4 marzo 2010

L'Iran spegne lo sguardo di Panahi, arrestato il regista anti-regime


Stava girando un documentario sulle manifestazioni

di Hamid Ziarati

Le notizie che giungono dall’Iran sono sempre più inquietanti e gli arresti che si susseguono non lasciano il tempo sufficiente per festeggiare le liberazioni con la condizionale appena avvenute dopo lunghissimi periodi di detenzione e di tortura, ed è così che nell’indifferenza generale dell’occidente e della maggior parte della sua classe politica e intellettuale si assiste impotenti a quanto viene prevalentemente denunciato sul web che è, e resta, l’unico mezzo d’informazione per far la fredda conta quotidiana dei morti ammazzati e degli imbavagliati in un paese in rivolta.

La notizia dell’arresto dell’amico e regista Jafar Panahi, di sua moglie e di sua figlia, e dei suoi quindici ospiti, tra cui alcuni noti registi e operatori, avvenuto in casa sua la notte tra lunedì e martedì da parte dei servizi segreti, è però una di quelle notizie che non può e non deve passare inosservata. Stiamo parlando di un artista che grazie alla sua bravura e al suo sguardo lucido e disilluso sulla società iraniana è riuscito a sorvolare i confini nazionali e a ottenere i più alti riconoscimenti internazionali, vincendo prestigiosi premi tra cui il Leone d’Oro a Venezia, il Premio della Giuria al Festival di Cannes, l’Orso d’Argento a Berlino e molti altri premi ancora.

Inoltre Panahi è il regista che grazie alla sua attività di denuncia, scegliendo di vivere e realizzare tutti i suoi film in Iran malgrado il divieto di lavorare impostogli da parte del regime della Repubblica islamica e le proficue proposte dall’estero che gli giungono ormai dall’inizio della sua attività, è riuscito a realizzare le sue opere più o meno in clandestinità con una serie di stratagemmi geniali per aggirare il ministero della Cultura, ovvero il ministero della Censura, e già solo per questo merita tutta l’attenzione e la solidarietà del mondo culturale e democratico. E proprio il tentativo di girare un documentario sulle proteste contro il regime gli sarebbe costata la libertà.
Panahi ha l’onore e la frustrazione di un artista che è costretto a vedere tutti i suoi film sul grande schermo solo fuori dai confini iraniani, ma questo non l’ha mai portato a piegarsi alla volontà del regime di fargli abbandonare l’attività oppure l’Iran per lavorare altrove, come lui stesso ha affermato in una lettera aperta al popolo iraniano scritta in ottobre assieme all’attrice Fatemeh Motamedarya e al documentarista Mojtaba Mir Tahmasb, in seguito al ritiro dei loro passaporti all’aeroporto di Teheran, mentre erano diretti all’estero per assistere a una rassegna cinematografica: “Noi siamo iraniani e ognuno di noi ha un solo passaporto. Un passaporto iraniano su cui è inciso lo stemma della Repubblica Islamica dell’Iran. I nostri passaporti sono stati requisiti all’aeroporto . In questi ultimi 30 anni abbiamo lavorato nel settore cinematografico e grazie alle nostre opere siamo stati i rappresentanti della cultura e dell’identità iraniana nel mondo. Nessun governo ci ha concesso quest’onorificenza e nessun governo può togliercela. Noi ci siamo ispirati alla cultura del nostro paese e l’abbiamo mostrata al mondo intero. Però, ora, non ci è concesso di superare i confini del nostro paese; non ci lamentiamo! Non conosciamo nemmeno le motivazioni e le accuse, ma non ci lamentiamo nemmeno per questo. Però, vorremmo continuare a rimanere dei cineasti iraniani indipendenti. Durante tutta la nostra vita artistica avremmo potuto ottenere passaporti di altre nazionalità, ma abbiamo sempre desiderato e voluto essere e rimanere iraniani. Il governo ha il potere di impedirci di oltrepassare i nostri confini nazionali; ma vorremmo ricordargli che le nostre identità non dipendono dai nostri passaporti , anche senza il passaporto noi siamo iraniani”.

In una delle ultime telefonate Panahi mi ha confessato d’essere sull’orlo di una crisi di nervi, non solo perché è prigioniero in casa e quando è fuori casa ha sempre qualcuno alle spalle che lo insegue e lo controlla, non perché gli hanno ritirato il passaporto per impedirgli di far vedere all’estero ciò che in Iran non può far vedere, non perché è stato arrestato mentre assisteva alla veglia funebre di Neda al cimitero di Teheran (non era la prima volta, aveva già avuto seri problemi quando era corso all’aeroporto di Teheran nel 2003 per accogliere Shirin Ebadi di ritorno in Iran dopo avere ritirato il Nobel per la Pace), non per gli snervanti interrogatori ai quali è costretto a sottoporsi settimanalmente, ma per l’impossibilità di girare film e raccontare storie. Storie che servono prevalentemente a noi in occidente per comprendere quanta ferocia si compia in nome di un Dio che da tempo ha abbandonato l’Iran e gli iraniani e per continuare a rimanere insensibili di fronte alle sofferenze di una intera nazione.

Speriamo che il suo arresto serva almeno a svegliare la coscienza di tutti coloro che in Italia si ritengono intellettuali, democratici e a favore della libertà d’espressione e che in questo momento decisivo per l’Iran invece di agire preferiscono sonnecchiare nel tepore dell’indifferenza e del menefreghismo in attesa di tempi migliori.
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