27 marzo 2009

Sonia Alfano su connubio mafia politica. Il coraggio delle donne.

La lotta alla mafia in Sicilia la fanno sul campo le Forze dell'Ordine insieme a qualche magistrato. Per il resto tutti ne parlano ma pochi davvero hanno intenzione di portarla avanti. Le complicità tra politica, istituzioni e mafia, infatti, sono all'ordine del giorno. Lo stesso panorama dell'antimafia è nebuloso e ne fanno parte persone che remano contro e mirano a confondere i fatti. Numerose procure, infine, sarebbero da commissariare. So che questa espressione è forte ma a Catania e a Messina, ad esempio, la situazione dell'organico è drammatica, i magistrati non hanno i mezzi per fare le indagini. In questo modo non si potrà mai fare una concreta lotta alla mafia.Il Ponte sullo Stretto non si farà mai. Credo se ne sia reso conto anche il Governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo, che fino a poco tempo fa mirava ad ottenere l'inizio dei lavori. Nei giorni scorsi Lombardo ha dichiarato “Alla Sicilia serve altro”. E si tratta di infrastrutture, ferrovie, e strade. Il Ponte da solo non ha senso. E che dire delle condizoni in cui versa la Salerno-Reggio Calabria? La risposta è sotto gli occhi di tutti. Dal punto di vista degli appalti, inoltre, il Ponte sullo Stretto è un'occasione enorme per la mafia. D'altronde, di recente la Corte dei Conti ha dichiarato che l'Italia è uno dei Paesi più corrotti d'Europa, un dato che dovrebbe mettere in allarme quanti dovranno vigilare su un investimento come quello previsto per il Ponte sullo Stretto.Vorrei aggiungere che quello siciliano è un problema anche di informazione.La trasmissione Report sul caso Catania, ad esempio, dovrebbe essere trasmessa ogni sera in modo martellante. E invece programmi di questo genere sono rari. Siamo sempre al punto precedente: in pochi hanno il coraggio di fare nomi e cognomi.In Italia c'è un gruppo minimo di persone che sta cercando di sovvertire la democrazia in modo molto sottile e subdolo. Nel considerare la vicenda di cui è protagonista Genchi, infatti, bisogna ricordarsi che le prove che ha in mano Gioacchino Genchi le hanno anche le procure e gli avvocati della controparte, perché nessuno sottolinea questo dato? Contro Genchi è stato montato ad arte un caso. Aggiungo che le perquisizioni eseguite nei giorni scorsi negli uffici e nell'appartamento di Gioacchino, a mio avviso, non cercavano soltanto i documenti relativi alle inchieste recenti ma miravano al materiale sulla strage di via D’Amelio. Qualcuno dev’essersi ricordato che Genchi sa molto sulla morte di Paolo Borsellino per aver partecipato all'inchiesta. Ma fortunatamente la testa e la memoria di Gioacchino, nessuno può sequestrarli.
SONIA ALFANO
dal sito uff. http://www.soniaalfano.it/
Articolo di: Emilio Fabio Torsello
Fonte: Periscopio
del 19/03/2009




Attilio Manca

L’urologo trentaquattrenne Attilio Manca non compare nell’elenco delle vittime di mafia. Ma troppi dettagli non quadrano nella ricostruzione della sua morte. Ai molti indizi deliberatamente trascurati dagli inquirenti, alle verifiche negate, si sovrappone l’ombra di Bernardo Provenzano, che potrebbe essere stato assistito da Attilio nell’iter di quella famosa operazione alla prostata eseguita in Francia. Ma il caso viene archiviato in fretta. Il dottor Attilio Manca, brillante e stimato professionista siciliano ritrovato cadavere a Viterbo il 12 febbraio 2004, sarebbe morto per overdose di farmaci e stupefacenti, per un arresto cardiaco. Si drogava, non è stato ucciso, non è una vittima di mafia: questa è la versione ufficiale, che non sarà facile rimettere in discussione in assenza di nuove testimonianze.
A cinque anni dalla morte del dott. Attilio Manca vi invitiamo a conoscerne la vicenda. I fatti inducono a sospettare di essere di fronte all’ennesima storia di giustizia negata. La madre e il fratello sono convinti che Attilio sia stato ucciso, per ridurlo al silenzio. E si battono per far emergere la verità.
fonte:pierorica.org






Petra Reski:"La mafia alla conquista dell'Europa".
Petra Reski è la corrispondente dall'Italia per il il settimanale tedesco "Die Zeit" ed è autrice del libro "Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi sacerdoti" in cui descrive la penetrazione delle mafie italiane in Europa.
Il suo libro è stato definito dal "Frankfurter Allgeimeine Zeitung" il migliore sull'argomento, ma per la sua pubblicazione in Germania Petra Reski ha dovuto affrontare intimidazioni e censure. Attualmente la giornalista tedesca si deve difendere in cinque differenti processi, tra cui diverse denunce per diffamazione.
Incontrata al Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia Petra Reski spiega le difficoltà che si incontrano quando si intende affrontare il tema della 'ndrangheta in Germania , dove la legislazione vigente non prevede il reato di associazione mafiosa, rendendo quel paese una meta ambita per chi intenda investire denaro sporco.
Anche la legislazione sulla diffamazione stampa tutela il diritto alla privacy, mettendo in grande difficoltà chi, tra giornalisti o forze dell'ordine, intenda indagare sugli affari illeciti.
Tra gli episodi che la giornalista racconta , il commento di un sacerdote di San Luca in Calabria che rileva come i soldi della Ndrangheta siano stati ben accolti e molto utili nella Germania dell' Est dopo la caduta del muro
di Maurizio Torrealta;
fonte:
http://www.rainews24.it/ran24/player/video.asp?videoID=12386
"La Germania accettò i soldi della 'ndrangheta dopo la caduta del Muro di Berlino"..!
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