13 giugno 2010

La Procura di Catania indaga su Vincenzo Castelli, presunto prestanome delle cosche



di Antonio Condorelli

È sotto processo da due anni. La procura, che nel 2008 aveva chiesto inutilmente al gip il suo arresto, lo considera un prestanome delle cosche e per questo adesso lo accusa di “possesso ingiustificato di valori con l'aggravante di aver favorito l'associazione mafiosa Santapaola”. Ma nessuno a Catania lo sa. Eppure Vincenzo Castelli, 48 anni, in città è un uomo che conta. Viene intervistato di continuo da giornali e tv locali. La Sicilia di Mario Ciancio, lo tiene sempre in considerazione. Anche perché Castelli non è solo un potente consigliere comunale fondatore del gruppo Pdl Sicilia. In municipio è presidente della commissione Tributi, una carica di rilievo in una città in bancarotta che però comincia ad andargli stretta, tanto che ora il presunto prestanome rivendica a gran voce un assessorato. Che dicono gli elettori?

Niente. Anche perché niente sanno. Non che il processo, ribattezzato Pietra Dorada, in cui Castelli è imputato, sia poca cosa. A quell'inchiesta, la Dia ha lavorato per anni. E alla fine si è convinta che il consigliere comunale del Pdl Sicilia fosse una delle teste di legno che controllavano una grande cava a Mistretta di cui adesso la Procura sta tentando di ricostruire bilanci ed affari, gestita attraverso la Dorata di Sicilia Srl di cui Castelli era socio. Per l'accusa il politico di centrodestra sarebbe stato prestanome di alcuni personaggi vicini ai clan e di Giorgio Cannizzaro (arrestato e condannato con l’abbreviato), fratello dello “Zio Pietro” già inserito nel clan Santapaola. “Sono solo illazioni, io ero in quella società per lavorare”, ribatte lui al Fatto Quotidiano. Ma agli atti ci sono intercettazioni ambientali in cui Castelli parla di affari con il boss Sebastiano Rampulla, condannato per associazione mafiosa e fratello di Pietro, l’artificiere della strage di Capaci.

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