18 ottobre 2009

ANTONIO SUBRANNI: CHI E' COSTUI?


Dal numero di ottobre della Voce, l'articolo in cui si parla del generale Subranni, l'uomo che sembra diventato, negli ultimi giorni, un personaggio chiave per capire la verita' sulle stragi del '92. Chi e' Subranni? E, soprattutto, cosa sta facendo ora sua figlia?...


CODE DI ROS
«La cattura di Riina e' «dovuta all'attivita' di una sezione del Ros col prezioso supporto dell'Arma territoriale di Palermo. Questa precisazione e' diretta a far giustizia di ogni altra diversa e contraria notizia originata da fonti interessate a sminuire il valore dell'operazione».
L'excusatio non petita e' la ciliegina sulla torta di una lunga intervista rilasciata al Corriere della sera da Mario Mori il 28 gennaio 1993, a poco piu' di dieci giorni dalla cattura del secolo, quella di Toto' Riina. «Siccome non abbiamo la palla di vetro e non siamo supermen ci siamo collegati con l'Arma territoriale a Palermo per scremare tutte le informazioni che ci potevano essere utili. L'operazione poteva durare anche un anno». Peccato che la palla di vetro ci fosse, fornita su assist dei Ciancimino, come Massimo rivela qualche settimana fa.
Un'abitudine dei Ros, la coda di paglia. Stesso copione nel corso di un'udienza dibattimentale a Milano, sul banco degli imputati i giornalisti Attilio Bolzoni e Saverio Lodato, querelati per diffamazione da Sergio Di Caprio, alias Capitano Ultimo, braccio destro di Mori nell'operazione Riina. Il mitico capitano interpretato nella fiction da Raoul Bova, si sente offeso dalla semplice narrazione dei fatti che sono seguiti alla cattura: ossia la mancata perquisizione e il mancato controllo del covo per la bellezza di due settimane (proprio quando Mori si faceva intervistare gonfiando il petto), tranquillamente ripulito dai mafiosi, addirittura ritinteggiato. «Non ho mai detto che nella cassaforte c'era un archivio di 3000 nomi», sbraita Ultimo al processo.
A questo punto, la Voce chiede all'avvocato di Bolzoni e Lodato, Caterina Malavenda, se i suoi assistiti abbiano mai scritto o fatto riferimento a tale circostanza. Mai, risponde il legale milanese. Cosa vuol dire? Spontaneamente Di Caprio ammette qualcosa di clamoroso, l'esistenza di un archivio di 3000 nomi, insospettabili, pezzi grossi, vip in qualche modo nelle mani, oppure nella disponibilita' di Cosa nostra.
Il quadro si fa chiaro. Riina e' stato venduto, e in cambio, oltre ad una pax che puo' consentire affari a tantissimi zeri, anche un enorme potere di ricatto. Cose che possono tornare utili ai nuovi politici di riferimento.
Forse quella nuova classe dirigente alla quale fa piu' volte riferimento un altro dei pentiti chiave e mafioso di peso, Salvatore Cancemi, che ad esempio parla di Berlusconi e Dell'Utri come di «personaggi che una volta al potere ci avrebbero aiutato»?
Torniamo ai protagonisti di quei giorni ancora avvolti nel mistero. Tra le pagine degli atti processuali (un'assoluzione di condanna per Mori, De Caprio e C., come spiega con chiarezza Sandro Provvisionato nei Misteri), fa capolino il nome di Domenico Cagnazzo, a quel tempo comandante dei carabinieri di Palermo, poi tornato nell'aversano, sua terra d'origine, oggi inquisito dalla procura di Napoli per una brutta inchiesta su rifiuti tossici, camorra e massoneria (documentati i suoi stretti rapporti con il plurifaccendiere Cipriano Chianese). Accusato di aver fornito ai cronisti l'ubicazione del covo alcune ore prima del blitz, in una sfilza di non so, non ricordo e di scaricabarile, alla fine il generale Cagnazzo, ora in pensione, dichiara: «Io non avrei mai dato l'ordine di riferire dove fosse il covo... si trattava del rispetto dei patti che erano intervenuti con i colleghi del Ros e con i magistrati». Trattattive, patti, e che altro?
Ma chi era al vertice del Ros in quei giorni? Chi, insomma, un gradino al di sopra di Mori? Il generale Antonio Subranni, un militare che e' riuscito a far parlare poco di se'. Tranne che in un'occasione (pressocche' oscurata dai media). Quando quindici anni prima, nel 1978, era a capo del reparto operativo del gruppo carabinieri di Palerno che coordino' le indagini per l'omicidio di Peppino Impastato. Ricorda lo storico ed esperto di mafia e camorra, Thomas Behan, autore di Defiance dedicato alla figura del giornalista ammazzato a Cinisi:
«Impastato viene ucciso nelle primissime ore del 9 maggio. A mezzogiorno viene ritrovato il corpo di Aldo Moro. Il giorno dopo il maggiore Subranni scrive espressamente in un rapporto di decesso in conseguenza di un attentato terroristico compiuto dallo stesso che aveva progettato e attuato l'attentato dinamitardo alla linea ferrata in maniera da legare il ricordo della sua morte a un fatto eclatante. Il suicidio, percio', di uno che sapeva con anticipo della morte ormai prossima di Moro, quindi uno che faceva parte della direzione strategica delle Br».
Peccato che una sentenza della Corte d'Appello di Palermo abbia in seguito accertato che il mandante dell'omicidio di Peppino era il boss Gaetano Badalamenti.
Ma Subranni ha mai subito qualche conseguenza per quella oltraggiosa indagine? Neanche per sogno. La sentenza Impastato censura il suo operato, poi il silenzio. E la carriera, che prosegue nel suo corso dorato fino ai galloni di generale. Oggi la placida pensione e un pensiero alla figlia, Danila Subranni, 42 anni, giornalista. Si fa le ossa all'ufficio stampa della Cisl, poi al Giornale di Sicilia, quindi all'ufficio stampa di Forza Italia della Regione. Oggi Danila e' la portavoce ufficiale del ministro della Giustizia, Angelino Alfano.

fonte: laVocedelleVoci
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