9 ottobre 2009

Sindona, Gelli, Luigi Berlusconi e la Banca Rasini




di Gianni Barbacetto

“Il mistero Sindona” riappare in versione “non censurata”. Negli anni di Craxi un editore di fede socialista aveva sfumato nomi e intrighi per non urtare il primo ministro che aveva regalato la diretta Tv a Silvio Berlusconi.

La classe dirigente di una Milano ancora “capitale morale” d’Italia è distratta e già poco incline a interrogarsi sull’odore dei soldi che scorrono silenziosamente sotto i suoi occhi. La business community è efficiente ma sbadata. Sospettosa, invidiosa e maldicente nei confronti dei nuovi arrivati, degli outsider diversi dagli uomini con le radici saldamente piantate nel potere dell’industria e della finanza del Nord. Si chiamassero Michele Sindona o, più tardi, Salvatore Ligresti, oppure Silvio Berlusconi, i nuovi arrivati sono dapprima trattati con sufficienza. Ma basta poco a farli accettare: il potere, i soldi e gli intrecci con la politica vincono ogni resistenza. Così gli outsider conquistano Milano, sempre pronta a dimenticare – in nome del potere e dei dané – non solo lo stile, ma anche la decenza.
C’erano il Sessantotto, i fermenti sociali, le bombe nere, poi il terrorismo rosso. Chi ha occhi per la silenziosa penetrazione dei soldi sporchi nella finanza italiana? Chi ha voglia di vedere l’illegalità che si mangia la politica? Così nessuno ha niente da ridire neppure del curioso successo della sindoniana Interfinanziaria S.p.a., sede a Milano, ma – lo racconterà poi una relazione di minoranza della Commissione parlamentare antimafia – venti sportelli nella depressa provincia di Agrigento che riescono a far affluire ben quattro miliardi e mezzo di lire nelle casse della società. Come? Promettendo un tasso d’interesse più che doppio di quello praticato dalle altre banche e scatenando una caccia ai depositi realizzata da promotori finanziari d’ec­ce­zione: i parenti dei mafiosi locali, assunti come ricercatori di clienti.
Senza conseguenze perfino il segnale lanciato dall’ambasciatore Roberto Gaja, che nel 1975 rifiuta di partecipare a New York a una manifestazione di italoamericani in onore di Sindona, spiegandone le ragioni in un rapporto di fuoco inviato al Ministero degli esteri a Roma. Resta inascoltato, come ricorda la sentenza di Palermo nel processo per mafia al più tenace dei suoi sostenitori politici, Giulio Andreotti, dove è scritto che “il collegamento di Sindona con la mafia italoamericana era ben presente anche all’ambasciatore italiano negli Stati Uniti”.
Senza risultato, nei primi anni Settanta, anche il durissimo rapporto della Banca d’Italia che conclude un’ispezione agli istituti di Sindona: “Irregolare, alterata o omessa registrazione di fatti di gestione; tenuta di una seconda contabilità economica riservata; riserva obbligatoria inferiore al dovuto” e “altre numerose irregolarità nel settore valutario”. Gli ispettori propongono già allora il commissariamento della Banca Unione e la liquidazione coatta della Banca Privata Finanziaria. Invece interviene la politica: Giulio Andreotti, in quel momento presidente del Consiglio, induce il governatore di Bankitalia Guido Carli a non intervenire; e resta ferma anche la magistratura (andreottiana) del Palazzaccio romano.
Sindona può continuare i suoi giochi di prestigio. Il preferito consiste nell’utilizzare i soldi dei clienti per finanziare le società del gruppo, per fare acquisizioni (come nel caso della Franklin Bank), o per altre operazioni illegali: i capitali sono parcheggiati in “depositi fiduciari” presso banche estere compiacenti e poi riversati in società estere controllate da Sindona.
In nome dell’anticomunismo tutto è possibile. Anche l’al­leanza con Cosa nostra: proprio in questo libro Sindona dice a Nick Tosches che gli Alleati, al momento dello sbarco in Sicilia, si servirono di Lucky Luciano e della mafia “per procurarsi l’aiuto necessario a sconfiggere il nemico comune”. “Il fine giustificava i mezzi”, commenta Sindona, pur esibendo un filo di distacco. Il distacco cade quando si tratta dei propri fini e dei propri mezzi. Nell’estate più calda della crisi sindoniana, il 2 agosto del 1979, il bancarottiere scompare da New York. Si fa vivo un fumettistico “Gruppo proletario di eversione per una giustizia migliore”. Comunica di avere rapito Sindona. In realtà il bancarottiere compie, fino al 16 ottobre, un rocambolesco giro da New York all’Europa, con tappa ad Atene e approdo in Sicilia. A gestire questo strano viaggio è una composita fauna di personaggi: alcuni appartengono al mondo della massoneria, altri al mondo della mafia, altri ancora a entrambi. Sindona è nelle mani di Joseph Miceli Crimi, esperto di riti esoterici e chirurgie plastiche, di John Gambino, boss di Cosa nostra americana, e di Vincenzo e Rosario Spatola, boss di Cosa nostra siciliana.
Sul “rapimento” di Sindona indagano due magistrati milanesi, Giuliano Turone e Gherardo Colombo, due segugi che contemporaneamente svolgono l’inchiesta sull’assassinio di Giorgio Ambrosoli. Scopriranno che, dietro le quinte del finto sequestro, si muove la strana compagnia massonico-mafiosa e che, dietro il killer arrivato dall’America, c’è Sindona come mandante. Ma, a sorpresa, indagando sugli amici e sostenitori del bancarottiere, faranno una scoperta inaspettata: durante una perquisizione nell’azienda di Licio Gelli, la Giole di Castiglion Fibocchi, il 17 marzo 1981 trovano gli elenchi degli iscritti alla loggia P2. Così appare finalmente chiaro il livello dei rapporti e delle connessioni che sostengono Sindona e il grado d’inquinamento delle istituzioni. Un terremoto istituzionale, una ferita ancora non del tutto rimarginata.
Molti anni dopo l’ultimo, misterioso viaggio in Sicilia di Sindona, un uomo di Cosa nostra, Marino Mannoia, racconterà che il bancarottiere aveva trascorso una parte del suo “rapimento” siciliano in una villa messa a disposizione dagli Spatola. E riferirà le confidenze che aveva ricevuto dal capo dei capi, Stefano Bontate: «Come Gelli faceva investimenti per conto di Calò, Riina, Madonia e altri dello schieramento corleonese, Sindona faceva investimenti finanziari per conto di Bontate e Inzerillo». Un altro “uomo d’onore”, Gaspare Mutolo, aggiungerà: «A Sindona erano state affidate ingenti somme di denaro da parte dei principali esponenti di Cosa nostra». Ed elenca: Pippo Calò, Stefano Bontate, Salvatore Inzerillo, Totò Riina. Dunque Sindona era diventato consulente prezioso anche della mafia palermitana di Bontate e dei suoi alleati negli Stati Uniti, che insieme avevano fatto fare a Cosa nostra il grande salto imprenditoriale ed erano diventati monopolisti del traffico dell’eroina raffinata in Sicilia e venduta in America, nel più grande mercato del mondo.
Eppure, alla domanda diretta di Nick Tosches su quali fossero le banche usate dalla mafia, Sindona si assolve, tirando invece un colpo mancino a un giovane compagno di loggia. Risponde: «In Sicilia, il Banco di Sicilia, a volte. A Milano, la piccola Banca Rasini in piazza Mercanti». Sindona non può sapere ciò che succederà nei decenni seguenti: "il figlio" del direttore generale della Rasini, come lui iscritto alla P2, dopo aver fatto i suoi primi affari con i soldi della Rasini, farà una grande carriera imprenditoriale e poi politica. Ma questa è un’altra storia.
(ndr\1970: Luigi Berlusconi, procuratore della Banca Rasini perfeziona l’acquisto di una quota di una banca di Nassau legata alla Cisalpina Overseas Bank Nassau che ha per consiglieri di amministrazione Gelli, Sindona, Roberto Calvi e monsignor Marcinkus, direttore dello Ior, banca vaticana).
Sindona è un caso perfetto dell’uomo di potere italiano, nutrito dell’ideologia, opportunamente semplificata, del Principe. Machiavelli assume come suo modello il duca Cesare Borgia, che aveva fatto dell’omicidio, della strage e dell’inganno la via per raggiungere il potere. In altre culture tutto ciò appare insostenibile, tanto che – come ricorda Roberto Scarpinato nel suo Il ritorno del Principe (scritto con Saverio Lodato) – Adam Smith “rimase agghiacciato dall’ammirazione tributata da Machiavelli a Borgia per il massacro dei suoi rivali a tradimento”. In culture diverse da quella italiana, “vincere slealmente e contro le regole è considerato oggi, a differenza che in Italia, disonorevole, e quindi meritevole di disprezzo sociale. Anche in quei Paesi sono esistiti ed esistono personaggi come i Borgia. Il punto è che costoro sono stati superati dall’evoluzione storica e civile, sicché oggi non godono di alcun consenso e sono costretti a operare nell’ombra.
“La differenza dell’Italia rispetto agli Stati Uniti e altri Paesi europei, quali l’Inghilterra, la Francia, la Germania, sembra essere l’irredimibilità di significative componenti delle sue classi dirigenti, incapaci – a differenza delle classi dirigenti di quei paesi – di transitare da una fase di accumulazione violenta e predatoria a una fase nella quale il potere sociale ed economico acquisito in passato si stabilizza e si legalizza dando vita a un ordine che rispecchia valori sociali consolidati”.
Sono passati alcuni decenni dall’avventura tragica raccontata in questo libro. Ma l’Italia, strage dopo strage, omicidio dopo omicidio, crac dopo crac, sembra essere restata il Paese dell’eterno machiavellismo, il Paese di Sindona.
“Il mistero di Sindona”, di Nick Tosches, prefazione Gianni Barbacetto, Alet Editore.
fonte: Arcoiris
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