22 febbraio 2010

Berlusconi: vínculos com lavador de dinheiro residente no Rio de Janeiro e a Máfia.


Articolo di Politica interna, pubblicato sabato 13 febbraio 2010 in Brasile.
[Terra Magazine (e Carta Capital)]

Il premier italiano chiude la settimana affondando in accuse di corruzione, legami con la mafia e con un mondo di ladri. Un mondo che include un finanziere residente a Rio de Janeiro considerato un riciclatore di denaro sporco a livello internazionale. Perciò Berlusconi vuole cambiare la Costituzione e creare leggi nell’ambito di una riforma già chiamata “salva Berlusconi”.

Nel mio editoriale settimanale “Fronte per la Cittadinanza”, pubblicato questa settimana sulla rivista Carta Capital, ho affrontato il tema sottoponendolo ai lettori, in quest’epoca dominata dal dio della satira. Colpisce il tentativo berlusconiano di introdurre il modello brasiliano, ossia l’obbligatorietà dell’autorizzazione della Camera per essere processato. Con questo vuole ripristinare una norma originaria della Costituzione Italiana del 1948 già revocata.

Palazzo Chigi, sede del governo italiano, si è popolato dei fantasmi portati da Silvio Berlusconi. Per esempio il fantasma del magistrato antimafia Paolo Borsellino, la cui agenda con le rivelazioni sui legami tra mafia e Stato sparì dalla sua cartella subito dopo che la mafia lo fece esplodere, nel luglio 1992, in via D’Amelio a Palermo.

Nella sua ultima intervista Borsellino parlò di Vittorio Mangano, narcotrafficante e mafioso con processi pendenti. Questo siciliano era una “testa di ponte” per gli affari sporchi della mafia nell’Italia del nord, dice Borsellino. Nonostante i precedenti, Mangano fu “assunto” da Berlusconi per “lavorare” nella sua splendida Villa di Arcore.

Secondo gli esperti, Cosa Nostra impose Mangano per controllare il milanese Berlusconi e per non essere scavalcata.

Apro una parentesi. Il senatore siciliano Marcello Dell’Utri, condannato in primo grado per associazione mafiosa e cofondatore del berlusconiano partito Forza Italia, ha ammesso di essere stato lui a segnalare Mangano, suo amico d’infanzia e conosciuto come mafioso da tutte le lupare. Inoltre Dell’Utri ha sostenuto che il già defunto Mangano si fosse preso cura “molto bene” dei cavalli di razza della scuderia di Arcore. Berlusconi, ascoltato durante il processo dal giudice istruttore Girorgio Della Lucia, ha detto di non aver mai posseduto una scuderia o dei cavalli.

Nei meandri di Palazzo Chigi questa settimana ha segnalato la sua presenza un fantasma agitato, conosciuto come Vito Ciancimino, nato a Corleone, ex sindaco di Palermo, morto nel 2002 e membro di lunga data della cupola di Cosa Nostra. Don Vito era stato il responsabile negli anni ‘90, quando era sindaco, dei colloqui tra la mafia e i politici e tra la mafia e la DC, il suo partito.

Per farsene un’idea, dopo che la mafia fece saltare in aria il magistrato Giovanni Falcone e fece esplodere alcune bombe tra Roma, Milano e Firenze, Don Vito ebbe l’incombenza di trasmettere le condizioni dell’armistizio, sotto forma di un biglietto scritto a mano (il papello) al corleonese Totò Riina, allora boss dei boss di Cosa Nostra.

Questa settimana il fantasma di Don Vito ha affermato, parlando come testimone in un’aula di tribunale per bocca del figlio e suo ex segretario privato Massimo Ciancimino (detto Ciancimino junior), che il partito Forza Italia fondato da Berlusconi,
nacque dalla trattativa tra la mafia e il futuro premier.

Alla nascita il partito ebbe come sostenitori accaniti Marcello Dell’Utri e Cesare Previti, ex deputato condannato per aver corrotto tre magistrati romani nell’interesse della Fininvest di Silvio Berlusconi. Ciancimino Jr. non è un collaboratore di giustizia. E’ stato condannato alla pena di 4 anni e tre mesi per riciclaggio di denaro sporco della mafia. Nel marzo prossimo continuerà a deporre contro il colonnello Mario Mori, accusato di aver stipulato un patto per non arrestare Bernardo Provenzano in cambio della testa di Riina.

Come si può intuire, tutti questi fantasmi rivelano: primo, i legami di Berlusconi con Cosa Nostra; secondo, uno schema di corruzione ramificato; terzo, l’edificazione di un impero finanziario sospetto; quarto, il riciclaggio di denaro sporco; e quinto, i patti con un mondo di ladri: secondo le rivelazioni del figlio, Don Vito riciclò il denaro della mafia nel primo grande investimento immobiliare di gran lusso di Berlusconi, Milano 2, che sarebbe stato eseguito con denaro di origine illecita.
Come se non bastassero i fantasmi, di fronte alla piazza di Palazzo Chigi c’è la galleria Alberto Sordi, dentro la quale la libreria Feltrinelli esibisce come record di vendite L’odore dei Soldi, sul clan Berlusconi.

Da questo libro viene fuori il nome di un finanziere residente a Rio de Janeiro che secondo le prove ha riciclato direttamente dalla Città Meravigliosa 300 milioni di dollari per conto dell’ “impero finanziario di Silvio Berlusconi”. Il “riciclatore” residente a Rio de Janeiro è lo spagnolo Juan Ripoll Mari.

Ripoll Mari, secondo quanto rivelato dal quotidiano Diário do Nordeste, segue un investimento immobiliare nel Cearà (Praia da Baleia) valutato 15 miliardi di dollari e che sarebbe nel mirino della Coaf, l’agenzia brasiliana di controllo delle attività finanziarie.
Berlusconi nega sempre tutte le accuse. Spera che il 25 febbraio la Corte di Cassazione, l’ultima istanza giudiziaria in Italia, stabilisca che la corruzione dell’avvocato David Mills (che vendette il silenzio a Berlusconi per 600 mila dollari e tacque nei processi alla Guardia di Finanza, alla polizia di frontiera e alla All Iberian) sia considerata un reato a sé stante [ossia corruzione semplice e non corruzione giudiziaria, NdT]. Se sarà così, la pena verrà ridotta e la prescrizione salverà il corruttore Berlusconi e il corrotto Mills.
Se la Corte confermerà la condanna [per corruzione giudiziaria, NdT] Berlusconi ha un piano B, ossia i disegni di legge sul processo breve, sul legittimo impedimento e sull’immunità. La sua massima scommessa è il ripristino dell’immunità parlamentare: la stessa soluzione che vorrebbe José Roberto Arruda [governatore del Distretto Federale accusato di corruzione, in carcere dall' 11 febbraio 2010, NdT] al governo di Brasilia.

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