3 dicembre 2009

“Quando piove mi affido alla provvidenza”: parole del sindaco di Messina, onorevole Buzzanca















di Gianni Lannes

Il sindaco Giuseppe Buzzanca, rieletto nonostante due gravi condanne penali sul groppone spera nel bel tempo. Se gli chiedono perché si è consentito di costruire perfino dentro i torrenti, risponde serafico: “Tranne qualche baracca, non credo che vi siano insediamenti abitativi di una certa consistenza”. Smentendo così perfino la rivista del Comune, che ha ospitato il parere di un gruppo di geologi, che hanno lanciato l’allarme con largo anticipo. Una delle cause determinanti del dissesto idrogeologico – si legge – è l’insediamento abitativo e la costruzione di manufatti all’interno degli alvei”. Tutto documentato da numerose foto. “Diciamolo chiaramente – ammette il primo cittadino – la città chiusa fra le montagne e il mare doveva pure espandersi. In caso di pioggia io mi affido sempre alla provvidenza”. In ogni caso aggiunge “abbiamo presentato alla Protezione civile una serie di progetti che purtroppo non sono stati finanziati a dovere”. Il professor Salvatore Tignino, agronomo, studioso del sistema agricolo-forestale del territorio peloritano, è uno dei rarissimi messinesi che da tanti anni denuncia inascoltato e deriso, gli scempi ambientali che vengono perpetrati in quella zona. Ci accompagna lungo alcuni torrenti. “In questa città – attesta l’esperto – si è sempre alla ricerca di superfici da edificare alla cieca. La responsabilità principale è del Comune, che ha assegnato in maniera indiscriminata le aree, soprattutto alle cooperative edilizie. Quando morirono quattro persone nel ’98, in trenta minuti caddero 45 millimetri di acqua. Circa 60 milioni di litri, dal bacino, si precipitarono con violenza verso la valle. Due anni prima c’era stata un’alluvione, per fortuna senza conseguenze mortali. Da allora non si è fatto assolutamente nulla. Nei bacini non è stata realizzata una sola opera idraulica, a monte non è stato avviato il necessario rimboschimento”. Si sale verso la montagna. “Il fatto paradossale – seguita Tignino – è che perfino il Comune in questi anni ha asfaltato i torrenti. La facoltà di Veterinaria è stata realizzata a pochi metri da un corso d’acqua. Una scuola è stata costruita sotto il livello del torrente: quando piove puntualmente si allaga”. Arriviamo a Portella Arena. Da quassù si domina una veduta straordinaria: lo Stretto, la Calabria, i colli San Rizzo. Lì sorge il bacino dove alcuni anni fa l’amministrazione municipale decise di realizzare l’ennesima discarica. “Una vergogna” – afferma l’esperto – A Messina le discariche vengono approntate nei luoghi più incontaminati e belli. Portella Arena, tra l’altro, non è adatta per ospitare una struttura del genere: sia perché vi confluiscono diversi corsi d’acqua, sia perché il terreno non è impermeabile. Nel messinese esistono superfici argillose che vengono accuratamente scartate perché appartengono alla Provincia. Chissà perché le discariche devono solo sorgere su terreni privati”. E soprattutto nei torrenti. Quali sono i rimedi? A parte il rimboschimento e la riqualificazione dei corsi d’acqua, la soluzione più urgente, secondo l’ingegner Sergio Sciacca è “la demolizione delle migliaia di costruzioni realizzate all’interno dei torrenti”. Ma per il sindaco, dentro i torrenti, non ci sono abitazioni, al massimo qualche baracca. Soverato è la punta, Messina l’iceberg. Gigantesco, visibile, eppure sommerso dai silenzi, dalle omertà, dalle complicità istituzionali. Un iceberg che potrebbe causare sciagure ben peggiori di quella appena consumata. “L’ultimo segnale è arrivato ora con una dozzina di morti sbotta Giovanni d’Arrigo, assistente sociale da una vita - Ma questo potrebbe essere solo l’inizio. Già prima bastavano poche gocce di pioggia perché molti venissero assaliti dal panico”. Qui, non c’è come a Soverato, un campeggio realizzato illegalmente sulla sponda di un fiume, ma una metà della città. Costruita a ridosso o addirittura in numerosi casi all’interno di 51 torrenti asciutti gran parte dell’anno, larghi in media una trentina di metri, che dai monti Peloritani attraversano il capoluogo e si perdono a mare. Cinquantuno torrenti che al primo nubifragio si gonfiano a travolgono tutto: palazzi, case, scuole, facoltà universitarie, campi di calcio, palestre, parcheggi, baraccopoli, discariche di rifiuti, rifugi per cani da combattimento, tralicci dell’alta tensione, cabine dell’Enel, sono stati costruiti proprio lì, in spregio a vincoli idraulici e idrogeologici esistenti da un secolo, e ai rigorosi divieti della legge Galasso, che dal 1985 impone l’assoluta inedificabilità entro 150 metri dai corsi d’acqua. “Alcuni anni fa stavano costruendo perfino una chiesa – rivela D’Arrigo – I lavori vennero interrotti per le motivate proteste degli ecologisti”. In certi punti, i muri di contenimento sono stati sfondati per facilitare l’ingresso nelle abitazioni. I risultati di questa folle corsa al cemento sono sotto gli occhi di tutti: basta un temporale di modeste dimensioni, non necessariamente un nubifragio perché in città si verifichino inondazioni, smottamenti, frane. I precedenti. La sera del 27 settembre del 1998, ad esempio, accade quello che si temeva. A Messina piove a dirotto. Nino, Maria e Angela Carità, per raggiungere la loro casa posta in prossimità del torrente Annunziata, attraversano con l’automobile la stradina ricavata all’interno dell’alveo. Pochi metri e improvvisamente vengono sommersi da una valanga di acqua e di fango. Li ritrovano il giorno dopo, Angela a valle, sotto un cumulo di terra, Maria a mare; Nino a largo di Giardini Naxos, a 60 chilometri dal capoluogo. In un’altra parte della città, la stessa sorte tocca all’extracomunitario dello Sri Lanka, Simone Fernando, travolto dalla furia del torrente Pace e da una montagna di spazzatura proveniente dalla discarica comunale di Portella Arena. Il suo corpo non sarà mai ritrovato. Soltanto dopo questa tragedia la magistratura apre un’inchiesta che non approderà a nulla. Non sulle responsabilità amministrative che hanno determinato un guasto ambientale di proporzioni gigantesche, ma semplicemente sulle cause connesse alla dinamica della tragedia. Nel caso della famiglia Carità, è stata la rottura della ringhiera di ferro – installata abusivamente dentro il torrente – a determinare la sciagura. Nel secondo caso, è stata la discarica comunale di Portella Arena – realizzata in un bacino naturale più a monte – a causare la morte dell’immigrato. Responsabili? Ignoti, come sempre.
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