9 luglio 2010

Nell’inferno senza perdere la dignità.


Di Roberto Saviano.

Leggere Varlam Salamov mi ha cambiato la vita. Di per sé questa non è una gran notizia. Non è nulla di importante, anzi, è un dettaglio privato di nes­sun valore per un lettore. Ma da parte mia può esser il miglior invito a entrare nelle sue pagine.
Non saprei cosa dire di più con vincente e di più vero.
È un autore che ho conosciuto quasi per caso, trovando i suoi libri con una certa difficoltà. Mi fu consigliato di leggere I racconti della Kolyma da Gustaw Herling, autore di Un mondo a parte e reduce dai gulag, che il des­tino portò a vivere a Napoli. Un consiglio che pa sava di bocca in bocca tra i dissidenti dell’Est, tra chi sapeva che il sogno di un’umanità redenta da ingiustizie e fatica, riscattata dal salario e dall’oppressione si era mate­ri alizzata in uno degli incubi peggiori che l’uomo avesse mai visto: i gulag. Entrare nelle pagine di Varlam Salamov è una vera e pro pria esperienza fisica per il lettore.
Aveva fatto vent’anni di gulag questo scrittore sconosci uto al grande pub­blico e venerato dai suoi pochi lettori.
Venti lunghi anni in Siberia. Vent’anni per reati di opinione. Questa la con­danna.
E quelli che gli erano rimasti da vivere dopo il lager li passò a raccon tare quell’esperienza, con la coscienza di chi sa che sta facendo qualcosa di assoluta mente necessario. E per farlo perse tutto. Per scrivere del gulag perse addirittura la vicinanza della prima moglie, che al suo ritorno dai campi andò a prenderlo alla stazione e gli comunicò, sulla banchina, che non voleva altri guai, e che avrebbe fatto meglio a cercarsi un’altra desti­nazione. Così Salamov andò a vivere da solo, in una stanza minuscola, sotto costante osservazione dei servizi di sicurezza sovietici.
La sua grandezza non è solo nella testimonianza, che pur necessaria, è cosa diversa dalla letter atura. Le storie di Salamov smettono di essere gulag, Siberia, totalitarismo, automutilazione, morte. Divengono, come solo la letteratura può divenire, spazi e azioni che mettono alla prova l’essere umano e ne tracciano l’essenza.
È una lettura che richiede la forza di continuare, pagina dopo pagina, l’ascesa verso la spogli azione dell’anima. Una dimensione universale. Una discesa e una risalita nella dimensione dell’uomo. Al netto della sofferenza, dopo la feccia della corruzione. Salamov disegna l’individuo assoluto. L’essere nudo di fronte all’esistenza. È una letteratura che ti per mette di vedere cos’è l’uomo, la sua capacità di resistere. A meno quarantagradi sotto zero, circondato da esseri che hanno l’unico obiettivo di toglierti il pane e ogni mattina sperano di trovarti morto per pren derti i vestiti. Lì l’uomo può ancora tentare di essere uomo. Questo si chiede e cerca in se stesso Varlam Salamov.


Varlam Salamov
Non lasciatevi scoraggiare dai rac­conti che leggerete, non partite pre­venuti sapendo che sen tirete nelle carni sensazioni atroci, non spaven­tatevi sapendo che apprenderete di torture orribili e tremende ingius­tizie. Gli scritti di Salamov sono la conferma del bene. Può sembrare paradossale, ma è così. Lo diceva lui stesso. «I miei scritti sono la con­ferma del bene sul male». Tutta quella sofferenza, quel male, quelle privazioni, alla fine dimostrano quanto l’animo umano sia capace di salvarsi. C’è bellezza e forza sul fondo di tutto quell’orrore.
In Salamov c’è sempre la con sapev­olezza di non aver mai e poi mai tra­dito il prossimo per miglio rare la pro­pria condizione. È la cosa di cui più andava fiero.
Šalamov riesce a dimostrare la bontà del singolo gesto nell’inferno quotid­iano del gulag. Come la frase di un personaggio di Vasilij Grossman: «Non ci credo, io, nel bene. Io credo nella bontà». Il bene è una considerazione metafisica, lontana, generale, postuma. La bontà è uno spazio del pre­sente. Del guardarsi negli occhi. Di un momento. La bontà è umana, il bene è storico. E quando si parla di progetto storico, di giustizia, di felicità come di qual cosa che trascende l’umano Salamov ha un brivido di paura. Sa che si parla di qualcosa che l’uomo subirà, che passerà sull’uomo.
Salamov riesce a dimostrare attraverso l’osservazione della natura che resistere si può. In ogni singola vicenda c’è una stilla di possibilità: la pos­sibilità della vita. Questo discorso nelle pagine di Salamov non è retorico. Non è nemmeno religioso. Non c’è un voler credere in un contesto dove tutto è disperante e disumano. La sua è una ricerca. Stando in silenzio, lot­tando per mangiare. L’orgoglio dell’esistenza. La capacità di non lasciarsi corrompere dal bisogno. Si può con tinuare a essere uomini anche in quelle condizioni, ci si può riuscire. Questa è la grandezza di Salamov.
In Italia non è stato pubblicato per molti anni. Era uscito per la prima volta nel 1976, fra le polemiche tipiche e desolanti di quegli anni. Poi era scomparso. Mentre i Racconti della Kolyma uscivano in Francia, nel 1980, e negli Stati Uniti nel 1982, da noi si discuteva sull’opportunità o meno di dargli voce. Molti intellettuali vicini al Partito comunista, molti editori vicini al Partito comunista lo rifiutarono considerandolo reazionario, favolistico, esagerato. Salamov sapeva dell’enorme diffidenza attorno al suo libro, ne era cosciente. Veniva spesso accusato di essere anti comunista, disfattista, al servizio delle potenze capitaliste. Per sua dis­grazia, era semplicemente uno scrittore. E questo bastava per farlo odiare.
Salamov racconta un inferno che i lettori non conoscono bene quanto quello di Auschwitz. E che neanche sospettano. Attorno alle atrocità del comunismo sovietico dei gulag è calato il silenzio per troppo tempo. La loro esistenza nell’immaginario di quasi tutti non esiste. Lo conoscono gli spe cialisti, la parte colta della società. Un silenzio enorme e colpevole. «Mi si prospettava una discesa agli inferi, come Orfeo, insieme alla dubbia speranza di riemergerne».


Salamov e Saviano
L’ha fatta due volte quella discesa Salamov: nel viverla e nel raccontarla una volta uscito. Eppure leggendo queste pagine non si ha mai un senso di malinconia, di depressione. Di scoramento.
Incredibilmente le pagine di Salamov trasudano speranza nella resistenza. Non concedono nulla alla disperazione. La disperazione gli sembra qual­cosa che attesta la vittoria del potere. Non bisog nava cederle. La morte poteva essere un traguardo sperato. Ma lasciarsi andare, diventare come ti volevano, era per lui la sconfitta peggiore. Non mi è mai capitato di chi­udere un suo libro senza la sensazione di aver capito come cercare di vivere, senza la netta sensazione di aver ricevuto in dono dalle sue storie una mappa per procedere nel quotidiano. Qui, lontano dalla Siberia, lon­tano dai gulag, lontano anni e chilometri da Stalin. Eppure queste parole dicono di qui, di ora, e ti guidano verso un vivere più cosciente. Più vero. Assoluto. Višera diviene anche una sorta di man uale di sopravvivenza. Non solo nell’universo concentrazionario. È un manuale sulla possibilità di essere uomini, nonostante tutto. «Non avrei temuto niente e nessuno. La paura è un sentimento vergognoso e depravante, che umilia l’uomo. A nessuno avrei chiesto di fidarsi di me, né io mi sarei fidato di alcuno. Per il resto, avrei fatto conto sulla mia intuizione e sulla mia coscienza».

Sente Varlam Salamov, vuole sentirlo, deve sentirlo di star lì non da solo: «ero dov’ero in nome di coloro che con tinuamente finiscono in carcere, al confino, nei lager… Essere un rivoluzionario significa prima di tutto essere una persona onesta. Di per sé una cosa semplice, eppure così difficile». Rivoluzione come onestà. La cosa più complessa che esista. Un’onestà che non deve essere leale verso nessun codice penale, ma verso la parte più pro fonda di se stessi.

Un giorno Salamov venne a sapere dell’invenzione di due prigionieri, Miller e Novikov: un vagone che si scaricava da solo. Una semplice, pic­cola rivoluzione che avrebbe in parte alleggerito il tremendo giogo a cui erano sottoposti nei gulag i prigionieri. Šalamov riuscì a far passare la notizia sulla rivista specializzata «Bor’ba za techniku». Nel 1937 il diret­tore venne fucilato comunque. Invece al capo redattore che aveva pubbli­cato la notizia, amico di Salamov, andò un po’ meglio: gli «spezzarono la schiena a furia di botte, a Lefortovo, durante un interrogatorio» dice lui. Però poi aggiunge con una strana forza consolatoria: «Ma è ancora vivo e scrive…». Questa consolazione mi sembra la verità ultima dietro la sua vita. Ecco. È ancora vivo. Ma quel «vivo» non basta. Deve aggiungere: «e scrive». La speranza, l’unica, passa esclusivamente attraverso la scrittura. E la resistenza.
Scrivere è resistere. Non serve altro a Salamov. Non serve altro ancora a molti altri per continuare a raccontare la propria verità. Scrivere diviene forse una ricompensa a sopportare tutto, una necessità per darsi forza e continuare a vivere.
Vivere per scrivere, perché se non lo racconti, non succede. E se non lo fai, nessuno saprà mai che è successo.

©2010 Roberto Saviano/ Agen zia Santachiara
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