13 gennaio 2010

Ignazio Cutrò sfida la mafia: perfino i fratelli evitano di incontrarlo

Ignazio Cutrò



























"Non voglio scappare, non sono io a dovermene andare".

di Susanna Ambivero

Intervista ad Ignazio Cutrò. Sfida la mafia: perfino i fratelli evitano di incontrarlo

Chi è Ignazio Cutrò? Primo dilemma da risolvere, nome quasi sconosciuto ai più e ignorato dai media che contano. Eppure la storia di Ignazio Cutrò dovrebbe essere divulgata qual esempio di comportamento civile e socialmente meritorio. Cutrò è un imprenditore del bivonese, nella provincia di Agrigento, che ha avuto la disgrazia di incrociare le sue sorti con la mafia e ha deciso di non piegarsi.

Il crepuscolo della vita “normale” di Ignazio Cutrò e della sua famiglia si può datare con precisione: 10 ottobre 1999. Quel giorno alcuni criminali hanno dato fuoco a macchinari edili della sua ditta, è stato il segnale mandato dalla mafia per richiamare l’imprenditore ad assolvere il debito nei confronti di Cosa Nostra e pagare il racket.

Cutrò decide che il prezzo non era equo e non voleva svendere la sua dignità: denuncia l’accaduto.

Seguono anni di silenzio in cui tutto sembra procedere normalmente, si prospetta finalmente la possibilità di iscriversi al S.O.A. (ndr: “Società Organismo di Attestazione”) ed ottenere quindi la qualificazione per poter partecipare alle gare d’appalto pubbliche, i soldi per concretizzare questo sogno vengono risparmiati con fatica. Ma la mafia non dimentica e Ignazio lo sa.
Ogni notte parcheggia gli automezzi davanti alla caserma dei Carabinieri di Bivona e ogni mattina li riporta in cantiere per riprendere il lavoro. La cautela non riesce però ad evitare che il 23 maggio 2006 si verifichi un altro attentato incendiario a danno di materiale della ditta. L’uomo si trova obbligato ad usare tutti i risparmi destinati all’iscrizione al S.O.A. per risarcire i danni patiti e completare i lavori che si era impegnato ad eseguire. Ogni notte che segue Cutrò la passa in auto a far la guardia al cantiere tentando di proteggere con la presenza il suo lavoro, lo fa con coraggio e incoscienza per sei interminabili mesi, neppure l’arrivo dell’inverno lo fa desistere. La mattina del 22 novembre un violento temporale blocca i mezzi nel pantano e Ignazio lavora duro per liberarli, la sera è stremato e si concede per la prima volta da mesi il lusso di dormire a casa. La mattina seguente lo raggiunge la telefonata di un collaboratore: la mafia, infame e paziente, era in agguato e alla prima occasione aveva agito: altri mezzi erano stati dati alle fiamme. Proseguono i messaggi minatori e si verificano strani furti di materiale. Il 7 maggio 2007 le minacce si fanno meno velate, Cutrò trova nel cantiere, appoggiata ad un cingolato, una bottiglia di plastica contenente liquido infiammabile con accanto 4 fiammiferi, il culmine viene raggiunto il 19 settembre quando vengono lasciati due bossoli di fucile sui sedili dell’auto di Ignazio Cutrò.

Come è successo che nella sua vita, vita di una persona come tante, padre di famiglia che lavora duro per dare un futuro ai propri cari; come è successo che in maniera devastante la mafia lo ha preso di mira?

Tutto è iniziato nel 1999 e da allora è stata una lotta continua, dico una lotta perché io e la mia famiglia ci consideriamo in guerra. Mio padre mi ha cresciuto insegnandomi a non abbassare mai la testa e a tenere la schiena dritta, alla richiesta di sacrificare la mia dignità subendo la prepotenza della criminalità organizzata ho risposto con un netto rifiuto e da allora siamo diventati un obiettivo.

Dopo tutte le lacrime e il sudore che la sua terra le ha riservato, nutre ancora verso questa terra un sentimento d’amore. Cosa la spinge a non fare la scelta più semplice: abbandonare e andarsene?

Non voglio scappare, non sono io a dovermene andare, voglio continuare a produrre nella mia terra, non fuggire spaventato come fanno gli struzzi che per la paura mettono la testa sotto terra. Io ho paura ma la testa non ho intenzione di chinarla.

Lei è vittima di mafia ma anche vittima di un sistema mafioso che tende ad isolare per vigliaccheria chi ha avuto il coraggio di tenere la testa alta. Sembra quasi che lei debba pagare per il reato di “troppa onestà”. Si sente responsabile di quanto è accaduto dopo le sue denunce?

Viviamo in un mondo strano, specialmente in Sicilia. Alle volte penso che alcune persone riescono a provare pietà per i carnefici ma non per le vittime, in una sorta di masochista sudditanza. Di sicuro non mi faccio intimidire da quello che dicono i vigliacchi, mi sentirei responsabile solo se fossi colluso con la mafia. Ma la sera, quando arrivo a casa dopo una giornata di lavoro, posso guardare i miei figli negli occhi. Sto facendo solo il mio dovere di cittadino onesto.

Come si sono comportate le istituzioni? Lei sente lo Stato al suo fianco nella battaglia che sta portando avanti?

L’arma dei Carabinieri, pur tra tante difficoltà, sta cercando di darmi la protezione migliore che i pochi uomini e pochissimi mezzi che ha a disposizione gli permette di fare. D’altronde vivo nell’entroterra agrigentino, vicino a Corleone, Villalba e Prizzi, luoghi dove spadroneggia lo zoccolo duro della mafia. Spero solo che chi ci governa si accorga di noi, di me e delle persone nella mia stessa situazione, e si ricordi delle forze dell’ordine che qui hanno bisogno di una mano per poter operare al meglio.

Qual è il dovere di una società civile di fronte a fatti come quelli che l’hanno vista protagonista?

Io, mia moglie ed i miei figli siamo rimasti soli, senza amici, senza parenti, addirittura i miei fratelli e mia sorella non li vedo da tanto tempo anche se abitano a poche centinaia di metri. Rispetto le idee e le paure degli altri ma noi siamo determinati e andiamo avanti. Questa vicenda mi ha fatto conoscere tantissima bella gente che ci sta mostrando tanta solidarietà.

Cosa è l’onore per un uomo?

L’onore è sinonimo di dignità e sottomettendosi all’oppressione della mafia la dignità si perde. A volte è difficile credere di poter resistere da soli, per aiutare chi decide di intraprendere questo difficile cammino ho fondato un’associazione antiracket “LIBERE TERRE”. Ecco il nostro motto: “Se non chiedete aiuto, nessuno vi può aiutare. Ricordiamoci che la mafia porta oppressione e povertà. Ribellatevi e non perdete il vostro onore”.

Comincia un anno nuovo: cosa aspetta dal futuro?

Ripeto spesso una frase di Giovanni Falcone: “la mafia ha avuto un inizio e avrà una fine”, e ci voglio credere. Sono sicuro che la Sicilia onesta e non omertosa distruggerà definitivamente questo cancro. Quel giorno io e la mia famiglia torneremo a vivere una vita tranquilla e civile. Come è diritto di ogni italiano libero.

articolo di Susanna Ambivero
fonte: arcoiris


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