1 maggio 2010

In Sicilia altro centro commerciale a rischio mafia







Scritto da Antonio Mazzeo
Giovedì 19 Novembre 2009
di Antonio Mazzeo.

Tutto secondo copione in una delle aree siciliane a maggiore densità mafiosa. Il consiglio comunale di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), con 22 voti favorevoli e un solo astenuto ha approvato il piano particolareggiato che consentirà l’insediamento in contrada Siena di uno dei maggiori parchi commerciali di tutto il Sud Italia,
184.000 metri quadri di superficie e un volume edificatorio per 398.415 metri cubi
Un’opera faraonica per cui sono previsti investimenti per svariate centinaia di milioni di euro, strenuamente voluta dall’amministrazione guidata da Candeloro Nania (Pdl, già An, già Msi e cugino di primo grado del senatore del Polo, Domenico Nania), e che con immancabile stile bipartisan, è stata decantata come «importante occasione di sviluppo» dal consigliere Orazio Calamuneri, tra i leader del Partito democratico locale.

Nell’ebbrezza collettiva spicca però un’inquietante amnesia: la società che ha proposto il piano per il megaparco, proprietaria di buona parte dei terreni destinati a ipermercati, hotel, bed and breakfast, parchi gioco e centri salute, la Dibeca S.a.S., è direttamente riconducibile ad un noto pluripregiudicato locale, «persona socialmente pericolosa» e presunto «capo della consorteria criminale», secondo un rapporto della Procura della Repubblica di Barcellona del giugno 2005. Si tratta dell’avvocato Rosario Pio Cattafi, che in una successiva relazione a firma della commissione prefettizia inviata per indagare sulle infiltrazioni mafiose al Comune del Longano, verrà descritto come «una delle figure più emblematiche mediante il quale la città di Barcellona diventa il crocevia, snodo nevralgico e luogo di convergenza ove si intersecano gli interessi della mafia catanese e palermitana, intrecciandosi con imponenti operazioni finanziarie e di illeciti traffici che portano fino alla lontana Milano».

Cattafi, in particolare, fu sottoposto a indagini (poi archiviate) dalle Procure di Caltanissetta e Palermo relativamente ai cosiddetti “mandanti occulti” della strategia stragista del biennio 1992-93. Nel procedimento penale sui Sistemi Criminali, il nome di Cattafi comparve accanto ai boss mafiosi Salvatore Riina e Nitto Santapaola, al patron della P2 Licio Gelli, all’ordinovista Roberto Delle Chiaie e al mercante d’armi messinese Filippo Battaglia. Su Cattafi e co-indagati, il sospetto di «avere, con condotte causali diverse ma convergenti, promosso, costituito, organizzato, diretto e/o partecipato ad un’associazione, promossa e costituita in Palermo anche da esponenti di vertice di Cosa Nostra, avente ad oggetto il compimento di atti di violenza con fini di eversione dell’ordine costituzionale, allo scopo - tra l’altro - di determinare le condizioni per la secessione politica della Sicilia e di altre regioni meridionali dal resto d’Italia…». Secondo un rapporto della Direzione Investigativa Antimafia del 1994, sarebbero stati rilevati contatti telefonici fra le utenze utilizzate da Rosario Cattafi «con soggetti riconducibili a Licio Gelli e Stefano Delle Chiaie, fra la fine del 1991 e gli inizi del 1992».
Neanche troppo mascherate le cointeressenze del pluripregiudicato barcellonese nella società al centro del business commerciale. La “Dibeca S.a.S.”, già “Dibeca snc di Cattafi Rosario & C.”, ha come soci accomandanti il figlio Alessandro Cattafi, la madre Nicoletta Di Benedetto e la sorella Maria Cattafi. Con una quota minima compare pure la rappresentante legale della società, Ferdinanda Corica, moglie di Stefano Piccolo, dottore commercialista con studio in via Kennedy n. 296, stesso indirizzo e stessa utenza telefonica dello studio del ragioniere commercialista Mariano Sottile, odierno revisore contabile del Comune di Barcellona. Quest’ultimo è fratello del dottor Armando Sottile, responsabile dell’ufficio personale del Comune del Longano, nonché Capo di gabinetto e vice segretario generale del Comune di Milazzo.
Fuori dall’euforico coro di centrodestra e centrosinistra per l’approvazione del piano particolareggiato, sino ad oggi a Barcellona c’è solo il Movimento Civico Città Aperta. In una nota a firma della portavoce Maria Teresa Collica e del coordinatore Antonio Dario Mamì, il voto «quasi unanime» del Consiglio comunale viene definito «scandaloso, immorale e gravissimo per le implicazioni negative sul piano della lotta alla mafia».
« La Dibeca S.a .S. – ricorda Città Aperta - era finita nella relazione della commissione prefettizia di accesso che nel 2006 aveva chiesto senza successo lo scioglimento del Consiglio comunale di Barcellona.
Il motivo dell’attenzione prestata dai quattro autorevoli membri della commissione era un contratto di affitto tra la società in questione e il Comune del Longano per un palazzo di Via Operai da destinare a uffici pubblici, nonostante tra i soci figurasse un personaggio non proprio al di sopra di ogni sospetto, Rosario Pio Cattafi, destinatario di un provvedimento prefettizio di restrizione della libertà essendo considerato soggetto pericoloso per i suoi contatti ad alti livelli con la gerarchia mafiosa».
Città Aperta esprime pure forti critiche sul progetto d’insediamento del parco commerciale. «La sua approvazione rischia di portare ad un’ennesima spaventosa colata di cemento, in un territorio già fortemente compromesso dal punto di vista ambientale e idrogeologico», scrivono i rappresentanti del movimento civico. «A differenza di certe farneticanti dichiarazioni di presunti consiglieri di opposizione il progetto non ha alcuna valenza dal punto di vista economico, poiché i parchi commerciali presenti nella vicina Milazzo sono già con tutta evidenza sopradimensionati per il mercato locale».
L’inciucio sul megaparco targato “Cattafi” ha comunque avuto un merito, quello di riportare un po’ più di tranquillità all’interno della compagine di destra estrema che governa il Longano. Meno di una decina di giorni fa, infatti, il settimanale Centonove ha rivelato che la Procura di Barcellona è in procinto di chiedere il rinvio a giudizio nei confronti del sindaco Candeloro Nania e del capo dell’ufficio tecnico comunale, Gaetano Calabrò, nell’ambito dell’inchiesta sulla gara d’appalto per la ristrutturazione del teatro “Mandanici”. L’accusa è di concussione per il primo, falso ed abuso d’ufficio per il secondo. Le indagini sarebbero nate dalle dichiarazioni dell’imprenditore Maurizio Marchetta, già vice presidente del consiglio comunale in quota An, arrestato nel 2003 con l’accusa di turbativa d’asta ed associazione per delinquere.
Marchetta, di cui sono stati provati i rapporti di frequentazione con Rosario Cattafi ed il mafioso Salvatore “Sem” Di Salvo, ha pure riferito sulle illecite modalità di gestione del sistema degli appalti della provincia di Messina e sulle indebite pressioni che sarebbero state esercitate durante la definizione del Piano regolatore di Barcellona, approvato dalla Regione Siciliana solo nel febbraio 2007. Secondo quanto riportato da Centonove, il 16 marzo 2009, durante un interrogatorio con i magistrati, Maurizio Marchetta si è soffermato sugli «accordi intercorsi tra politici barcellonesi e il responsabile dell’area tecnica del Comune, Gaetano Calabrò, per modificare attraverso la recente variante al Prg, la destinazione urbanistica di terreni, facendoli passare da agricoli ad edificabili nell’interesse di imprenditori, professionisti e i politici medesimi». Un accenno pure sulle presunte responsabilità di Candeloro Nania. «Posso raccontare le forme di condizionamento determinate dall’attuale sindaco di Barcellona per imporre a privati proprietari terrieri, che hanno ottenuto grazie a lui l’aumento dell’indice di cubatura, le progettazioni e le successive costruzioni con professionisti ed imprenditori da lui stesso imposti», ha dichiarato Marchetta.
All’approvazione finale del Piano regolatore si giunse dopo un iter lunghissimo in cui non mancarono conflitti e colpi di scena. Il consiglio comunale ne aveva affidato la redazione nel lontano marzo 1991 ai professori Giuseppe Gangemi ed Aldo Casamento di Palermo e all’architetto Mario Sidoti Migliore di Capo D’Orlando. Gli elaborati del Piano furono inoltrati undici anni dopo in consiglio, ma 21 consiglieri dichiararono la propria incompatibilità per «vicende parentali» legate al suo contenuto. Successivamente, alla guida del Comune di Barcellona venne nominato un commissario ad acta che adottò il Prg nel dicembre 2003. Intanto furono presentate dai cittadini più di 2.000 osservazioni, mentre l’amministrazione comunale concesse 976 autorizzazioni edilizie e approvò 26 nuovi piani di lottizzazione dopo la consegna degli elaborati e prima della loro adozione definitiva. Per la cronaca, alla stesura finale del Piano regolatore che individuò proprio in contrada Siena una delle due zone del territorio comunale destinate a insediamenti commerciali, collaborarono i fratelli architetti Mario e Santino Nastasi, successivamente progettisti del Piano particolareggiato della Dibeca-Cattafi S.a.S..
Commento dall’amara ironia quello di Fabio Repici, avvocato di parte civile in numerosi processi di mafia e grande conoscitore dei processi criminali che soffocano la politica e l’economia del messinese.

«Ho un’idea: all’inaugurazione del centro commerciale - ora che il consiglio comunale, con voto unanime di maggioranza e opposizione, ha deciso che si farà - ospite d’onore sia sua eccellenza il procuratore generale», dichiara Repici. «E che le pulizie del megaimpianto siano affidate alle cooperative della figlia di Vittorio Mangano o, ancora meglio, di Natale Sartori e Nino Currò, tanto vicini al senatore Marcello Dell’Utri. Del resto, c’era pure qualcuno che diceva essere amico di Saro Cattafi.

E che male c’è, poi, se a realizzare il centro commerciale di Barcellona sia la famiglia Cattafi? Mica si può fare l’analisi del sangue ai centri commerciali? A Barcellona Pizzo di Gotto, poi…».

«Io ho rinunciato a prenderla sul serio», conclude il legale. «Qualche giorno fa la corte d’appello ci ha anche detto che non c’è droga a Barcellona. Che non ci fosse mafia, lo sapevamo già. A dire il vero, lo avevano scritto i giudici del Tribunale di Messina, Cassata, Cucchiara e Grassi, con la sentenza del maxiprocesso di venti e più anni fa. E ora il centro commerciale. E pure la massoneria. Ci manca solo che ci facciano la sede dei servizi segreti. Altro che Tombstone. Occorre trovare un neologismo. O forse leggere Io che da morto vi parlo, di Alfio Caruso, libro-inchiesta su Adolfo Parmaliana. Si uccise lo scorso anno, quando la giustizia messinese-barcellonese aveva avviato contro di lui la rappresaglia dopo le sue denunce su malapolitica, mafia e affari nella vicina Terme Vigliatore.
Sempre che a Barcellona non lo facciano sparire dalle librerie».
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