15 ottobre 2009

"Se l'Italia fosse un paese normale"..!



La ministra Brambilla dice che in Italia “il turismo è in crisi per colpa di ciò che i giornali raccontano di Berlusconi“. In un paese normale un’idiozia di questa portata sarebbe il tormentone di qualche programma di satira da prima serata in tivù. In Italia, invece, finisce nelle cronache semiserie della politica.
Il ministro Brunetta dice “basta al culturame di cineasti parassiti” ma non batte ciglio sui 30 milioni di euro di fondi pubblici buttati nel cesso per accontentare il padano Umberto Bossoli e il suo regista filo leghista Renzo Martinelli. I 400 mila euro incassati ai botteghini costituiscono l’un per cento di quanto speso.
In un paese normale un flop così sarebbe uno scoop da prima pagina a nove colonne. Sarebbe oggetto di indagini e inchieste sul percorso di tutti quei soldi con richiesta di restituzione al mittente (lo Stato, cioè noi). In Italia, invece, chi s’è visto s’è visto. Quei 30 milioni qualcuno se li sta godendo in una vita da film alla faccia dei terremotati dell’Abruzzo e dei disoccupati sui tetti delle loro aziende in liquidazione. I giornali, per accontentare gli sponsor, mettono dieci righe giusto per dire che in Brianza “alla prima del film c’erano tutti i vippetti locali armati di fazzolettino verde leghista, seduti accanto al Senatur ad apprezzare l’opera che rievoca forme ancestrali di federalismo“.
Il giudice Michele Forziati ha condannato la deputata berlusconiana Gabriella Carlucci a pagare 10.170 euro e 39 centesimi oltre agli interessi a Celestina, che per 2 anni le ha fatto da segretaria a nero negli uffici romani della sede di Forza Italia in via dell’Umiltà. Non per questioni politiche, ma per curare i contatti con la redazione del programma “Melaverde” che la Carlucci conduceva, e per organizzarle le trasferte per la trasmissione televisiva.
In un paese normale la notizia finirebbe in prima pagina e la deputata si dimetterebbe sia dal parlamento che dal ruolo di conduttrice, svergognata da uno stuolo di giornalisti al seguito che le farebbero il terzo grado. Andrebbe quindi ad iscriversi in qualche ufficio di collocamento per farsi una nuova vita. In Italia, invece, la Carlucci se la può tirare impunemente anche da condannata per essersi comportata da magnaccia e sfruttatrice di lavoro nero. Rimanendo al suo posto per sponsorizzare province inutili come la Bat.
Il ministro per gli affari regionali Raffaele Fitto sarà giudicato il 30 novembre nella sentenza del processo in cui è imputato di corruzione e associazione a delinquere, per aver incassato 500 mila euro tramite la lista “La Puglia prima di tutto” dalla famiglia Angelucci (editori del Giornale di Vittorio Feltri e Filippo Facci) affinchè questi, in cambio, avessero in appalto la gestione di una decina di cliniche senza gara pubblica. La tangente esentasse fu allungata durante la campagna elettorale regionale pugliese, in cui Fitto, da governatore uscente, perse in favore di Nichi Vendola. Fu la sua fortuna perché così finì subito in parlamento in cerca di immunità.
In un paese normale uno come Raffaele Fitto sarebbe fottuto sia da ministro che da ogni carica pubblica perché i giornali ne parlerebbero in prima pagina, con grande risalto anche in televisione.
In Italia, invece, Fitto, per beffa, continua a fare solo e soltanto il ministro degli “affari” regionali.
Il presidente del consiglio dei piduisti italiano è imputato di corruzione in atti giudiziari a Milano ma non è stato condannato in qualità di corruttore, come già accaduto per il corrotto David Mills, perché il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, checché ne dica il corruttore, firmando la porcata alfano gli ha evitato quattro o cinque anni di galera.
In un paese normale la notizia, se non ci fossero direttori minchiolini zerbini, avrebbe canonizzato tutte le televisioni e i giornali come fu per i noiosissimi funerali di papa Wojitila. Fino alle dimissioni del plurimputato corruttore, puttaniere ed evasore fiscale.
In Italia, invece, il suddetto personaggio continua a rimanere presidente del consiglio che dice al presidente della Repubblica essere di sinistra assieme a 11 giudici della Consulta. Tranne Mazzella e Napolitano, i suoi 2 amici commensali che hanno votato a favore del lodo alfano.
Antonio Di Pietro
è indagato dalla procura di Roma per vilipendio, dopo che ha bollato “vile” il comportamento di Giorgio Napolitano nell’aver firmato la legge sullo scudo fiscale.
La notizia è apparsa a tutto tondo su tutte le testate online come se fosse stato fatto saltare in aria il Vaticano. Domani sarà quasi certamente argomento di apertura di molti quotidiani. Compreso il Corsera di Ferruccio De Bortoli, lo stesso che si dice indipendente ed equilibrato ma sorvola sulla censura che il suo predecessore Paolo Mieli, esercitò nei confronti di Carlo Vulpio levandogli lo spazio per gli articoli sulle inchieste calabresi dell’ex pm Luigi De Magistris.
Ecco, a proposito di direttori equilibrati, va detto che anche il concetto di equilibrio, a questo punto, è assai soggettivo. Possiamo dire che anche l’equilibrio può essere squilibrato. La proporzione di visibilità dei casi sopra citati, messi in relazione al chiasso sollevato per il leader dell’Idv indagato, fosse tale, meriterebbe edizioni straordinarie ogni pomeriggio urlate dagli strilloni nelle città. Buon motivo che i turisti avrebbero, in tal caso, per evitare l’Italia come meta di tranquillo svago.
Ma siamo in Italia, popolata da un’oligarchia di funamboli della disinformazione che non cadono mai. Nemmeno ora che sotto di loro hanno la Rete. Che non è proprio protettiva come quella a cui siamo abituati a pensare. La “Rete” che intendo è qui. Dove scriviamo questi spunti che ci inducono a pensare per ritrovare il senso dell’equilibrio delle notizie. E per smascherare il trucco di quei parrucconi travestiti da giornalisti che Brambilla, Fitto, Carlucci e puttaniere ringraziano.
il blog di Daniele Martinelli
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