8 luglio 2009

SE MI GUARDO ALLO SPECCHIO


di Cleophas Adrien Dioma

Questa faccia, mia. Nera. Ma forse non cosi tanto straniera. La conosco bene. Quando mi guardo allo specchio mi riconosco. Questo sono io. Non mi sento straniero. Conosco la mia storia. Quando mi chiamano con il mio nome mi giro e rispondo quasi sempre “si”. Questo sono io. Allora faccio fatica a vedermi straniero. A sentirmi straniero. Ad essere straniero. E poi davanti all’altro che non conosco non mi sento straniero. Lo sento straniero. Lui è straniero. Come credo di essere straniero per lui. Siamo tutti e due stranieri. Lo guardo e cerco di conoscerlo. Forse può essere un amico. Forse un nemico. Una persona che non conosco. Comincio cosi questa mia rubrica su Arcoris. Quando mi hanno chiesto di curare questa rubrica ho pensato: “No, sono un po’ stanco di raccontarmi”. Ho l’impressione di avere già detto troppo. Parlare di sé è sempre difficile. Parla di sé con la voce da straniero è ancora più difficile. La domanda è sempre straniero di fronte a chi? Di fronte a cosa? Perché nessuno, credo, si sente straniero. Forse siamo in disaggio perché nella nostra nuova realtà facciamo fatica per la lingua. Perché dobbiamo imparare a conoscere un’altra cultura. Perché dobbiamo imparare a interagire con gente nuova. Perché non siamo solo noi stranieri. Prendo sempre l’esempio della prima volta che vai a casa di una persona. Non la conosci bene. Lei non ti conosce bene. In quella nuova casa dove entri per la prima volta ti senti straniero. Ma non solo per la casa, ma anche per lei. Perché scoprite la casa insieme. Tu scopri la sua casa con i suoi occhi e lei scopre la sua casa con i tuoi occhi. Il disagio è sempre condiviso. Come mi comporto davanti lei? Dove mi siedo? Ho sete, posso chiedere? E lei: mangia maiale? Beve birra? Come faccio a farlo sentire a suo agio? A febbraio sono andato in Burkina Faso con Alessandro un amico di Parma. Mi sono reso conto che guardavo il mio paese con i suoi occhi. Conosco abbastanza bene il mio paese. Almeno credevo. Poi andare nelle strade di Ouaga con lui mi ha portato a guardare e vedere le cose sotto un altro punto di vista. Con una prospettiva diversa. Ho riscoperto il mio paese. Ho sempre tendenza a dire che quando venivo in Italia non pensavo di trovare italiani, ma persone. È qui che ho scoperto che erano italiani, con cultura italiana. Lingua e storia legate a questo posto che si chiama Italia. E ho scoperto che sono burkinabè. Che la mia storia è legata al mio passato. Che la mia storia è legata alla storia del mio paese. Poi si cerca di capire. Di conoscere. Di parlare. Di imparare una lingua per potere comunicare. Si cerca di capire quali sono le regole per potere rispettarle. Si lotta per avere dei diritti. Per sapere quali sono i diritti. Cosa si può fare. Cosa non si può fare. Si scopre che si è nero. Che qualcuno ti chiama straniero. Che sei extracomunitario. Escono nuove parole. Clandestino. Essere in regola, avere il permesso di soggiorno. Poi inizia la lotta. Quella di non essere più straniero ma quella che porta ad essere Cleophas Adrien Dioma, nato in Burkina Faso nel mese di aprile dell’anno 1972. Residente a Parma. Un cammino comune. Comune a tutti quelli che vivono su questa terra. Che camminano in queste strade. Che sono. Io sono. È quasi un grido: io sono. Io sono questo corpo. Sono questi piedi. Questa maniera di vivere e di pensare. Questo modo di scrivere. Questa maniera di ridere o di piangere. Questo voglia di vivere. Di essere. Questa faccia è mia. E non mi sento straniero.

fonte: arcoiris.tv
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