26 gennaio 2010

L'enigma del consenso


di Umberto Galimberti

Se il problema fossero solo gli spot!

In realtà con le sue televisioni Berlusconi ha costruito un tipo di umanità fatto apposta per ubbidirgli.

Vendendo un modello di esistenza che per quelli nati 20anni fa è l’unico di cui essi hanno fatto esperienza, Berlusconi ha sostituito la scuola nei processi educativi e ha allenato tutti a riconoscere come valori: ilarità, spensieratezza, successo, consumo, attivismo, spettacolarità, sessualità soft (che io considero peggiore della pornografia), ma soprattutto ha convinto tutti che non esiste altro mondo di quello descritto in Tv.
Religione, politica, mercato, guerra, gioia, dolore, morte sono descritti lì, e da lì impariamo come si prega, come si governa, come si vende, come si compra, come si lotta, come si gode, come si soffre, come si muore, allo stesso modo di come un tempo queste cose si apprendevano dall’ambiente in cui si viveva. Oggi la televisione è il nostro ambiente. Anche quando non la vediamo, per il fatto che altri l’avranno vista, nel loro agire quotidiano sarà leggibile il loro apprendimento. Interagendo con loro, entreremo in contatto con lo schermo, che dunque è sempre acceso per la comprensione pubblica del mondo.
Oggi c’è ancora qualcuno convinto che esistano le cose al di là delle parole? Che esista un mondo al di là della descrizione del mondo? Chiamiamo questa descrizione “informazione”, ma l’informazione è una parola che non sta al suo posto, perché nel mondo dei media, l’informazione è “costruzione”. Non solo perché i grandi condottieri del mondo non esisterebbero se i media non ce li proponessero di continuo, ma perché un enorme numero di azioni non verrebbero compiute se il mezzo televisivo non ne desse notizia. Oggi il mondo accade perché lo si comunica, e il mondo comunicato è l’unico che abitiamo. Prima dei piccoli spot che interrompono i film, c’è quel grande Spot che è l’accadimento del mondo in vista della comunicazione. Non più un mondo di fatti e poi l’informazione, ma un mondo di fatti per l’informazione. Solo il silenzio restituirebbe al mondo la sua genuinità. Ma questo non è più possibile. E in un mondo di fatti che nulla contano rispetto alla loro comunicazione, non è più possibile discernere il vero dal falso, non perché la televisione mente, ma perché nulla viene più fatto se non per essere telecomunicato. Il mondo si risolve nella sua narrazione.

Questo ovviamente comporta dei rischi per la democrazia. Infatti la democrazia è il gioco dei consensi. Ma se la realtà del mondo non è più discernibile dal racconto del mondo, il consenso non avviene sulle cose che non ci sono più, ma sulla descrizione delle cose che ha preso il posto della realtà. Nella democrazia tutti possono dire la loro, cioè fare la loro descrizione del mondo. Ed in questo senso che un tempo i partiti rappresentavano le diverse opinioni della gente, i sindacati rappresentavano i lavoratori, la confindustria rappresentava gli imprenditori;

ora è la televisione a rappresentare tutte queste rappresentazioni;

ed è in questa rappresentazione di secondo grado che si descrive il mondo e si costruisce il consenso. I fatti contano infinitamente meno delle loro descrizioni, ma soprattutto i fatti sono “fatti” per la descrizione. Se chiamiamo questa descrizione lo “spot”, si comprende quanto sia inessenziale discutere se gli attimi allucinatori venduti dagli spot pubblicitari abbiano il diritto o meno di interrompere la Grande Allucinazione che è la descrizione televisiva del mondo.
Questo vuole Berlusconi con le sue televisioni. Sostituire il mondo con la “sua” descrizione del mondo.
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