8 febbraio 2010

Mi manda Picone..
















Chi ti manda?


Il problema non è la “raccomandazione” che alcuni, per sentirsi più puliti, chiamano “segnalazione”. Forse in una società di massa e anonima come la nostra dove più nessuno conosce nessuno e dove il 110 e lode lo prende anche chi poi, nel suo lavoro, farà danni per tutta la vita, “segnalare” o “raccomandare” non è di per sé disdicevole. Disdicevole è invece che il “segnalato” o il “raccomandato”, quando ha occupato un posto di lavoro anche se inefficiente o addirittura dannoso, venga mantenuto in quel posto per via della raccomandazione. Se invece lo si allontanasse e si facesse sapere a chi l’ha raccomandato che le sue segnalazioni non verranno più tenute in conto, la situazione migliorerebbe di molto e la pratica della raccomandazione perderebbe rilevanza.
Nel segnalare e nel raccomandare si incontrano infatti una dimensione “soggettiva”, che è l’ansia della famiglia di vedere i propri figli a posto, e una dimensione “oggettiva” che è quella dell’idoneità e capacità di quei figli a occupare quel posto. Le due dimensioni non collimano mai. E se posso giustificare l’ansia dei genitori e dei figli che cercano una raccomandazione, non giustifico l’inamovibilità dell’assunto come effetto della raccomandazione. Perché questo significa il collasso della società civile, che funziona solo se si attiene a regole oggettive, e il prevalere del regime familiare, che funziona dove la società civile non si è ancora formata, e i rapporti “di sangue” hanno la meglio sui rapporti oggettivi.
In Italia il regime delle conoscenze prevale sul regime oggettivo, e questo è un segno del basso grado di civiltà della nostra convivenza. Ma il peggio è che la segnalazione non avviene in modo esplicito, come nei paesi del Nord Europa con chiare lettere di presentazione, ma in quel modo equivoco e sussurrato a bassa voce, dove non si capisce mai se si segnala qualcuno per il suo valore o, attraverso quella segnalazione, quel che si sottintende è uno scambio di favori, dove il qualcuno segnalato c’entra solo come merce di scambio. Chi è davvero di valore, solitamente emerge, perché nessuno butta via chi gli serve. Ma di valore bisogna davvero essere e non credere solo di esserlo. L’autovalutazione non è mai un criterio di verità.
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