24 luglio 2010

Il business della ristorazione, 5 mila locali in mano alla mafia


di Maria Loi - 23 luglio 2010

Roma. Con un fatturato di oltre un miliardo di euro l’anno il settore della ristorazione è il nuovo business di Cosa Nostra. Oltre 5 mila locali, anche con marchi prestigiosi, sono in mano ai boss. Che li impiegano come “lavanderie” per riciclare soldi sporchi guadagnati illecitamente.

Nell’inchiesta apparsa su Repubblica, il giornalista Enrico Bellavia spiega i modi in cui i boss investono i soldi sporchi nelle attività di ristorazione (bar, ristoranti, pasticcerie).

La mafia, non avendo problemi di liquidità, entra nell’economia legale o comprando i locali, che poi ristruttura mettendo a lavorare qualcuno della famiglia (mogli, sorelle o figli) o in altri casi prendendo possesso del locale, inizialmente tramite un prestito al gestore in difficoltà poi con l’appropriarsi del ristorante. Il proprietario vero viene lasciato come prestanome ma “senza potere e senza soldi”.

Come ha confermato un ristoratore romano, finito nelle maglie della criminalità: “La ‘Ndrangheta ti porta via il locale con la truffa. Credi di fare un buon affare e poi ti ritrovi una pistola puntata alla gola quando provi a riprendertelo”.
Le indagini recenti hanno messo in evidenza infatti la forte presenza di clan malavitosi in locali alla moda in tutta Italia. L’anno scorso le procure di Reggio Calabria e Roma scoprirono che il “Cafè de Paris” di via Veneto, a Roma, uno dei più rinomati della capitale, era finito nelle mani del clan degli Alvaro-Palamara di Sinopoli e Cosoleto, “una delle famiglie più potenti, capaci di movimentare anche grosse partite di droga, con forti investimenti nel settore immobiliare e in quello della distribuzione alimentare, tra Roma e Torino” dopo una fase di declino. Nel 2008, ai gestori della “Rampa” a Trinità dei Monti la magistratura voleva sequestrare l’immobile perché considerato di proprietà dei Pelle-Vottari di San Luca in Aspromonte.
Si legge sempre su Repubblica che nelle grandi città come Roma e Milano un locale su cinque è in mano ai boss che fuori dal loro territorio sono “soci in affari” come “i Piromalli della Piana di Gioia Tauro a Roma e sul Garda, i Coco Trovato da Catanzaro tra Lecco e la Madonnina, i Papalia di Platì sotto al Duomo, gli Iovine, i Bidognetti e gli Schiavone da San Cipriano d´Aversa e Casal di Principe a Campo de Fiori, a Ostia o a Fiumicino come a Modena. Gli Arena da Isola Capo Rizzato in Romagna, forti di una radicata presenza nel settore turistico-alberghiero. I Pesce-Bellocco di Rosarno e poi gli Alvaro di Sinopoli nel cuore della Dolce Vita romana. I Morabito da Africo a dettar legge all´Ortomercato di Milano dove Salvatore, il nipote di Giuseppe, ´u tiradritto, entrava in Ferrari esibendo un regolare pass da facchino. E lì si era fatto autorizzare il "For the King", un night che era il suo ufficio di rappresentanza nel cuore della Wall Street - 3 milioni di euro al giorno - della frutta e verdura italiana”.
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