7 febbraio 2010

La borghesia elettiva del Ponte dello Stretto

Nino Calarco




Monopolio dell’informazione e partito del cemento
Assai raramente i mass-media hanno dato voce a chi ha espresso pareri scientifici controtendenza e manifestato dissenso e perplessità sulle compatibilità socioambientali dell’opera, sulla sua fattibilità sia dal punto di vista tecnologico che sulle possibilità di reperimento degli ingenti finanziamenti necessari, e sulla dubbia vocazione occupazionale del manufatto.
La campagna stampa ossessiva del maggiore organo d’informazione di Messina e della Calabria, la Gazzetta del Sud, ha impedito il confronto tra le parti, ha avvelenato le competizioni elettorali, ha irresponsabilmente mistificato dati ed informazioni e demonizzato gli avversari.
“Preoccupata di smussare ogni angolo, generando oggettivamente una sorta di assuefazione verso i drammi regionali - scrive il sociologo Fulvio Mazza in un volume sul ruolo dell’editoria nel Mezzogiorno - la Gazzetta del Sud ha avuto un ruolo determinante di costruzione del consenso pro-infrastruttura e di cloroformizzazione delle coscienze e dei vissuti, disincentivando l’impegno sociale e politico delle collettività e dunque contribuendo al clima generale di apatia e insofferenza”. E’ stato “il giornale dei notabili che tarpa le ali a quel poco di società civile calabrese che esiste e che tenta di decollare” aggiunge Fulvio Mazza. “Da ‘giornale-ponte’ tra la Sicilia e la Calabria, è diventato il ‘giornale del Ponte’, sponsorizzando qualsiasi iniziativa e qualsiasi politico (dalla destra ai diessini di governo) favorevoli alla realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina” .
L’interventismo dell’organo di stampa a favore della megainfrastruttura dello Stretto ha ragioni antiche, risponde ad interessi economici profondi neanche tanto dissimulati. Un’azione di ‘intossicazione dell’informazione’ esercitata in pieno regime di monopolio anche grazie alla fitta rete di compartecipazioni che legano la società editoriale della Gazzetta del Sud a quelle dei quotidiani ‘cugini’ dell’isola, detentori a loro volta della proprietà di quasi tutte le maggiori emittenti televisive siciliane. Nei fatti non esiste testata nel sud Italia che non intrecci i propri azionisti con quelli del ‘giornale del Ponte’ e se poi si pensa agli accordi di mercato per la coproduzione delle pagine di politica interna ed estera con i quotidiani del Gruppo Monti (La Nazione di Firenze, Il Resto del Carlinodi Bologna, Il Giorno di Milano) o a quelli per la stampa presso le industrie tipografiche siciliane dei maggiori quotidiani nazionali, possiamo affermare che la forza monopolistica della società editoriale che sta dietro la Gazzetta del Sud è invadente quasi quanto l’’anomalia’ italiana rappresentata dal gruppo politico-economico di Mediaset.
Basterà un’occhiata alla proprietà e agli uomini che siedono nel consiglio d’amministrazione della Gazzetta per comprendere come mai il quotidiano e i suoi soci-alleati della carta stampata si siano caratterizzati per il furore nella crociata a favore di quattro immense torri ed una lunga campata di cemento armato ed acciaio che sconvolgeranno il paesaggio dello Stretto.

Nino Calarco l’Uomo del Ponte
A simbolizzare il ruolo della Gazzetta del Sud di portavoce ideologico del ‘partito del Ponte’ c’è la figura del suo più che trentennale direttore Nino Calarco, sino al dicembre dello scorso anno presidente della Società Stretto di Messina.
La sua nomina ai vertici della società cui è stata affidata la progettazione della megainfrastruttura, risale all’estate del 1990, con decreto dell’allora presidente del consiglio Giulio Andreotti, persona a cui Calarco è rimasto particolarmente legato, al punto da invitarlo, insieme all’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga, ad un importante appuntamento pubblico a Messina nella primavera del 1997.
Nino Calarco non ha mai nascosto le tendenze politiche ultramoderate ed ha ricoperto per una legislatura il ruolo di senatore della repubblica, dal 1979 al 1983, nelle file della Democrazia Cristiana. E’ la stessa ala moderata del partito a volerlo tra i propri membri nella costituenda Commissione parlamentare d’inchiesta sulla P2, presidente un’altra DC, l’on. Tina Anselmi. Eppure il quotidiano diretto da Calarco si era caratterizzato fino allora per numerosi articoli contro i giudici che indagavano sulla superloggia di Licio Gelli definiti "filocomunisti", e di cui s’ipotizzava la partecipazione ad un ipotetico 'complotto'.
Nonostante la scoperta delle liste della P2, il quotidiano siciliano continuerà a pregiarsi dei fondi e degli editoriali di alcuni giornalisti risultati affiliati, in particolare di Alberto Sensini, già capo dell'ufficio romano del Corriere della Sera, poi direttore della Nazione, dell’ex parlamentare socialdemocratico Costantino Belluscio e di Gustavo Selva (tessera P2 n. 1814), già direttore del Gr2 Rai, poi europarlamentare DC, oggi senatore di AN.
Nino Calarco dovette lasciare l’incarico in Commissione parlamentare a seguito dell’inaspettata non rielezione al Senato, nel 1983. Sette anni più tardi però, l’establishment governativo della prima Repubblica gli offrì la presidenza alla Stretto di Messina, società costituita nel 1981 dal Gruppo Iri-Italstat, dalle Ferrovie dello Stato, dall’ANAS e dalle Regioni Calabria e Sicilia.
Calarco subentrò ad un altro ex parlamentare democristiano messinese, l’on. Oscar Andò, padre dell’allora sindaco di Messina Antonino Andò; vicepresidente fu nominato Gianfranco Gilardini, in passato manager del gruppo finanziario Agnelli-Fiat, mentre ad amministratore delegato della Stretto di Messina fu insediato il dottor Baldo de Rossi (Italstat).
L'essere stato abbastanza critico a riguardo di certi atteggiamenti della società non addebitabili all'on. Andò e non solo attraverso il giornale che dirigo (...), ma soprattutto attraverso i miei interventi esterni in dibattiti, tavole rotonde, conferenze internazionali, avrà forse sensibilmente contribuito a convincere l'on. Andreotti ad accogliere la proposta in tal senso delle forze politiche siciliane e calabresi, con la neutralità delle opposizioni.
E' la spiegazione che Nino Calarco ha dato delle motivazioni della scelta fatta a suo favore dall'esecutivo. Alla fin fine, si saranno detti, scegliamo uno che ci farà conoscere correttamente i momenti progettuali. Infatti, oltre a dover rispondere al potere politico, Calarco dovrà farlo nei confronti dei lettori della Gazzetta. E i lettori, si sa, giudicano un direttore giorno per giorno. Uno che, per professione, non è mai incline, come ogni giornalista, a tenersi niente nel cassetto...”.
Né Calarco, né le forze politiche di maggioranza e d'opposizione hanno avuto mai dubbi sull'opportunità che il Presidente della Stretto di Messina abbia continuato a mantenere contestualmente la carica di direttore della Gazzetta del Sud, anzi questo è stato presentato come elemento di trasparenza pubblica e di modello per raccogliere le tendenze di giudizio dei lettori-cittadini-futuri utenti del Ponte. Peccato che il sistema abbia funzionato più da fabbrica del consenso che da supervisore dei consensi-dissensi sull’operato della Società e sulla valenza dell’iter progettuale.
Ciò non ha impedito al presidente-direttore Nino Calarco di assumere ulteriori incarichi che ne hanno rafforzato il ruolo di ‘uomo del Ponte’, cementificando gli interessi del gruppo editoriale attorno all’infrastruttura. Egli è stato prima nominato direttore della Rtp-Radio Televisione Peloritana, maggiore emittente televisiva dell’area dello Stretto, e poi presidente della Fondazione Bonino-Pulejo, azionista di maggioranza della SES-Società Editrice Siciliana, comproprietaria della Gazzetta del Sud e delle due reti televisive della Rtp. Con il risultato che oltre a poter giudicare da sé il proprio operato e quello della Stretto di Messina, Nino Calarco e il gruppo imprenditoriale a capo delle sue testate, hanno potuto estendere il potere lobbista a favore del mostro di cemento tra il mitico Stretto di Scilla e Cariddi.

La fabbrica del consenso
C’è una vicenda che è emblematica del potere di pressione politica che è stato esercitato in regime monopolistico dagli uomini della Gazzetta del Sud a favore del Ponte e della Società che lo ha progettato, nonostante il quotidiano - nelle intenzioni di Calarco - avrebbe dovuto essere l’organo ‘neutrale’ per far “conoscere correttamente i momenti progettuali”. La vicenda è emersa in occasione di un’indagine della Procura di Reggio Calabria su un presunto caso di malasanità che nell’anno 2000 ha visto coinvolti il direttore generale dell’Asl, l’assessore regionale alla sanità, alcuni politici di vertice del centrosinistra e perfino gli affiliati alla potente cosca di Mario Audino.
Secondo l’accusa, a fare da “mediatore” tra i differenti protagonisti dell’affare, il noto giornalista Paolo Pollichieni, responsabile della redazione reggina della Gazzetta del Sud: per gli inquirenti era “capace di scatenare campagne di stampa a comando e di condizionare le decisioni della giunta regionale”.
Il giornalista sarebbe stato in stretto contatto con l’imprenditore Giovanni Minniti, sospettato di collusioni con la criminalità organizzata, amministratore unico della EdiIminniti, società vincitrice di appalti per decine di miliardi accanto alla CMC - Cooperativa Muratori Cementisti di Ravenna. I contatti di Pollichieni, ritenuto la memoria storica di tutti i fatti di cronaca nera della regione, si estendevano ai maggiori palazzi del potere nazionale, compresi ministeri e l’Alto comando dei Carabinieri.
Intercettando le telefonate di Pollichieni, i giudici di Reggio scoprono le frequenti chiamate ad uno dei massimi esponenti della politica nazionale,
l'allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Marco Minniti, successivamente passato al ministero della difesa. Il politico diessino è tra i maggiori sostenitori della realizzazione del Ponte di Messina, e proprio di ponte e Società dello Stretto, gli investigatori gli sentiranno parlare con Pollichieni in più di un’occasione. Durante un incontro a Scilla il 30 luglio 1999 tra il sottosegretario e il redattore della Gazzetta del Sud, quest’ultimo telefona con un cellulare al proprio direttore-presidente Nino Calarco. “La chiamo oggi perché sono qui con Marco e la voleva salutare”. Il cellulare viene poi passato al politico diessino. Calarco e Minniti parlano di politica e dell'ex presidente Francesco Cossiga, infine il direttore si rivolge per chiedere un favore: “Senti una cosa... l'unica potenza che tu non riesci a esplicare... con questi maledetti burocrati del ministero dei Lavori pubblici... ancora questo decreto del bando non c'è!”.
L’argomento in questione riguarda un bando per il finanziamento della Società Stretto di Messina, che Nino Calarco vorrebbe che fosse acquisita dall’ANAS. Della questione il direttore dice di averne parlato direttamente con il Presidente del consiglio Giuliano Amato. “E Con Giuliano Amato come è andata?” gli chiede Marco Minniti. “Favoloso, favoloso” gli risponde Calarco. “Però il problema caro Marco è che bisogna trovare nella Finanziaria un po' di spiccioli perché io debbo chiudere la società perché non ho più una lira! ... Non è che è una grossa cifra... 4... 5 miliardi... “.
Una decina di giorni più tardi Pollichieni e Minniti si rincontrano per chiamare nuovamente il direttore Calarco. Quest’ultimo ritorna sul tema del finanziamento dello Stretto di Messina: “Marco, ti volevo segnalare due cose... primo che in questa Finanziaria... qualche cosa la dovete inserire... L'altro è che Bargone rema contro... ancora... dice che è andato da D'Alema... a dire... ma quale, il ponte sullo Stretto!”. Minniti interrompe per rassicurare il presidente: “Ho capito va boh... adesso vedo io...” .
“L'interessamento richiestomi, che io ritengo legittimo nella sostanza, non nella forma – ha spiegato Marco Minniti - era finalizzato alla concessione di fondi per il pagamento degli advisor”. “Devo precisare - ha poi aggiunto - che lo stanziamento dei fondi era stato autonomamente previsto dal ministero del Tesoro proprio per il pagamento degli advisor”. Minniti cioè, conferma di essere intervenuto istituzionalmente per perorare la causa del presidente Calarco, anche se però la decisione di pagare le parcelle ai consulenti per la progettazione sarebbe stata presa ‘autonomanente’ dall’esecutivo. “Non mi sono più interessato della questione Ponte sullo Stretto di Messina – ha concluso - ma ritengo che con l'approvazione della Legge finanziaria sia stato concesso il finanziamento necessario al pagamento degli advisor”.
La pubblicazione sul settimanale Panorama degli stralci delle telefonate tra il giornalista Pollichieni, il direttore Calarco e il sottosegretario Minniti e le implicite conferme dell’azione di lobbing sul governo degli uomini della Gazzetta del Sud non sono stati sufficienti a sollevare in sede parlamentare l’evidente conflitto di interessi del presidente della Stretto di Messina. Diversamente è successo due mesi più tardi, quando nel corso di un’intervista ai giornalisti Rai di ‘Sciuscià’, il sen. Calarco, nel rispondere sulla possibilità d’infiltrazione criminale nella realizzazione del Ponte arrivava a dichiarare:

" Se la mafia fosse in grado di costruire il Ponte, benvenuta la mafia”!

Il Ponte prima di tutto, perfino al di là dei confini della legalità e dei comuni valori di giustizia. Stavolta insorsero i parlamentari di Verdi e Rifondazione e alcuni Democratici di Sinistra e furono chieste le dimissioni di Nino Calarco dalla carica di presidente della Stretto di Messina. Il conflitto però durò appena qualche giorno. Il governo decise di non revocare l’incarico e Calarco rifiutò di dimettersi limitandosi a dichiarare all’Ansa di essersi “pentito di aver detto e fatto registrare quella frase” pur respingendo “con fermezza, la interpretazione capziosa e strumentale che ne è stata fatta”. “Se gli onorevoli interroganti non sono riusciti a percepire il senso della mia provocatoria affermazione – aggiunse - significa che abbiamo raggiunto il massimo dell'incultura. Non mi resta che ripetere la famosa frase di Aldo Moro ‘ma quanto sono noiosi’” .
Il Calarco pensiero sul possibile rapporto mafia-Ponte è certamente più che singolare e lo dimostra quanto affermato in occasione di un recente Festival dell’Unità a Messina (ottobre 1999). “Il ponte è stato contrastato dai ‘poteri forti’ – ha denunciato il direttore della Gazzetta del Sud, pur astenendosi dallo specificare chi e come si nasconderebbe dietro questi ‘poteri’. “Anche la mafia non vuole il Ponte e non vuole controlli sullo Stretto, come dimostrano i venticinque anni che non sono bastati per attivare il sistema radar Vts che farebbe scoprire tutti i traffici illeciti che vi si consumano, a partire dal contrabbando". Per Calarco in pratica, la criminalità organizzata ha tutto da perdere con la realizzazione della megainfrastruttura. La militarizzazione del territorio che ne deriverebbe, impedirebbe la realizzazione dei traffici che si realizzano nello Stretto. Peccato che di questi traffici la Gazzetta del Sud non sia mai stata prodiga d’inchieste e di denunce.

La Fondazione, il Ponte ed altro ancora
Nino Calarco oltre ad aver ricoperto contestualmente il ruolo di direttore delle maggiori testate giornalistiche e televisive dell’area dello Stretto, presiede la Fondazione Bonino-Pulejo, espressione di uno dei più agguerriti gruppi politico-economico-imprenditoriali locali che ha convertito le proprie attività ‘benefiche’ a strumento di propaganda a favore della fattibilità dell’”ottava meraviglia del mondo”, il Ponte sullo Stretto di Messina.
La Fondazione prende il nome dai coniugi Uberto Bonino e Maria Sofia Pulejo, entrambi scomparsi, fondatori della Società Editrice Siciliana e della controllata Gazzetta del Sud. Una rapida occhiata alla biografia del cavaliere-industriale Uberto Bonino per comprenderne l’importanza nella recente storia del capoluogo dello Stretto. Figlio di un ammiraglio della Regia Marina, Bonino acquisì un ingente patrimonio finanziario grazie alla produzione e alla distribuzione della farina per conto del Comando Alleato sbarcato in Sicilia nel 1943, le stesse attività che consentirono ad un oscuro avvocato di provincia, Michele Sindona, a sperimentare le proprie doti affaristiche.
Alla fine della seconda guerra mondiale, Uberto Bonino fece ingresso in politica, fondando a Messina il partito liberale con il massone Gaetano Martino, futuro ministro degli esteri. Bonino venne eletto con il PLI nella costituente del 1946; poi fu riconfermato alle politiche del 1948. Transitato nelle file del partito monarchico, venne rieletto alle tornate del ’55 e del ’58. Dopo un breve ritiro dalla vita politica attiva, Bonino si ricandidò con successo nel ’72 con l’MSI alle elezioni per il rinnovo del Senato.
L’attività politica si alternò con quella di imprenditore e di filantropo; dopo una presidenza ventennale della Banca di Messina, istituto di cui Bonino ha detenuto un pacchetto di minoranza sino all’avvento di Michele Sindona, il cavaliere fondò la SES - Società Editrice Siciliana e nel 1973 l’omonima Fondazione, che nei disegni del senatore-editore doveva trasformarsi innanzi tutto nel centro propulsore delle attività didattiche e di ricerca dell’Università di Messina.
Oggi, la Fondazione Bonino-Pulejo è la principale entità finanziatrice delle attività didattiche e di ricerca dell’Università e di quelle culturali dell’Opera universitaria.
Vengono finanziate borse di studio, specializzazioni, ricerche, seminari e corsi di laurea brevi; la Fondazione ha istituito persino un Centro per il trattamento dei neurolesi in consorzio con l’Ateneo di Messina e la locale facoltà di Medicina. Per sottolineare il grado di coesione esistente tra la grande impresa editoriale meridionale e l’università, lo statuto della Fondazione prevede la presenza di diritto nel proprio consiglio d’amministrazione dei Rettori vecchi e nuovi dell’Ateneo e dell’amministratore della SES-Società Editrice Siciliana.
L’occupazione dell’Università da parte della Fondazione è un processo che è proseguito anche in questi ultimi anni segnati dal “rinnovamento nella legalità” voluto dal nuovo rettore Gaetano Silvestri, dopo lo scoppio del ‘caso Messina’ e della scoperta del dominio dell’Ateneo da parte delle cosche di ‘ndrangheta. Di questo bisogna dare atto alle capacità di coinvolgimento trasversale del direttore-presidente. E’ innegabile che con la guida assunta da Nino Calarco, la Fondazione Bonino Pulejo è riuscita ad allineare fedelmente docenti e ricercatori al grande ‘partito del Ponte’, con la conseguenza che l’Università di Messina è mancata ai suoi doveri istituzionali di analisi sui possibili impatti socio-ambientali, e peggio, nella ricerca di strategie alternative di sviluppo economiche per l’area dello Stretto.
Troppo spesso, così, uno dei maggiori atenei del Mezzogiorno ha legato la propria immagine al sogno progettuale della megainfrastruttura. Nel settembre del 1994, ad esempio, le Università di Messina e Reggio Calabria insieme alla Fondazione Bonino Pulejo e al Consorzio dell’Istituto Superiore dei Trasporti di Reggio Calabria hanno organizzato un convegno internazionale sui trasporti nell’area dello Stretto in cui i relatori, tutti, si sono detti favorevoli alla realizzazione del Ponte.
Significativamente a concludere i lavori, è stato chiamato il direttore della Gazzetta e presidente della Società Stretto di Messina Nino Calarco.

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