18 dicembre 2009

Cemento, Mafia, Calcestruzzi (SPA) e Ponte sullo Stretto un felice matrimonio 2^Parte


















Una conferma degli interessi di Cosa Nostra nella gestione delle attività relative alla realizzazione del Ponte è venuta da un altro importante collaboratore di giustizia, il messinese Gaetano Costa, che ha riferito di un incontro tenutosi a Roma intorno all’82-83 tra il suo ex braccio destro Domenico Cavò, poi assassinato, e il boss Pippo Calò, mente economica delle cosche vincenti di Palermo, “per discutere una questione concernente l’inserimento della mafia nella gestione di alcuni sondaggi geologici in vista della possibile realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina”.
Questa dichiarazione ha trovato conferme in ambito processuale, nel cosiddetto procedimento ‘Olimpia 4’, condotto contro le famiglie dei Rosmini, dei Serraino, degli Imerti, dei Condello, dei Latella e dei Paviglianiti, responsabili di una serie di episodi estorsivi e di un vasto traffico di stupefacenti nella provincia di Reggio Calabria
In quegli anni i boss dei gruppi emergenti della criminalità messinese erano “immediatamente sottordinati” ai capi storici della ‘ndrangheta quali Antonio Macrì di Siderno, Girolamo Piromalli di Gioia Tauro e Domenico Tripodo di Reggio Calabria.
La città dello Stretto è stato punto di riferimento di un vasto traffico internazionale di armi e di riciclaggio di denaro proveniente dal commercio di stupefacenti o di proventi di tangenti finite a politici, imprenditori mafiosi, funzionari pubblici, a seguito del massiccio investimento in opere pubbliche o di edilizia turistico-immobiliare, in buona parte dal devastante impatto socioambientale.
Le imprese che pagavano potevano continuare a svolgere la propria attività. Quelle che venivano dichiarate ‘insolventi’ perdevano ogni speranza di poter svolgere qualunque lavoro. (...). Questa regia occulta assicurata dalle famiglie siciliane e calabresi spiega la relativa tranquillità ‘militare’ del territorio messinese.
L’ingresso in città della criminalità mafiosa alla fine degli anni ‘60, sia stato centrale il legame dei gruppi criminali con le organizzazioni di estrema destra (Ordine Nuovo, Avanguardia Nazionale) che operavano in quegli anni a Messina grazie alle coperture di ampi settori della magistratura e delle autorità di pubblica sicurezza.
Quello che non si sapeva è che Messina ha avuto un ruolo strategico all’interno del panorama eversivo nazionale, anche grazie al fatto che in città si sviluppò parallelamente un’altissima concentrazione di logge massoniche ‘ufficiali’ e ‘deviate’
E’ stata la stessa Direzione Investigativa Antimafia a sottolineare come a Messina la massoneria potrebbe essere stata “il canale di collegamento con ambienti politico-affaristici di altissimo livello, normalmente non alla portata delle cosche tradizionali”.

Messina è forse solo una metafora di un Sud asservito ad un modello di sviluppo che ha dilapidato immense risorse del territorio, ha visto il trasferimento a Nord d’inestimabili capitali finanziari e di saperi, ha accresciuto la disoccupazione e consegnato intere aree al dominio della borghesia mafiosa.

Messina, oggi, si colloca al terzo posto, dopo Napoli e Roma, tra le province d’Italia più a rischio d’usura.

“la cultura delle inaugurazioni contro quella delle manutenzioni".

Due società armatoriali che una recente inchiesta della Procura di Messina ha provato essere state assoggettate per anni al pagamento del pizzo dalla ‘ndrangheta calabrese, in particolare dal gruppo guidato dal boss di Archi Paolo De Stefano, e dalle cosche messinesi guidate da Domenico Cavò, Salvatore Pimpo e Mario Marchese. Le dazioni annue sarebbero state di oltre mezzo miliardo di lire, a cui si sarebbe aggiunta l’assunzione di amici e parenti di uomini affiliati alle cosche.

La Caronte e la Tourist si sarebbero sottoposte silenziosamente al sistema estorsivo pur di accrescere in piena tranquillità i propri fatturati con il monopolio del trasporto di auto e tir tra Messina e Villa San Giovanni…!

Per anni si è creduto che fossero i ‘signori del traghettamento privato’ i rappresentanti locali di quei “poteri occulti” che si sarebbero opposti alla realizzazione del Ponte sullo Stretto. In realtà è stato il contrario. Con il Ponte i due gruppi armatoriali hanno tutto da guadagnare, ed in vista della sua realizzazione sono state riorganizzate società ed holding ed avviate invadenti strategie di mercato e d’immagine.
La famiglia Matacena, in particolare, ha tentato di entrare direttamente nella gestione delle opere relative all’attraversamento stabile dello Stretto di Messina, costituendo ad hoc la Società Ponte d’Archimede (presidente Elio Matacena, figlio di Amedeo senior) e brevettando il progetto di un ponte sommerso, ancorato ai fondali da una serie di tiranti metallici. Il progetto di fattibilità tecnica è stato presentato per conto delle società Saipem, Snamprogetti, Spea e Tecnomare, ha ricevuto cospicui finanziamenti da parte dell’Unione europea ed ha visto il coinvolgimento del Politecnico di Milano e dell’Università Federico II di Napoli. Tuttavia l’ipotesi di un ponte semi sommerso è stato scartato dalla Società Stretto di Messina che ha preferito l’alternativa del ponte sospeso.
Ciò non ha significato la resa finale del gruppo armatoriale e attraverso Amedeo Matacena junior, eletto parlamentare di Forza Italia nel ’94 e nel ’97, è stata intrapresa una battaglia nelle maggiori sedi istituzionali contro l’ipotesi ‘ponte sospeso’, a difesa del progetto del ‘ponte d’Archimede’. Amedeo Matacena junior è perfino giunto a scrivere direttamente a Silvio Berlusconi per chiedere di “approfondire i motivi che hanno sempre privilegiato il progetto Ponte a scapito di un tunnel collegante lo Stretto” e ad invitare, l’allora ministro dei lavori pubblici Antonio Di Pietro, a considerare “i progetti relativi al tunnel dello Stretto di Messina che costano un terzo rispetto al ponte e hanno un impatto ambientale meno dannoso”.
Gli interventi dell’ex deputato di Forza Italia non sono stati proficui e presto l’intero partito-azienda ha preso le distanze non solo dall’ipotesi progettuale del gruppo Matacena, ma perfino dello stesso Amedeo junior, non ricandidato alle ultime politiche. Hanno certamente pesato in questa scelta le gravi accuse di contiguità con la criminalità organizzata calabrese di cui è stato vittima il politico-imprenditore dello Stretto. Accuse finite al vaglio del tribunale di Reggio Calabria che nel marzo 2001 ha condannato l’on. Amedeo Matacena junior, a cinque anni e quattro mesi per associazione mafiosa e voto di scambio con le cosche. Per i giudici, è stata dimostrata “una perfetta sintonia d’intenti del Matacena sia con le cosche reggine sia con quelle delle altre aree calabresi di maggior peso criminale, dalla Piana di Gioia Tauro al cosentino” e la “rilevanza e influenza nella risoluzione di questioni interne alla ‘ndrangheta”. Nella sentenza di condanna di Amedeo Matacena, i giudici hanno descritto i rapporti “accertati sin dalla giovinezza” con il boss Paolo De Stefano, le “frequentazioni affettuose” con le famiglie Alvaro e Mammoliti e gli “interventi e l’assistenza” in sede istituzionale e giudiziaria a favore del clan Rosmini-Serraino.
fonte: terrelibere.org

continua..
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