31 marzo 2010

Roberto Saviano: Così le parole cambiano il mondo.



di Roberto Saviano
Spesso mi si chiede come sia possibile che delle parole possano mettere in crisi organizzazioni criminali potenti, capaci di contare su centinaia di uomini armati e su capitali forti. E come è possi bile — questa domanda mi viene ripetuta spesis simo, soprattutto all’estero — che uno scrittore possa mettere in crisi orga nizzazioni capaci di fat turare miliardi di euro l’anno e di dominare ter­ritori vastissimi?

È complicato dare una sola risposta e, in verità, l’unica risposta che mi viene in mente, la più plau sibile è che sia proprio la diffusione della parola a mettere paura. Non è lo scrittore, l’autore, non è neanche il libro in sé, né la parola da sola, che riesce ad accendere riflettori e per questo a met tere paura. Quello che realmente spaventa è che si possa venire a conoscenza di determinati eventi e, soprattutto, che si possano finalmente intravedere i meccanismi che li hanno provocati. Quel che spaventa è che qualcuno possa d’improvviso avere la possi­bilità di capire come vanno le cose. Avere gli strumenti che svelino quel che sta dietro. E soprattutto avere la possibil ità di percepire determinate storie come le propriestorie. Non più come storie lontane, non più come vicende geografica­mente distanti, ma come facenti parte della propria vita. Allora ciò che più temono le organizzazioni criminali non è soltanto la luce continua che gli viene posta addosso, ma soprattutto che migliaia, forse milioni di persone in Italia e nel mondo, possano sentire le loro vicende e il loro destino come qualcosa che riguarda tutti.

Qualcuno può credere che questa sia una visione troppo mediatica e quindi dis­tante dalla realtà. Ma non è così. Molti episodi dimostrano che l’attenzione, anche degli intellettuali e degli artisti, data alle orga nizzazioni criminali e a quello che accade intorno a loro ha realmente cambiato le cose e il destino di molte persone.

La storia di Giuseppe Impastato, giornalista ucciso a Cinisi in Sicilia nel 1978, ne è un esem pio. Quando Impastato fu ucciso, l’opinione pub­blica venne inconsapevolmente condizionata dalle dichiarazioni che proveni­vano da CosaNostra. Che si fosse suicidato in una sottospecie di atten tato kamikaze per far saltare in aria un binario. Questa era la versione ufficiale, data anche dalle forze dell’ordine. Poi, dopo più di vent’anni, esce un film, I cento passi, che non solo recupera la memoria di Giuseppe Impastato — ormai con servata solo dai pochi amici, dal fratello, dalla mamma — ma, addirittura, la rende a tutti, come un dono. Un dono allo stato di diritto e alla gius tizia. Questa memoria recuperata arriva a far riaprire un processo che si chiuderà con la con danna di Tano Badalamenti, all’epoca detenuto negli Stati Uniti. Un film riapre un processo. Un film dà dignità storica a un ragazzo che invece era stato rubricato come una specie di matto suicida, un terrorista.

È successo per molte persone. Pippo Fava, giornalista de I Siciliani, una rivista che stava dando molto fastidio a CosaNostra, viene ucciso mentre sta andando a prendere la nipotina a teatro. Gli sparano in testa, lo sfregiano. Gli omicidi delle organizzazioni criminali hanno sempre una sin tassisimbolica. Sparare in faccia, per esempio, ha un significato diverso rispetto a sparare al petto. A Pippo Fava lo sfregiano, gli sparano alla nuca e pochissime ore dopo iniziano a dif­fondere la notizia, che poi diventerà la versione ufficiale nella società civile catanese — o forse bisognerebbe definirla incivile — che era stato ucciso perché “puppo”, ovvero omosessuale, come dicono in Sicilia. Per ché aveva messo le mani addosso a dei ragazzini fuori dalla scuola. Si erano inventati questa balla per delegittimarlo, per suscitare fastidio al solo pronunciare il suo nome. Per suscitare quella sensazione di diffidenza nelle persone, che trova terreno fertile in simili circostanze.

Chiunque si occupi di mafie sente questa melma intorno a sé: la melma della diffidenza. Io ci con vivo da anni; dal primo giorno. Va di pari passo con la mia quotidianità sentire diffidenza, soprat tutto quella degli addetti ai lavori, infas­tiditi spesso per il solo fatto che sei arrivato a molte per sone. Questo, soprat­tutto, a intellettuali e giornalisti non torna. “Come mai sei arrivato a tante per­sone?” In un Paese dove chi arriva a tanti spesso è sceso a patti con qualche potere o ha scelto di compromettere le proprie parole. “Dove hai tradito? Dove ti sei venduto? Con chi ti sei alleato?”. Il cinismo degli addetti ai lavori è sempre questo: arrivare a un pubblico vasto di let tori, di ascoltatori, di osservatori, sig­nifica tutto sommato accettare i codici più bassi, più biechi della comunicazione.


La parola con tro la camorra
Ebbene, le organizzazioni criminali non sono tanto diverse nel valutare e nel dele gittimare i pro pri nemici. Le organizzazioni criminali hanno neces­sità di portare avanti un assioma: chi è contro di noi lo fa per interesseper­sonale. Chi è contro di noi sta diffamando il territorio, perché noi non esistiamo come loro ci raccon­tano. Chi è contro di noi è pagato da qualcuno per essere contro di noi. E, nella migliore delle ipotesi, sta facendo carriera personale su di noi.

Le parole, quando arrivano a molte persone, quando raccontano di certi poteri, diventano assai pericolose. Assai pericolose perché il rischio è che a difenderle debba essere il tuo corpo, il tuo sangue, la tua stessa carne. È successo a moltissimi scrittori, a moltissimi giornalisti.

L’Italia ha una caratteristica che in genere, quando raccontano di noi, non viene ripor­tata: l’Italia è un Paese cattivo. Molto cattivo. Per ché è un Paese dove è difficile realizzarsi, dove il diritto sembra un privilegio.

La storia dell’antimafia spesso è una storia di enormi cattiverie e quando me ne rendo conto non riesco a capire come sia possibile, di fronte a delle vicende tragiche e tutto sommato chiare. La morte di don Peppe Diana, per esempio. La morte di un uomo, un ragazzo, ammazzato poco più che trentenne, sul cui conto, per anni, si è detto di tutto. Che fosse stato ucciso per presunte relazioni con delle donne, che avesse collaborato con un clan. Che era morto perché anche lui col luso e non per ché aveva scritto un documento, Per amore del mio popolo non tacerò, che aveva dato molto fastidio ai poteri criminali. In quel doc­umento, don Diana, segnalava la strada che avrebbe seguito in quanto prete di Casal di Principe. Lì dichiarava quale fosse il compito di un prete in quelle terre, cioè raccontare, denunciare e, appunto, non tacere.

La morte, così, diventa la garanzia che ciò che hai detto e fatto è vero, o quan­tomeno che ci hai creduto sino in fondo. Questo mio è un ragionamento difficile da capire e mi rendo conto che chiedo uno sforzo enorme a chi mi sta leggendo. Però è uno sforzo che vale la pena fare per capire come funzioni il meccanismo della parola. Anna Politkovskaja, scrittrice e giornalista russa, viene uccisa e il giorno stesso della sua esecuzione il marito dichiara di provare, oltre a un pro­fondo dolore, anche un sentimento di serenità, quasi di sollievo. Stupisce tutti. Perché seren ità? Per ché sollievo? Com’è possibile? “Perché so”, spiega lui “che almeno con la morte non potrà più essere diffamata”. Pochi giorni prima che Anna morisse, ave vano tentato di sequestrarla, per narcotizzarla e farle delle foto erotiche da diffondere sui gior nali di gossip. Di fronte a una delegitti­mazione del genere puoi invocare solo la morte. Chi lavora con le parole, con le parole che spaventano certi poteri, sa benissimo che quegli stessi poteri non pos­sono consentire che tu abbia con temporaneamente autorevolezza e vita. O l’una o l’altra. Se hai la vita non hai l’autorevolezza, se hai l’autorevolezza non hai la vita.

Tantissimi scrittori e magistrati si sono trovati nella necessità di dover scegliere. Io stesso ho avuto a che fare, in questi anni, con molti magistrati che hanno affrontato la paura, il terrore di dover morire ma ancor più di essere delegittimati. Come si può salvare la parola da questa terri bile doppia con­danna? Facendo sì che non appartenga più a una singola persona. La parola, se smette di essere mia, di altri dieci, di altri quindici, di altri venti e diventa di migliaia di persone, non si può più dele gittimare, per ché anche se si delegittima me quelle parole sono già diven tate di altri. E se anche si dovesse eliminare fisi­camente la persona che per prima le ha pronunciate, sarebbe comunque troppo tardi.

So bene che si rischia di essere tacciati di eccessivo roman ticismo se si pronun­ciano espressioni come “parola usata da molti”, “parola contro il potere”. Ma sono convinto che far diventare conc reta una parola significhi innanzitutto con sentirle una piena realizzazione nel quo tidiano. E affinché la parola diventi realmente efficace contro le mafie non deve concedere tregua. Il grande sogno che hanno alcuni scrittori è quello che le loro parole possano mutare la realtà, che le loro parole, magari nel tempo, possano effettiva mente indirizzare il per­corso umano verso nuove strade. Certo mi rendo conto che nessuno può isolare il momento esatto in cui Dostoevskij o Tol stoj hanno modificato, indirizzato o sem­plice mente suggestiato il pen siero umano. Non è che un mese dopo l’uscita dei loro scritti qual cosa immediatamente sia cambiato. Nessuno può dire quale sia il peso reale della Metamorfosi di Kafka oppure delle parole di Ovidio. Nes suno può dire quanto abbiano reso migliori o peggiori o indifferenti gli esseri umani.

Ma chi ha la possibilità e lo strano e drammatico privilegio di vedere le proprie parole agire nella realtà, quando ancora è in vita, quando ancora il suo libro è caldo, allora questo scrit tore può accorgersi di quanto effettivamente il peso specifico delle sue parole stia entrando nella quotidianità, contribuendo a modi­ficare i com por ta menti delle per sone. Quando questo accade ti rendi conto che il potere reale che hanno le parole è davvero infinito, ancor di più per ché è un potere anarchico. Un potere che si basa sulla condivisione e sulla persuasione non è più un potere e la parola, quando viene accolta, non suscita più diffidenza e paura. E quando questo accade, significa che qual cosa sta cambiando, che qual cosa è già cambiato, che nessuno può più permettersi di ignorare certi argo­menti, di relazionarsi a certi territori e a certe logiche.

Io vengo da una terra complicata dove ogni cosa è gestita dai poteri criminali. Tutto è a loro sottoposto e tutto è loro espressione, dalla sessualità alla cronaca locale. Ed è proprio partendo dalla cronaca locale che ho voluto raccontare il mio territorio per mostrare che esiste un modo di raccontare giorno per giorno la cronaca, nelle edicole, sui giornali che poi arriveranno nei bar, che circoler­anno nelle salumerie, dai barbieri, che aderisce comple ta mente al linguaggio e alle logiche delle organizzazioni criminali.

Si dirà che sono giornali che hanno tirature molto basse e diffusione limitata a quelle zone. Ma è esattamente in quelle zone che loro devono circolare. È lì che devono comunicare, costruire opin ioni e far aderire il lettore alle logiche di camorra. È lì che deve essere considerato normale che un pentito venga definito infame. Che chi muore combattendo le organizzazioni criminali venga immedi­atamente riportato alla sua dimensione mediocre di uomo come tutti.

Per ché chi si oppone — secondo la loro ottica — non si sta opponendo al sistema di cose, si sta opponendo per ché vuole guadagnare di più, per ché vuole spazio mag­giore. Si è pentito per ché non è divetato capo. Ci sta denun ciando per ché non l’abbiamo fatto guadagnare, per ché vuole pren dere il nos tro posto. Ne sta scrivendo per ché non ha il fegato o le capacità per diventare uno di noi e allora fa l’anticamorrista.

L’elemento fondamentale per questi poteri è dimostrare che tutti abbiamo vizi, tutti siamo sporchi, tutti seguiamo due cose: il potere, e dunque fama e denaro, e le donne. O gli uomini, naturalmente. Segnalare che si possa non essere santi o eroi, ma uomini diversi, con tutte le contraddizioni del caso, questo, invece, dà fastidio, mette paura, perché sarebbe come ammetere che si può cambiare anche senza dover com promettere la propria vita o dover ragiungere chissà quali gradi di per fezione o sac rificio. Che non si può essere, non si deve essere soltanto marci, soltanto dis posti ad accettare il compromesso.

Molti chiedono a chi si pone contro le organizzazioni criminali perché lo faccia. C’è un corridore, un atleta, un recordman dei cento metri, a cui hanno chiesto una volta perché avesse deciso di correre. E la sua risposta è la risposta che io do a me stesso e a chi ogni volta mi chiede per ché mi occupi di certi temi e per ché con tinui a vivere questa vita infernale.
A questo corridore chiesero: “Ma perché corri?” E lui rispose: “Per ché io corro? … per ché tu ti sei fermato?”.

Anche a me piace rispon dere così. Quando mi chiedono perché racconto, rispondo semplice mente: “… e per ché tu non racconti?”.

©2010 Roberto Saviano/Agenzia Santachiara

Pubblicato il: 25 marzo 2010 da: redazione
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