12 febbraio 2010

Quando l'antimafia e' sociale



di Tonio Dell'Olio - 6 febbraio 2010

Parlando di antimafia sociale, Gian Carlo Caselli non manca di citare quanto dichiarò il boss Pietro Aglieri nel corso di un interrogatorio condotto da Alfonso Sabella, magistrato siciliano:

“quando voi venite nelle nostre scuole a parlare di legalità e giustizia, i nostri ragazzi vi ascoltano e vi seguono.
Ma quando questi ragazzi diventano maggiorenni e cercano un lavoro, una casa, assistenza economica e sanitaria, a chi trovano? A voi o a noi?”.

La presenza di Libera a Strada Facendo è condensata in queste “parole di boss”. Di uno, cioè, che ha compreso sin dall’inizio e in profondità l’importanza della presenza dello Stato nel garantire diritti e servizi. Quella presenza costituirebbe una vera minaccia per le cosche e le famiglie malavitose. Uno stato sociale che funziona, sottrae terreno alle mafie e ne rende più difficile l’espansione. In troppe storie di giovani che hanno finito per affiliarsi ai clan, abbiamo dovuto constatare che lo Stato si era fatto presente nelle loro vite più con la divisa del poliziotto che con la presenza dell’operatore sociale, più con la repressione che con la rete delle politiche di prevenzione. Almeno per queste ragioni le politiche sociali costituiscono l’anima dell’antimafia sociale e la vera sfida per un contrasto più efficace al dilagare dell’azione mafiosa. Politiche sociali che, accanto al beneficio immediato della risposta a un bisogno concreto della persona, hanno l’effetto lungo di aprire varchi di fiducia tra il cittadino e la comunità.

Dice Erri De Luca che: “Legalità è il patto di lealtà che l’individuo stipula con la comunità cui sente di appartenere”. Nelle storie di disagio giovanile che abbiamo incrociato non c’era una sorta di innata refrattarietà alle leggi, quanto una mancanza di vicinanza da parte dello Stato che spesso veniva sostituita da un’attenzione da parte del boss della zona e della sua organizzazione. Per quale ragione un giovane e la sua famiglia avrebbero dovuto obbedire alle norme di uno Stato assente rispetto alla fatica di arrivare alla fine del mese, che gli nega un lavoro dignitoso, che non lo soccorre di fronte alla disabilità della propria figlia, che fornisce risposte fredde quanto la burocrazia davanti al figlio che imbocca la strada delle dipendenze, che gli riserva la visita medica importante a distanza di un anno e mezzo dalla richiesta? La latitanza della fitta trama delle politiche sociali di prossimità e prevenzione, di sostegno e promozione, costituisce la ragione prima della sfiducia nei confronti dello Stato e della mancanza di fiducia nella politica. All’assenza di responsabilità delle istituzioni nei confronti dei cittadini corrisponde specularmente la mancanza di responsabilità dei cittadini vero le istituzioni.

Il paradosso della criminalizzazione di alcune forme di povertà, il mancato riconoscimento di profili di svantaggio sociale e le politiche di esclusione, spingono verso la periferia della vita sociale una folla di persone in cerca di riconoscimento della propria dignità. Appare assolutamente plausibile che quella folla si leghi a chi, strumentalmente o realmente, risponde ai loro bisogni.
Occorre ridisegnare una composita rete delle risposte rispetto alla mappa dei bisogni che purtroppo ci viene sollecitata anche dalla cronaca quotidiana. È questo il sale dell’antimafia sociale.

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