18 aprile 2010

Vincenzo Paradiso


Vincenzo Paradiso

Sandro Musco
“Già. E io tutto mi sarei immaginato tranne che, dopo aver ritrovato in quest’inchiesta le telefonate del professor Sandro Musco, e senza sapere che mi avrebbero pure contestato inspiegabilmente la richiesta dei tabulati dell’avvocato di Bruno Contrada, Pietro Milio, avrei ritrovato pure il terzo soggetto su cui, insieme appunto a Contrada e Musco, si erano concentrate le mie indagini mai concluse sulla strage di via D’Amelio: perché si tratta di Vincenzo Paradiso. L’uomo in futuro leader della Compagnia delle Opere in Sicilia che stava al Cerisdi, le cui utenze risultarono in contatto con il boss stragista Gaetano Scotto, nel 1992. Ed è qui che l’indagine è stata bloccata senza che sapessi dove portava. O quasi. Perché quando la revoca è giunta, in realtà, come il Ros di Roma sa bene, io avevo già scritto una parte della relazione".

Gioacchino Genchi


QUELLA STUPIDAGGINE 
Da una parte le frequentazioni con i funzionari che si occupano di appalti di Stato, dall’altra quelle con un magistrato. È il background di Carducci fin dai tempi di Why Not, dove appunto, oggetto della relazione, era invece la «stupidaggine». E che cos’era allora, quella «stupidaggine»? Genchi, per uno scherzo del destino, in Why Not aveva incrociato le indagini sulle stragi del 1992, a cui Genchi aveva lavorato come vice del gruppo Falcone-Borsellino prima di abbandonare in rotta con chi dirigeva l’inchiesta.

Racconta il consulente: «Un importante DIRIGENTE della compagnia delle Opere era stato intercettato all’aeroporto di Palermo mentre parlava con Vincenzo Paradiso, amministratore delegato di Sviluppo Italia Sicilia. Di Paradiso mi ero occupato per una chiamata arrivata sul suo numero da uno degli stragisti di via D’Amelio.

Indagato e archiviato a CALTANISSETTA, era ancora seguito dalla procura nissena per le indagini sui mandanti occulti. All’aeroporto il discorso intercettato tra lui e il dirigente amico di Saladino riguardava probabilmente gli appalti della Guardia di Finanza. I magistrati di Caltanissetta avevano chiesto spiegazioni al “ragazzino”. E quello aveva fatto la “stupidaggine”, e cioè il nome di Carducci». C’era così un’indagine presumibilmente sugli appalti della finanza. Carducci si diceva certo che i magistrati prima o poi lo avrebbero convocato per la «stupidaggine». E voleva parlarne con Rino. Poi, a Roma, il «ragazzino» lo aveva incontrato.

Ma non solo. «Il giorno dell’incontro — continua Genchi — ci fu una successione di contatti telefonici in cui risultavano le chiamate e gli avvicinamenti di cella fra i cellulari di Carducci, Settembrino Nebbioso e del generale delle fiamme gialle MICHELE ADINOLFI. Il che mi fece supporre che tra loro si fossero visti». Di certo, venti giorni dopo la preoccupatissima chiamata a Saladino, il 16 marzo 2006, Carducci gliene aveva fatta un’altra: «Senti, no ti volevo… per quanto riguarda quella stupidaggine di quel ragazzino… tutto bene eh?!». Chi gli avesse spiegato che tutto era andato a posto resterà un mistero, perché a Genchi giunse la revoca dell’incarico.

«Mi risulta però — racconta oggi — che il pm di Caltanissetta inviò l’indagine a Roma per competenza e che la Dia nissena stia attendendo da anni l’acquisizione dei tabulati e il via libera alle altre indagini che aveva sollecitato per ciò che era emerso nel discorso tra Paradiso e il dirigente della Compagnia delle Opere e nei successivi interrogatori». La storia dell’incrocio di intercettazioni tra Catanzaro e Caltanissetta è stata così raccontata nelle memorie difensive di Genchi depositate alla PROCURA DI ROMA. Perché questa vicenda ha un finale sorprendente.

Edoardo Montolli (estratto dell'articolo tratto dall’inserto mensile “IL” del quotidiano 
ILSOLE24ORE, 19 marzo 2010)
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