30 agosto 2009

Mischa Maisky: quel suono dannatamente bello”.




Con quell’aria un po’ così… tra il wandervogel di romantica memoria e lo svagato flâneur Mischa Maisky è da molti anni uno dei personaggi più originali e conosciuti sulla scena concertistica internazionale, e un suo portrait sarebbe potuto benissimo comparire, tra una visita a Jünger e una cena con Herzog, in Che ci faccio qui? di Bruce Chatwin, introducendo così ufficialmente il grande violoncellista nell’empireo degli irrequieti, degli spiriti liberi e poco inclini alla stanca routine o alla coazione a ripetere. Non a caso ama accompagnarsi a “irregolari” come lui – due nomi tra tutti: Martha Argerich e Gidon Kremer –.
Venticinquenne, nel 1973 riuscì a emigrare dall’allora Unione Sovietica. Giungendo in Israele (e diventandone cittadino) Maisky pensava di essere “tornato a casa” stizzendosi non poco allorché veniva definito un “violoncellista russo” (nazionalità che con la Lituania, dov’era nato, non avrebbe avuto molto a che fare, se non per la nefasta ingordigia di Josef Stalin), mentre nella sua prima patria il suo passaporto esibiva la patente nazionale di “ebreo”.
Passa due mesi in ospedale psichiatrico per aver cercato di evitare il servizio militare.Maisky ha dedicato la vita al suo strumento, certo, ma soprattutto alla lucida “costruzione” di un gesto esecutivo e – soprattutto – del “suono” che da esso scaturisce, e per amor di questo suono, della sua “bellezza”, ha dovuto anche sacrificare, a volte, altri aspetti della sua espressione musicale.
«A parità di strumento – afferma Maisky – quando il musicista è mediocre, il suono è quello dello strumento. Quando invece il musicista è bravo, il suono proviene dalle sue mani. E se il musicista è eccezionale, il suono proviene dalla sua mente. È il cervello che traduce in ordini per le mani la sua concezione ideale del suono. Il suono ideale si costruisce nel cuore, nell’anima, e giunge allo strumento attraverso il cervello e le mani».Certo quel vibrato è sempre generoso e sappiamo che Maisky non rinuncerà a quei climax, la cui intensità talvolta oltrepassa le soglie della tollerabilità emotiva, ma che costituiscono la cifra del nostro, fanno parte del suo Dna musicale. Ma v’è la certezza che dal suo gesto sicuro ed elegante si irradierà sempre quel suono dannatamente “bello”.

fonte: sistemamusica
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