23 aprile 2010

Cosa nostra ovvero l’ossessione dell’accordo



di Nicola Biondo

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Si dice che “la mafia e lo stato agiscono sullo stesso territorio, o convivono o si fanno la guerra”. La verità sta tutta qui. I politici vanno e vengono. Cosa nostra – riportano i nastri delle intercettazioni – li reputa dei quaqquaraquà, vanesi e buoni a nulla, gente che si dimentica degli impegni presi.
Non hanno tutti i torti i mafiosi. Le cronache raccontano molto poco degli accordi elettorali che legano le famiglie a un singolo politico. Quando Bagarella legge il suo proclama che accusa alcuni avvocati difensori dei boss di aver ottenuto voti e dopo di non aver fatto nulla per cambiare quelle leggi tanto in odio ai picciotti, quegli avvocati divenuti parlamentari si difendono, o credono di farlo, ammettendo quello che neanche il più spericolato antiberlusconiano ammette: “La mafia è consapevole che un parlamentare non può essere in condizione di poter fare cambiare rotta ad un governo, a noi parlamentari a stento ci danno la possibilità di farci approvare qualche emendamento…i voti che il Polo ha preso nel 94, nel ’96 e nel 2001 era un voto di voglia di cambiare, tanto è vero che gran parte dei manifesti elettorali non indicavano il nome del candidato, il candidato era Berlusconi…perché sono voti che vengono da Roma, dalle televisioni, dai giornali…”. Praticamente accollano tutto al Capo.

E infatti non c’è un solo collaboratore di giustizia che non parli degli ordini di scuderia dati dai boss di votare soprattutto per Forza Italia; non c’è pentito che non indichi nei due fondatori di quel partito gli uomini preferiti dalla Cupola.

“A Marcellino lo dobbiamo votare noi, che sennò lo fottono quei cornuti dei giudici comunisti – dice un uomo di Provenzano intercettato nella sua auto pochi giorni prima dell’elezioni europee del ’99, quando su Dell’Utri pendeva una richiesta d’arresto.
“Questo governo si deve guardare dagli attacchi di questi signori, cioè comunisti” – proclamava Riina in una sua esternazione dalla gabbia nel 1994. Un anno e mezzo prima nel corso di un summit, il boss arringava i suoi picciotti così: “A Berlusconi e Dell’Utri me li sono messi nelle mani, li dobbiamo portare avanti che è un bene per tutti noi”. Ecco perché ha ragione un parlamentare, avvocato difensore di alcuni boss quando dice che “il nome del candidato è Berlusconi”. Sembra dire che se la mafia lo ha votato, ha votato il Capo e non per lui. E si capisce perché anche di fronte ai politici che prima si sono fatti votare e poi si defilano, Cosa nostra non passa alle vie di fatto. Perché l’accordo regge dai piani alti. E reggendo così l’accordo, anche il politico locale sa che “può prendere in giro” l’onorata società senza che questo comporti il rischio di lasciarci la pelle.
Ma non è a Berlusconi o Dell’Utri come esponenti politici che la mafia si rivolge. I due sono imprenditori prima di ogni altra cosa, uomini d’affari i cui legami con la mafia siciliana secondo una sentenza di primo grado “risalgono alla fine degli anni settanta”. Cosa nostra secondo questa sentenza trent’anni fa si rivolse ad un giovane imprenditore e al suo più fidato consigliere proponendo di investire sulle loro capacità. Poi all’inizio degli anni ’90 quel segmento importante del sistema economico provò, riuscendoci, a farsi Stato. L’occasione di cambiare alleati e di formulare un nuovo patto fu colta al volo da Cosa nostra.
E’ un fatto che la variabile Cosa Nostra nel gioco della politica ha lo stesso peso che aveva in passato. Ma pur potendo mettere a disposizioni voti, relazioni, capitali, non c’è più la grande bandiera, la religione dell’anticomunismo che la protegge. La mafia è diventata più laica, fa affari con tutti quelli che la vogliono come socio. Ma nello stesso tempo è nuda, non ha più una missione, non combatte un nemico contro il quale quasi tutti – con mezzi leciti e illeciti – combattevano. Priva di questa bandiera oggi Cosa nostra esercita un potere che le viene dal passato, dalle stragi del ’92, da quel passaggio epocale. Se la strage di Portella della Ginestra nel 1947 cementava un alleanza criminale che rispondeva alle esigenze internazionali della guerra fredda, il patto stabilito con le stragi Falcone e Borsellino non ha la stessa forte valenza, non ha appoggi internazionali forti e radicati “ I criminali – ha scritto Giancarlo De Cataldo – hanno spesso e volentieri interagito con le vicende cruciali del nostro passato recente, e questo è un dato di fatto. E se ciò è accaduto, non è certo dipeso da una qualche “ybris” che li portava a immaginarsi statisti, ma dall’utilità che il loro intervento poteva arrecare agli apparati che agivano nell’ombra, ai servitori sleali delle istituzioni, a quella zona grigia che in anni recenti si soleva attribuire – prima che questi filoni di ricerca venissero inspiegabilmente abbandonati o minimizzati – al “doppio Stato”. Questa commistione e la costante propensione a trattare sottobanco con le organizzazioni criminali – dal caso di Salvatore Giuliano all’omicidio di Aldo Moro – sono una delle caratteristiche delle classi dirigenti del nostro paese. Una vera e propria vocazione all’opacità, al segreto, all’uso illegale della forza per mantenere il potere. La mafia corleonese morirà in carcere e con il tempo anche alcuni politici e amministratori fisiologicamente verranno meno, testimoni di qualcosa che c’è stata e non ci sarà più.
Ma non solo alla magistratura bisogna guardare per spezzare quest’incantesimo che ha fatto di volgari banditi uomini capaci di imporre trattative e deliberare lo stato di guerra o di firmare accordi. E’ il modo che abbiamo di immaginare il paese in cui viviamo. E’ noto che il sogno di Cosa nostra è quello di farsi Stato: avere un luogo dove imporre la propria legge e i propri affari, diventare i tutori di un proprio ordine. Lo hanno raccontato in presa diretta alcuni uomini d’onore, lo hanno dimostrato inchieste e sentenze. Siamo sicuri che il progetto federalista non renderà questo desiderio più facile da realizzarsi? Cosa potrebbe accadere se il progetto della Lega di far diventare eleggibili i giudici su base territoriale diventasse legge?
Quello che davvero allora importa chiedersi è se ci saranno altri uomini capaci – per ragion di stato o per interesse personale – di un nuovo patto con la nuova mafia. O se invece la questione criminale nel nostro paese potrà finalmente non essere più tout court la questione democratica.

*Nicola Biondo, giornalista freelance, scrive per l’Unità. È stato consulente di diverse procure. Ha lavorato nella redazione di “Blu notte” di Carlo Lucarelli.
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