30 aprile 2010

Rosarno, caporali arrestati: parla il magistrato che ha condotto le indagini


Il sostituto procuratore Stefano Musolino: smantellata una struttura criminale grazie al salto qualitativo dopo la rivolta dei migranti del 2009

Associazione per delinquere, violazione della legge sul lavoro e truffe nel settore dell'agricoltura: sono in tutto 31 le ordinanze di custodia cautelare emessa dalla procura della Repubblica di Palmi nell'ambito delle indagini scattate all'indomani della rivolta degli immigrati a Rosarno, nel Reggino. Nove cittadini extracomunitari sono finiti in carcere, ventuno italiani agli arresti domiciliari, una persona è tutt'ora ricercata. Nel corso dell'operazione sono stati sequestrati terreni ed aziende agricole per un valore di oltre 10 milioni di euro. Secondo quanto reso noto nella conferenza stampa svoltasi stamani a Reggio Calabria, i nove extracomunitari arrestati svolgevano il ruolo di "caporali". Reclutavano ed avviano al lavoro connazionali, costretti a lavorare nei campi anche fino a 14 o 15 ore al giorno, per una paga al massimo di 25 euro. Di questi 25 euro, inoltre, 3 spettavano agli stessi 'caporali'. Abbiamo intervistato il sostituto procuratore di Palmi, Stefano Musolino, che con il procuratore Giuseppe Creazzo, ha coordinato le indagini, partite lo scorso anno dopo la rivolta dei migranti.

Dottor Musolino, quanto è incisiva un'azione di questo tipo nella lotta allo sfruttamento dell'immigrazione clandestina nella piana di Gioia Tauro?

Si tratta di un'operazione che ha consentito di spezzare un circuito composto da italiani e stranieri che lavoravano sul territorio dividendosi la manovalanza immigrata in base alla nazionalità di provenienza. Una struttura che si muoveva con l'onda dei migranti sul territorio nazionale e che è stata smantellata. Accanto ai caporali italiani, che sono persone di Rosarno, ci sono caporali stranieri. Procuravano la manodopera ai datori di lavoro, ed è questo il messaggio che abbiamo inteso inviare loro. L'indagine che si è conclusa con gli arresti è importante come segnale. Gli imprenditori che sfruttano il lavoro nero devono capire che corrono grossi rischi, come il sequestro dei fondi, la cessazione dell'attività.

Il capo della Squadra mobile di Reggio ha detto che non si tratta di arresti legati alla 'ndrangheta.

Dobbiamo specificare innanzitutto di cosa si parla quando parliamo di 'ndrangheta. Il gruppo di persone arrestate erano una associazione per delinquere, ma trasposizione in sede locale dell'idea di mafia alla siciliana, con un radicamento sul territorio, con un controllo totale del territorio, è inesatta. Qui esistono livelli più bassi della cosiddetta 'ndrangheta, dove operano gruppi talora in concorrenza tra loro. Gli arrestati appartenevano a tali gruppi. Erano conosciuti, anche perche' e' difficile nascondersi svolgendo un'attivita' come quella del reclutamento. Mesi di appostamenti e intercettazioni hanno permesso di colpire al cuore questa rete criminale.

Bisogna attendere che accadano fatti come quello di Rosarno per far muovere lo Stato?

Questa indagine, e i risultati a cui ha portato, sono frutto della necessità di dare una risposta a un problema conosciuto. Anche prima erano state fatte indagini. Anche prima erano state arrestate delle persone. La differenza è che dopo la rivolta dello scorso anno c'è stato un salto qualitativo e quantitativo importante. Parlare di obbligatorietà dell'azione penale ha un senso se si dispone delle forze necessarie per poterla esercitare. In tutto gioca molto la collaborazione tra la procura e la forza di polizia giudiziaria con cui la procura lavora. Se il fenomeno non viene segnalato, o viene sottovalutato, o tali forze non sono disponibili, l'azione penale risulterà sempre limitata. Dopo i fatti di Rosarno lo Stato ci ha messo in una condizione qualitativamente e quantitativamente migliore. E questi sono i risultati.

Luca Galassi - peacereporter
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