15 giugno 2010

Il ddl Alfano prevede bavaglio e manette per i blogger, ma la rete tace


Qualche tempo fa, a Catania, un amico mi raccontava di come il rettore Antonino Recca si fosse incazzato guardando il filmato, nel sito di Step1, in cui veniva immortalato mentre si dichiarava stupito e ignaro del fatto che, nel suo ateneo, gli assistenti dei docenti esaminassero regolarmente gli studenti (con o al posto dei professori).

Quel filmato e quell’arrabbiatura mi sono tornati in mente leggendo il testo del ddl Alfano votato al Senato laddove aggiunge al codice penale l’articolo 616 bis «(Riprese e registrazioni fraudolente) Chiunque fraudolentemente effettua riprese o registrazioni di comunicazioni e conversazioni a cui partecipa, o comunque effettuate in sua presenza, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni se ne fa uso senza il consenso degli interessati».

Sono esclusi i giornalisti, professionisti e pubblicisti. Bene, siccome lo studente catanese di cui sopra non è iscritto all’albo dei giornalisti, la prossima volta dovrà chiedere la liberatoria al rettore per potere pubblicare quel video. Liberatoria che, ovviamente, non avrà. Così come potrebbe non averla qualche blogger che va a riprendere sedute del consiglio comunale del suo comune. Ma l’esempio più classico è quello di chi carica in rete foto o frammenti di concerti cui ha assistito: fino a oggi, se il musicista o qualcuno del suo entourage lo richiedeva, video e foto venivano rimossi e finiva lì; da domani si va dritti dritti in galera.

Ma la Rete non sembra essersi accorta di ciò e, dunque, non se ne parla: si discute solo del «bavaglio» degli altri, dei giornalisti, ieri additati dai blogger come i nemici della «libertà di informare» in Rete, oggi autentici fari della democrazia.
Ma i blogger e la Rete in genere, con qualche eccezione (Nicola D’Angelo su Gli Italiani, Guido Scorza nel suo blog e pochissimi altri), non sembrano essersi accorti nemmeno che il ddl Alfano contiene una norma che in passato ha provocato rivolte al grido di «chiuso per rettifica».

Il testo approvato in Senato, infatti, modifica l’articolo 8 della legge sulla stampa (47/1948), a proposito dell’obbligo di rettifica, includendo «i siti informatici» e stabilendo che le rettifiche vanno pubblicate «entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono». E, soprattutto, «senza commento». Ciò vuol dire che se la legge fosse già in vigore e il ministro volesse dire che finora ho scritto fesserie, dovrei pubblicare la sua «rettifica» e starmene zitto. Se non lo facessi, rischierei sei mesi di carcere e una multa salata e, dopo la condanna, oltre a dovere pubblicare la «rettifica» mi toccherebbe pubblicare anche un estratto della sentenza.

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