno scandalo all’interno dei Servizi segreti”.

A proposito di Scotti, Mancino ha anche dichiarato di ricordare l’allarme lanciato dal suo predecessore in merito a un piano di destabilizzazione ideato da Cosa Nostra contro esponenti delle istituzioni. Allarme lanciato da Scotti già nel marzo del 1992, e quindi mesi prima dalle stragi di Capaci e via d’Amelio. L’allora capo della polizia Vincenzo Parisi aveva segnalato in una circolare l’esistenza di minacce di morte per il presidente Giulio Andreotti e i ministri Salvo Andò, Carlo Vizzini e Calogero Mannino. “Quell’allarme era considerato una patacca – ha detto Mancino – e io stesso lo considero un po’ eccessivo. In seguito a Montecitorio incontrai Mannino che mi disse ‘il prossimo sono io’”. Proprio ieri a Mannino è stato notificato dalla procura di Palermo un avviso di garanzia proprio nell’ambito dell’inchiesta sulla trattativa.

Le dichiarazioni di Mancino sono entrate in contrasto anche con quelle di Claudio Martelli, ministro della Giustizia fino al 10 febbraio 1993. L’ex guardasigilli ha raccontato ai magistrati palermitani di un suo colloquio con Mancino in cui si sarebbe lamentato per attività d’indagine non autorizzate dei Ros. Il riferimento è proprio agli incontri tra Vito Ciancimino, l’allora capo del Ros Mario Mori e il suo braccio destro Giuseppe De Donno: incontri che per gl’inquirenti sarebbero alla base della trattativa. Mancino però nega di aver mai fatto parola di quei colloqui tra il Ros e Ciancimino con Martelli: “Abbiamo parlato di altro – ha detto l’ex ministro – e in particolare dell’opportunità di lavorare in sintonia, come era accaduto con il mio predecessore”.

“Emergono evidentemente delle contraddizioni nelle cose dette, dai diversi esponenti delle istituzioni sentiti. Quindi qualcuno mente” ha fatto rilevare lo stesso pm Nino Di Matteo alla fine del lungo controesame di Mancino. “Ora – ha aggiunto Di Matteo – è compito della procura e del tribunale capire come sono andate veramente le cose”. È possibile a questo punto che venga disposto un confronto in aula tra Scotti e Mannino.

Durante la deposizione di Mancino il sostituto procuratore Di Matteo ha anche esposto una relazione della Dia in cui già nel agosto del 1993 si faceva presente che “togliere il 41bis ai mafiosi significa intavolare una tacita trattativa […] È chiaro che l’eventuale revoca anche solo parziale dei decreti che dispongono l’applicazione del 41bis potrebbe rappresentare il primo concreto cedimento dello Stato, intimidito dalla stagione delle bombe.” Nel novembre dello stesso anno in effetti non fu rinnovato il regime di carcere duro a 373 detenuti. “La gestione del 41 bis – ha spiegato Mancino – non era di mia competenza ma del ministro della giustizia Giovanni Conso (successore di Martelli). Non so perché Conso abbia fatto quella scelta”.

Il presidente della corte Mario Fontana ha chiesto a questo punto come mai Mancino non abbia approfondito con Conso il motivo di quella scelta, visto che poco prima la Dia l’aveva descritta (forse per la prima volta nella storia) come il prodotto della trattativa tra la mafia e lo Stato. “Ha ragione – ha risposto Mancino – forse avremmo dovuto discuterne in consiglio dei Ministri. Non se ne è discusso. Poi uno può dare anche delle spiegazioni. Dovevamo sciogliere le Camere ed entrare in campagna elettorale.”

fonte: ilfattoquotidiano.it

24 febbraio 2012

Sarà sciolto per mafia il Comune di Barcellona Pozzo di Gotto?




Dal primo numero di questa nuova serie (come già quella degli anni ’90) i Siciliani hanno dato particolare attenzione alle vicende di Barcellona in Sicilia, un tempo isolata enclave mafiosa nel messinese ma poi rapidamente cresciuta fino a diventare uno dei luoghi nevralgici della mafia (massomafia, avrebbe detto il professore D'Urso’ nazionale.) Momenti di svolta furono la latitanza di Santapaola, la partecipazione alla strage di Capaci, l’assassinio di Beppe Alfano (che, stando sul luogo, aveva compreso molto) e altri episodi, criminali e no.
Già alla fine degli anni ’70, peraltro, la zona era frequentata da trafficanti internazionali di droga (i Cutaia), che s’incontravano in un rifugio alpino sulle montagne. Dagli anni ’90 vi fu, probabilmente un salto di qualità complessivo, in parte legato all’espansione “militare” di Cosa nostra, in parte a rapporti politici e imprenditoriali facilitati dalle locali camere di compensazione di tipo massonico, frequentate da tutto l’establishment senza distinzioni.
Tutte queste belle cose, su cui da anni lavorano le migliori “firme” di Cosa nostra, sono ben note ai cittadini di Barcellona, alcuni dei quali hanno dato vita ad associazioni – “Rita Atria”, la “Città Aperta” ed altre – per cercar di salvare la loro città.
Questi gruppi, affiancati da giornalisti capaci come Antonio Mazzeo (un redattore dei Siciliani), meritano l’appoggio più convinto di tutti i cittadini democratici e antimafiosi, per motivi che dovrebbe essere inutile spiegare.
Contro Mazzeo, contro Città Aperta, contro l’Associazione Rita Atria e contro l’antimafia di Barcellona ha invece deciso di schierarsi il principale politico locale, il già ministro e ora senatore Domenico Nania. L’ha fatto addirittura in sede parlamentare, del che – trattandosi di prassi inconsueta – ho espresso perplessità ai nostri lettori. Nania risponde con una lettera al Fatto (sul cui sito era il mio pezzo), che riportiamo appresso.

Nulla a che fare col sindaco

Da essa si evince che l’on. Nania non ha nulla a che fare con la discussa amministrazione locale, guidata da suo cugino. Si evince altresì che egli è convinto che tutte le inchieste su Barcellona sono ispirate dai suoi avversari politici (ma erano cominciate ben prima dei suoi coinvolgimenti: Mazzeo ne scrive da parecchi anni); che questi suoi avversari politici sono i nostri “suggeritori” (di cui evidentemente abbiamo un gran bisogno); e soprattutto che a Barcellona la mafia non esiste, dato che questo argomento non sembra fra i suoi principali motivi d’interesse.

Noi naturalmente torneremo su Barcellona, sperando di convincere anche l’on. Nania che trattasi (al di là di questo o quel dettaglio, e persino della locale geografia politica in cui l’onorevole ha tanta parte) di
una delle capitali di Cosa Nostra, su cui l’attenzione giornalistica non sarà mai abbastanza.
Attendiamo con un certo interesse la scadenza del 10 marzo, quando il ministero dell’interno dovrà decidere se sciogliere o meno, per questioni di mafia, l’amministrazione comunale di Barcellona, con cui l’on. Nania non ha alcuna relazione.
Un simile provvedimento, come abbiamo scritto chiaramente, è auspicato da tutti i buoni cittadini; i quali – a nostro avviso – farebbero bene a incontrarsi pubblicamente a Barcellona, verso la metà di marzo, per festeggiarlo o per richiederlo ancora, secondo i casi. È improbabile, purtroppo, che a questi festeggiamenti (o richieste) partecipi l’on. Nania, e ce ne dispiace.

SCHEDA

LA LETTERA DI NANIA
Egregio Direttore, nel blog di Riccardo Orioles si fa riferimento a una mia recente interrogazione parlamentare (A.S n.4-06576), attraverso la quale avrei, secondo Orioles, sottoposto il giornalista Mazzeo a “pressioni”. Il giornalista Orioles nel suo blog, riporta la notizia della mia interrogazione – un’attività svolta nell’esercizio del mio mandato e a difesa della verità – e la definisce appunto “un’iniziativa senza precedenti…” e allude ad una mia presunta responsabilità e volontà nel voler “censurare” il suo collega Mazzeo. Nell’interesse di una corretta e completa informazione, vorrei ricordare al giornalista Orioles che:
a) non è il sottoscritto che “si è sentito toccato dalle sue inchieste” ma l’amministrazione comunale di centrodestra nella quale mi riconosco.
b) la mia interrogazione è successiva a quella del sen. Lumia del 12 gennaio 2010 (A.S. n. 4-02499); la sua di attacco, la mia di difesa ma entrambe rigorosamente legittime. Nella mia, ho semplicemente e doverosamente analizzato, punto per punto, il contenuto dell’interrogazione Lumia e delle fonti dallo stesso ripetutamente citate;
b) il nome di Antonio Mazzeo, come fonte e suggeritore dell’interrogazione Lumia, non è una mia invenzione ma è fatto, e ripetutamente, dallo stesso sen. Lumia nella sua interrogazione e, quindi, gli addebiti di “esposizione” vanno mossi nei riguardi del senatore predetto;
c) per quanto riguarda l’articolo di Orioles a difesa del suo collega Mazzeo, valgono, come per qualunque giornalista, le regole che disciplinano i loro doveri professionali: prima accertare la veridicità della notizia e, solo dopo, scrivere.
Le “sviste clamorose” in cui Mazzeo è incorso sono ben evidenti da una lettura comparata delle due interrogazioni, mia e del sen.Lumia. (A.S. 402499 del 12/01/2010 e A.S. 4-06576 del 12/01/12).

sen. Avv. Domenico Nania

22 febbraio 2012

Pm Scarpinato: "Sorprende il consenso sociale a diffusione dell'economia mafiosa"


20 febbraio 2012

Palermo. «Le organizzazioni mafiose rispondono a una domanda sociale di beni e servizi illegali che deriva dalle persone normali e da grandi pezzi del mondo imprenditoriale. C'è un'economia deregolata con forti tassi di illegalita», fatti anche di rapporti collusivi con il mondo politico-economico, non penetra dall'esterno un virus che porta il male perchè il male già esiste«.

Lo ha detto il Procuratore generale di Caltanissetta, Roberto Scarpinato, che per anni è stato procuratore aggiunto alla Dda di Palermo seguendo le inchieste più delicate. »
Quello che sorprende è il consenso sociale alla diffusione dell'economia mafiosa, - ha aggiunto Scarpinato - perchè quando un'amministrazione comunale si vede costruire un asilo nido con un risparmio del trenta per cento sono contentissimi. Il problema è come fa quell'impresa a fare uno sconto del trenta per cento«.
»C'è un pregiudizio culturale fortissimo, la maggioranza dell'opinione pubblica europea è ancora convinta che la mafia sia una storia di piccole minoranze di criminali che operano nella malavita e che si impongono con le estorsioni e il racket. La realtà è completamente diversa. C'è un modello di imprese mafiose che ha ragioni di carattere economico, e sono le stesse ragioni del successo dell'economia mafiosa nel Nord Italia - ha detto ancora Scaprinato - Se noi continuiamo l'impostura culturale di una mafia costituita solo da personaggi come Riina e Provenzano mentre dall'altra parte c'è un mondo di persone immacolate, ci raccontiamo una storia che non ci aiuta a comprendere come combattere la mafia. La realtà della mafia è purtroppo quella di Hannah Arendt, 'La banalità del male«.

«L'impresa mafiosa - ha proseguito a Palermo a margine di un convegno sulla mafia vista dall'estero - non si impone in quei territori con la violenza, offre riduzione di costi e incrementi di profitti che sarebbe la felicità degli imprenditori stranieri.
Ad esempio, sono un imprenditore di mafia che va in Germania e voglio abbattere un palazzo pieno di amianto. Se costruisco il nuovo palazzo con lo sconto del trenta per cento i committenti tedeschi sarebbero felici. Questo è uno dei motivi che determina il successo delle economia mafiose». Scarpinato avverte quindi che «Ci troviamo di fronte a una realtà che viene sottovalutata perchè non si tiene conto che c'è una logica di mercato: c'è una fortissima domanda di beni illegali che proviene dalla società civile. Domanda forte di droga ma anche di essere umani da usare allo sfruttamento lavorativo e sessuale, quindi
le mafie offrono questi beni per i quali c'è una fortissima domanda.
Questa linea di separazione tra sporchi, brutti e cattivi e un mondo di buoni è falsa, perchè c'è un fenomeno di domanda e offerta che è alimentato dalla stessa società civile».

fonte: Adnkronos


[fonte video]

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