29 aprile 2010

La ‘ndrangheta nel racconto di Francesco Saverio Alessio



’Ndrangheta: La Germania è punto di partenza iniziale ed indispensabile della strategia di conquista mondiale della ‘ndrangheta. Fra Est ed Ovest, Nord e Sud.

Saskia Schumacher intervista Francesco Saverio Alessio per Gli Italiani
mercoledì 28 aprile 2010.

di Saskia Schumacher

In Germania sei vissuto un bel po’. Molti italiani mi confessano di adorare il nostro “ordine tedesco” rispetto al caos che si vive e si respira nelle città italiane. In questo ordine la mafia ha costruito un impero di riciclaggio e di traffico di droga e armi. Raccontami il mio paese.

La Germania è punto di partenza iniziale ed indispensabile della strategia di conquista mondiale della ‘ndrangheta. Fra Est ed Ovest, Nord e Sud. Alla fine degli anni ottanta le ‘ndrine erano già ricchissime per via degli enormi introiti dovuti al traffico mondiale di cocaina. Ci sono intercettazioni del 1989, mentre cade il muro di Berlino, dove il figlio di un boss, da Berlino Est, chiede al padre in Calabria, che cosa deve comprare ed il padre gli risponde di comprare tutto: «Tutto! Hai capito? Compra tutto!» Alcune ‘ndrine acquistarono interi quartieri di Berlino, comprese le attività commerciali. Questo è solo un piccolo esempio. Molte sono le città “occupate” dalle ‘ndrine e la strage di Duisburg è la garanzia di questa occupazione; non si può commettere un crimine di quella portata nel centro di una città senza avere già un perfezionato sistema logistico in quel luogo.

Perché la Germania è un paese attraente per la ‘ndrangheta?

Il principale motivo per il quale conviene alle ‘ndrine di radicarsi in Germania - cosa che fanno da quarant’anni, ma che negli ultimi venti è molto aumentata - è la vostra legislazione; molto favorevole per i loro tipi di affari. Dalla impossibilità di fare intercettazioni in luoghi pubblici e privati, alla mancanza del reato di associazione mafiosa fino a quella di non avere severe normative antiriciclaggio. Inoltre essendo il vostro un Paese ancora ricco è molto facile per chi come loro ha fiumi di denaro liquido da riciclare fare buoni affari pagando regolarmente anche le tasse.

Pagano regolarmente le tasse?

Sì. Risultando come un ottimo cittadino. Onesto. Rimanendo all’interno delle regole ma dissanguando lentamente l’economia e conquistando terreno. Il maggiore pericolo resta comunque l’indifferenza della gente. Come mi disse in un’intervista il prof. Enzo Guidotto - presidente dell’Osservatorio Veneto sul fenomeno mafioso ed autore dello storico libro Mafia - riferendosi al Nord dell’Italia ma che potrebbe benissimo essere la descrizione della Germania contemporanea: «Qua c’è l’indifferenza dovuta alla convinzione che il fenomeno si sviluppi soltanto nel Sud. Nel Sud l’indifferenza è dovuta alla atavica delusione, che si trasforma in rassegnazione e quindi in indifferenza rispetto a ciò che succede.»

Anche dopo la strage di Duisburg il mio paese non si è svegliato...

In Germania sono ancora convinti che la ‘ndrangheta, la camorra, la mafia, la sacra corona unita, siano parte del folklore delle regioni del Meridione d’Italia. Sfugge a molti, anche addetti ai lavori, inquirenti, giornalisti, storici, come queste organizzazioni criminali siano divenute holding globali grazie proprio a Paesi come il loro. Bisognerebbe stabilire quanto di quello che appare come indifferenza sia invece complice e cosciente depistaggio; quanto ci sia già di corrotto nella politica, nell’amministrazione, nelle forze di polizia e nella magistratura.

La versione tedesca del libro «Santa Mafia» di Petra Reski contiene alcuni passi censurati e coperti di nero. E’ questo l’inferno per uno scrittore?

E’ come un urlo che cerca di spezzare l’omertà, soffocato nel nero del libro. Petra Reski riassume la sua storia giudiziaria nell’articolo «Bringt mich doch um, ihr Scheißkerle» («Die Zeit» 28 gennaio 2010, tradotto e presente su molti blog come «Allora uccidetemi pezzi di merda», n.d.r.), dedicato ai giornalisti e scrittori che rischiano la loro vita perché scrivono delle mafie. In Germania peggio che in Italia se si scrive di mafie ti vengono assassinate le idee legalmente. Ti cancellano parti di libri anche ben documentate.

Parlami dei media e giornali calabresi.

Per i disastri tipici calabresi ti accenno soltanto ad uno dei principali quotidiani calabresi, l’emblema della stampa mercenaria in Calabria: «Calabria Ora» quotidiano nato ufficialmente nel marzo 2006. Specializzato in attacchi mirati, come quello lunghissimo a Luigi de Magistris, o a far finta che alcuni fatti o persone non esistano. Il direttore Paolo Pollichieni meriterebbe un libro a lui interamente dedicato a proposito dei suoi amici nelle istituzioni e dei suoi particolari contatti telefonici, con militari, magistrati, politici e massoni di cui si trova documentazione accurata nel libro di Edoardo Montolli «Il caso Genchi».

La stampa è collusa?

Il 9 febbraio 2010 la Corte d’Appello di Catanzaro ha aumentato la pena inflitta in primo grado a Pietro Citrigno, editore del giornale «Calabria Ora», condannandolo alla pena di 4 anni e 8 mesi di reclusione, al pagamento di 10 mila euro di multa e al risarcimento alle parti civili. Ed il suo direttore Paolo Pollichieni nascose la notizia. Il giornalista Pietro Gerace nell’articolo Citrigno condannato anche in secondo grado trae questa conclusione: «Quale informazione libera e senza padroni potrà mai garantire un quotidiano che ha il suo Editore condannato a 4 anni ed 8 mesi per usura?»
Dall’altro lato ci sono molti cronisti seri che con grandi difficoltà, con poca visibilità e rischiando anche personalmente continuano dignitosamente a fare il loro lavoro. Innumerevoli le intimidazioni, le minacce, gli attentati. Ad esempio recentemente al giornalista Antonino Monteleone hanno bruciato l’automobile sotto casa, quasi davanti ai suoi occhi.

Nel tuo nuovo libro dipingi la bellezza di Fiore in Calabria, i colori delle sue primavere e la libertà in cui sei cresciuto. E poi prendi il lettore per mano e cammini con lui verso l’orlo del precipizio. Avresti potuto scrivere un libro di viaggio, invece hai scritto un libro furente contro la ‘ndrangheta...

Ho un approccio poetico alla realtà; profondamente umanistico. Amo la bellezza e detesto il brutto. Il mostro del consumismo globale ha dato via libera all’imporsi dello strapotere delle mafie; perfettamente aderenti per i loro scopi criminali a tale tipo di sistema politico, economico, esistenziale. Addirittura le mafie si sono infiltrate e sovrapposte a questo sistema. Il risultato, come sofferenza economica, culturale, artistica, l’inquinamento, i disastri paesaggistici ed ambientali, la qualità della vita insomma, è decisamente brutto. A tratti disumano. Animalesco. Si punta all’autodistruzione e comunque ad un rapporto compulsivo con la realtà che conduce all’insoddisfazione perpetua dell’essere umano. Io sono furente contro il brutto che ci sovrasta e quindi scrivo di questo; della mia rabbia contro la ‘ndrangheta.

Non è il tuo primo libro. Assieme a Emiliano Morrone hai scritto «La società sparente». Cosa significa questo titolo?

Innanzitutto un gioco di parole sul titolo di un importante libro «La società trasparente» di Gianni Vattimo che è l’autore di una delle due prefazioni al nostro libro. Il titolo vuole essere un grido d’allarme su di un fenomeno che sembra non interessare molto l’opinione pubblica: cioè che la società calabrese “sana” sta sparendo per vari motivi.

Quali?

Quello principale è rappresentato dall’emigrazione di massa. Questa sparizione - oggettiva, di persone e di idee - conforma un vuoto sociale nel quale si inserisce con maggior forza e violenza il potere e la cultura della ‘ndrangheta; vuota, bieca, crudele. Disinteressata cinicamente al vero benessere della popolazione. Interessata ossessivamente solo al denaro e al potere. L’inevitabile processo di perdita identitaria, collettiva ed individuale, che ne consegue è rafforzato dalla mirata e barbara distruzione dei segni della storia e della tradizione operata per decenni dalle amministrazioni e dai politici di ogni tipo e grado.
Tutto questo va poi sommato all’orrifico effetto della inarrestabile speculazione edilizia che continua a produrre sempre più bruttezza; che devasta il territorio, produce frane e smottamenti, uccide la poesia. Un odio incontrollato contro il bello è marchio di fabbrica del potere calabrese. Le architetture riflettono il rapporto con la realtà dei calabresi. Le case, orribili e incompiute all’esterno, verso la città, sono spesso lussuosissime all’interno, verso la famiglia. Come le ostriche, quasi informi, ruvide e dure all’esterno, e molli e gustose all’interno. Abitazioni quindi che esprimono più il modo di essere di molluschi individualisti e asociali che non di esseri umani. Lì è tutto chiuso in un guscio orripilante.

...E’ un libro di ribellione e di riscatto.

«La società sparente» in effetti è la storia dei tre anni passati a lottare a denti stretti nella nostra San Giovanni in Fiore per tentare una emancipazione individuale e collettiva. Poi della fuga di Emiliano Morrone nel 2005 e del mio insistere a vivere a San Giovanni in Fiore ancora un po’. Traccia anche una mappa del potere calabrese dando largo spazio all’analisi dei metodi di indottrinamento dei giovani e della costruzione del consenso elettorale. In Calabria devi “appartenere” a qualcuno. Altrimenti sei “sparente”.

Sei dovuto fuggire dopo la pubblicazione del libro. Ha cambiato la tua vita?

Nei momenti di sconforto ho spesso visioni catastrofiche o apocalittiche della realtà. Avere quindi fisicamente un libro in mano - carta stampata, l’odore della tipografia - che riassumesse tutto quel lavoro mi diede immediatamente una sensazione di maggiore solidità. Di presenza effettiva nella storia del pensiero, almeno della mia terra. Non mi interessava quanto o meno fosse importante questa presenza. Mi piaceva avere la sensazione di “esserci”, di partecipare. Fu bellissimo vederlo nella sezione saggi delle librerie. Durò pochissimo. Poco dopo la pubblicazione iniziarono con le calunnie e gli insulti; fecero persino dei fumetti su di noi due. Poi le intimidazioni, le minacce, le querele e addirittura una richiesta di sequestro del libro.

Quindi una onda vi ha travolto?

Sì, nello spazio di poche settimane fummo quasi sommersi dai problemi. E’ naturale che controbattere ad un attacco condotto da un fronte comune di politici collusi, ‘ndranghetisti e massoni, teso a screditare il libro ed i suoi autori, comporta un cambiamento della propria esistenza. Specialmente se non hai molto denaro a disposizione. Se non hai una grande visibilità. Se sei precario militante sulle montagne della Sila. Poi ti devi guardare le spalle. Eravamo già allenati da tempo a lottare a testa alta ed insieme abbiamo affrontato la tempesta anche se oggi risentiamo ancora delle conseguenze. Superata la vera e propria bufera le reazioni al contenuto del libro - così forti e diffuse - mi hanno ridato soddisfazione e convinzione; pensai che avevamo colpito forte nel segno. Compresi che un libro può far molto male al potere. Questo pensiero mi spinge ancora adesso ad insistere nel descrivere la mia terra.

In che momento hai realizzato che dovevi fuggire dalla Calabria?

Quando dopo numerosi segnali, intimidazioni e minacce, una persona mi disse chiaramente che qualcuno voleva uccidermi. Da quelle parti sono abituati a farlo. Normale routine. Poi dopo averti ucciso, non a caso ma con un preciso linguaggio, il tuo corpo lo lasciano semplicemente lì, oppure lo bruciano, lo sciolgono nell’acido, lo danno da mangiare a dei maiali. Se ci tieni alla pelle, sei completamente solo e senza alcun mezzo, ti conviene seguire il consiglio di sparire fuggendo. Alcune persone restano comunque e spesso spariscono in altro modo. Come tanti altri scelsi la fuga e l’esilio per sparire. Preferisco continuare a scrivere anche se da lontano. In Calabria, non avevo più il permesso di vivere da parte dei feudatari citati più volte nel libro. Deciso il mio annientamento o la mia cacciata dalla massopolindrangheta, come con un neologismo Roberto Galullo definisce quella schifosa congerie di gente comune, santisti, ‘ndranghestisti, politici e massoni che divora la Calabria e non solo quella. Che fa sparire le inchieste e seppellisce processi, che spoglia la popolazione di ogni risorsa pubblica, che uccide e divora ogni cosa. Tutto. Soprattutto la dignità dell’essere umano.

Riscriveresti il libro, nonostante tutto?

Senza alcun dubbio; è stata l’esperienza più intensa della mia vita. Forse lo renderei più corrosivo; sono più disilluso di allora, eppure sono passati meno di tre anni... Il sentimento più forte, il desiderio di libertà, prevale ed impone di indicare a chi non si accorge della mostruosità della ‘ndrangheta che lo avvolge silenziosamente nelle sue spire; urlare alcune cose a chi farebbe ancora in tempo a liberarsene prima che ne diventi schiava come la Calabria. E quindi si scrive anche di Buccinasco, Milano, Verona, Amsterdam, Duisburg, Berlino...

Oggi qual’è il tuo sogno più grande?

Come sogno personale e immediato poter vivere di quello che scrivo in un luogo caldo e civile lontano dall’Italia. Anche freddo, come la tua Germania, ma almeno civile. Come sogno veramende grande, politico e spirituale, contribuire alla “decrescita serena”, consapevole che sia l’unica soluzione che ci possa far emancipare in una società economicamente equa, il che consentirà di coltivare al meglio l’arte e la cultura di tutti i popoli. Il sogno è vivere in una società in cui gli esseri umani coltivino soprattutto, come scrive Vattimo, la solidarietà, la carità e l’ironia.

Mi permetti un’ultima domanda, anche molto personale?

Certo...

Birra italiana o birra tedesca?

Naturalmente tedesca! Birra tedesca e vino italiano, anche se devo dire che nella zona di quella meravigliosa piccola città che è Freiburg, i vini del Kaiserstuhl e della bassa valle del Kinzig non sono affatto male...
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