9 settembre 2009

Adesso diranno che Massimo Ciancimino è un pazzo, un mentitore, un depistatore...

Bruno Contrada





di Sandro Provvisionato
Adesso, potete giurarci, complice una buona parte della stampa italiana, cominceranno - ma in realta' sono gia' cominciate - le manovre per far passare Massimo Ciancimino per un pazzo, un mentitore, un depistatore. Magistrati e corpi dello stato, carabinieri e servizi segreti in testa, si daranno un gran da fare per dimostrare che cio' che il figlio dell'ex sindaco di Palermo Vito, a suo tempo uomo dei corleonesi di Cosa nostra, sta rivelando ai magistrati di Palermo e di Caltanisetta e' falso. Completamente falso.

Ma cosa dice Ciancimino junior di cosi' scottante? Ascoltiamolo dalla sua voce: «Era l'autunno del 1992. Mio padre chiese a quei due ufficiali del Ros dei carabinieri che incontrava spesso, il colonnello Mario Mori e il capitano Giuseppe De Donno, le mappe di una zona ben precisa di Palermo. Sono stato io a fotocopiarle e so che, attraverso un intermediario, arrivarono al signor Lo Verde, cioe' a Bernardo Provenzano».

Come spiega in un articolo sull'Unita' del 31 luglio scorso Nicola Biondo, «le fotocopie delle mappe stradali non restarono nelle mani di Provenzano, alias signor Lo Verde, ma tornarono indietro. Sopra c'erano dei segni che indicavano un luogo preciso». «Mio padre - aggiunge Massimo Ciancimino - diede quelle fotocopie al Ros. Fu grazie ad esse che si arrivo' al rifugio di Toto' Riina».
Dunque la tanto mediaticamente decantata cattura del boss dei boss non fu opera di una brillante operazione dei carabinieri. Non ci fu alcun lavoro investigativo. Nessuna dedizione del famoso carabiniere Ultimo, alias Sergio De Caprio. Nessun pentito collaboro', tantomeno quel Balduccio Di Maggio gestito in primis dall'allora colonnello dei carabinieri Francesco Delfino, oggi imputato a Brescia per la strage di piazza della Loggia del 1974.
Riina fu consegnato da una soffiata proveniente da quell'area di Cosa nostra che riteneva troppo spinta la scelta di zu Toto' di aggredire uomini dello Stato come Falcone e Borsellino e referenti mafiosi dello stesso come Salvo Lima e Ignazio Salvo, anche loro eliminati nel 1992. Non e' mai bello citarsi, ma in un libro dal titolo Segreti di mafia, uscito nel 1994 per Laterza, scrivevo:
«Non esistono catture, nella storia dei latitanti di Cosa nostra, piu' annunciate e per certi versi piu' inquietanti di quelle dei superboss Salvatore Riina e Nitto Santapaola. Bisogna pensare ai soliti giochi truccati? Riina venduto in una riedizione degli anni Novanta del caso Giuliano?». Oggi gli interrogativi sono altri.
Quale fu il prezzo che lo Stato pago' a Provenzano per la consegna di Riina? Forse un alleggerimento nel contrasto della mafia durato fino alla cattura dello stesso Provenzano? Forse un lungo periodo di pace come quello che fu garantito a Luciano Liggio per la cattura del bandito Salvatore Giuliano?
Forse, nell'immediato della cattura, la mancata perquisizione dell'appartamento in cui viveva Riina, mancata perquisizione per la quale sono stati processati (e assolti) due uomini dello Stato come lo stesso Mori - l'uomo che Massimo Ciancimino indica come l'artefice della trattativa con suo padre - poi diventato direttore del Sisde, il servizio segreto civile e ancora una volta De Caprio, il famoso Capitano Ultimo?
E a proposito di quest'ultimo, sapeva De Caprio di prestarsi ad una sceneggiata (quella della cattura) o era inconsapevole di recitare una parte? Quel covo, in realta', doveva essere tenuto sotto osservazione per consentire la cattura di altri mafiosi, ma quando, con incredibile ritardo, fu perquisito, ci si accorse che l'appartamento era stato completamente ripulito. Chi aveva sorvegliato cosa?
Oppure il prezzo pagato dallo Stato per la consegna di Riina fu solo la protezione della latitanza di Binnu Provenzano per la quale sono sotto processo ancora una volta Mario Mori (oggi consulente del sindaco Alemanno per la sicurezza a Roma) e un altro ufficiale del Ros, Mauro Obinu?
E ancora. Chi sapeva di quella consegna di un latitante da parte di Cosa nostra? Lo sapeva il procuratore di Palermo Giancarlo Caselli, oggi procuratore a Torino, giunto nel capoluogo siciliano lo stesso giorno (il 15 gennaio 1993) dell'arresto di Riina? Quanti magistrati della procura di Palermo del tempo sapevano di questo inghippo? Lo sapeva l'attuale capo dei servizi segreti Gianni De Gennaro, all'epoca uomo di punta del settore investigativo? E l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino, oggi ai vertici del Csm, lo sapeva?
Il comando generale dell'Arma dei carabinieri ha respinto le «accuse infamanti» mosse ai carabinieri da Giorgio Bocca in un articolo pubblicato a ferragosto sull'Espresso. Nell'articolo, dal titolo Quanti amici ha Toto' Riina, Bocca si limitava a constatare cio' che e' sotto gli occhi di tutti: se davvero una trattativa, un accordo, un patto segreto c'e' stato con Cosa nostra, i carabinieri si sono sporcate le mani.
Come si difende il comando generale dei CC? Con il solito elenco dei militi caduti «a Palermo come a Monreale, a Vicenza come a Pagani, a Plati' come a Nassiriya». Come se bastasse elencare i meriti piu' tragici per nascondere, o peggio annullare, i demeriti piu' evidenti. Perche' continuare a negare che, come nella lotta al terrorismo (vedi la doppia cattura del primo pentito delle Br Patrizio Peci e la strage di via Fracchia a Genova) anche nella lotta alla mafia le forze dell'ordine - e i carabinieri in particolare - hanno a volte scelto la strada piu' facile, imboccando la via dei giochi sporchi? E' caduto uno dei tanti misteri di Palermo. Ma molti altri ne rimangono. Oggi pero' sappiamo che anche nel contrasto a Cosa nostra l'inciucio, la scorciatoia, la trattativa sono stati il motore determinante. La solita Italietta.

fonte:LaVoce delle Voci
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