20 settembre 2009

Roberto Saviano: La Chiesa che preferisce girarsi dall'altra parte

foto di Matteo Merletto



di Gianni Ballarini
(19 settembre 2009)
I migranti vengono in Italia anche per difendere i diritti che noi non vogliamo più difendere. Per questo l'ho chiamata "magia", la strana magia che si è innescata. A un certo punto, in Italia il cinismo e un certo modo di galleggiare hanno fatto sì che il diritto alla vita e a un lavoro dignitoso fossero considerati, ormai, solo un gioco per vecchi annoiati moralisti. Nelle mie terre, ci si dice che in fondo queste cose ci sono sempre state; che dire di sì non costa poi così tanto; che la camorra, come la 'ndrangheta, come gli affaristi, ci sono sempre stati; che chi ci va contro, lo fa solo perché ha un suo interesse privato. Campiamo e basta. Ecco, questo l'africano non lo permette, perché gli impedisce ciò per cui lui ha combattuto: il poter dare ai figli una casa, il sogno di un lavoro regolare e, soprattutto, la vita. «Sono venuto qui pagando col sangue. Nessuno deve osare togliermela», il suo pensiero. Gli africani immettono questa difesa del diritto nel tessuto italiano.

Poi purtroppo, c'è anche una chiesa che preferisce girarsi dall'altra parte, che ogni volta che si parla di camorra pensa che sia un modo per spaventare i fedeli. Quando il vescovo Nogaro arrivò nel casertano da Udine e nelle sue omelie citava la camorra, alcuni preti locali gli chiedevano espressamente di non pronunciare quella parola. Perché così s'infangava la povera gente. Non solo. Ma perfino un istituto religioso a San Cipriano d'Aversa è stato intitolato a Dante Passerelli, l'imprenditore riciclatore del clan Schiavone, attualmente morto. La parte combattente, sul piano morale, della chiesa affronta così una doppia lotta: una esterna contro i clan e l'altra interna con una prassi pastorale che vuole, ancora una volta, portare avanti una posizione morbida nei confronti dei camorristi.

Un prete che decide d'intraprendere una lotta del genere deve, ad esempio, essere disposto a subire anche l'oltraggio della diffamazione. Don Peppe Diana, ancora prima di essere ucciso, per il solo fatto che s'impegnava, che girava nelle scuole e scriveva documenti, veniva sistematicamente diffamato. Perché un prete che non sta nella sua stanzetta a confessare le vecchiette o a dare le caramelle ai bambini, è un sacerdote che viene visto con sospetto. Se indirizza la sua autorevolezza e la sua parola verso altro, mette paura. Soprattutto se quell'altro detiene il potere. Mi ricordo che don Peppe cominciò a denunciare il voto di scambio. Padre Puglisi, ucciso a Palermo, lo stesso.

Impegnarsi vuol dire soprattutto rischiare. Non solo la vita, ma la propria serenità. Spesso è questa la ragione che spinge un sacerdote a non agire in questi territori. Spesso quelli che meno combattono si buttano sulla spiritualità. Sono quelli che parlano molto di più alle anime e meno al corpo. E, soprattutto al sud, chi fa questo lo fa per tenersi al riparo.

I criminali poi, arrivano a centinaia in Italia. Ma nessuno è arrivato mai su un gommone. Mai. Arrivano sempre con l'aereo, sempre con dei permessi precisi, con documenti...È gravissimo dire, però, che dall'Africa partono apposta dei criminali per compiere reati in Italia. Non è così. Qualunque inchiesta condotta dall'antimafia lo dimostra. Non solo. È proprio la malavita etnica a volere che ci sia il razzismo verso la propria comunità, perché così quest'ultima s'identifica nei criminali e loro diventano gli unici riferimenti. Le mafie etniche ti forniscono documenti, permessi, lavoro, un altro nome, droga, finti matrimoni... Ti trovano una sistemazione. Se il migrante ha la possibilità d'intraprendere un'altra strada, loro perdono; se non ce l'ha, loro vincono. Lo diceva anche il vescovo Nogaro: ogni volta che c'è un giro di vite verso il migrante, si allarga la vita della malavita.

Chiunque ha la possibilità di emergere crea un senso di rancore, perché, se tu parli, mi ricordi che io non ho parlato. Vedere l'atteggiamento che hanno avuto i miei amici è stata una delle cose più dolorose della mia vita. Quando ho ricevuto la scorta, nessuno è andato da mia madre a chiedere se aveva bisogno di qualcosa.
L'ambizione. Cioè credere di poter arrivare a molte persone. Credere che le mie parole possano cambiare davvero le cose. Non ho mai voluto fare lo scrittore per vendere qualche libro e finire nelle classifiche. Volevo vendere moltissimi libri così da cambiare la realtà. E l'ambizione in questo senso mi sta salvando, per ora, perché mi permette di controbilanciare la mia sofferenza con la possibilità di parlare a milioni di persone nel mondo. Questa è una fortuna.


fonte:nigrizia.com
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