7 agosto 2010

Ora il pizzo è con fattura, la mafia si aggiorna


di Giuseppe Lo Bianco

Dal cilindro della fantasia mafiosa salta fuori il reato che conviene allo Stato: ecco il “pizzo con fattura”. L’estorsione del 2010 è un costo d’impresa iscritto in bilancio che l’imprenditore paga due volte: una a Cosa Nostra, per la famigerata “protezione’’, l’altra allo Stato, sotto forma di Iva e Irpef a fronte di prestazioni mai effettuate, di servizi e forniture inesistenti. L’hanno scoperto i carabinieri del Comando provinciale di Palermo, che su ordine della Direzione distrettuale antimafia hanno arrestato otto componenti della cosca di Ficarazzi, centro di undicimila abitanti alle porte del capoluogo, raccogliendo “in diretta” le prove di un attentato incendiario e sventando altri, più gravi, reati. Il “pizzo con fattura”, infatti, ha acceso gli appetiti di un boss emergente, Atanasio Alcamo, titolare di una ditta di infissi. Avrebbe tentato di assumere il controllo del territorio e la gestione del racket delle estorsioni, scalzando il reggente della cosca, Giovanni Trapani, proprietario di un’impresa di movimento terra, e arrivando a picchiare selvaggiamente un imprenditore ribelle. La scoperta del contrasto al vertice della cosca avviene quasi per caso, visto che gli investigatori erano concentrati nella caccia al latitante Antonino Lo Nigro, reggente della famiglia di Brancaccio, e parente di Cosimo Lo Nigro: uno dei fedelissimi dei fratelli Graviano, condannato all’ergastolo per la strage di via dei Georgofili, a Firenze. Per stanarlo, i carabinieri imbottiscono di microspie un magazzino-rifugio di animali in via Leonardo da Vinci a Ficarazzi.

Il 4 gennaio 2008 le microspie captano le voci di Atanasio Alcamo e Placido Cacciatore. Il capo dà le direttive: “Eh, un’altra cosa, stasera… prendi… c’è un portone tutto grigio gli devi bruciare il portone. L’ultimo grigio, gli deve diventare irriconoscibile! Ti raccomando, hai capito?”. “Sì, sì” risponde Cacciatore. Vittima dell’avvertimento è un piccolo imprenditore edile di Ficarazzi, colpevole di non aver scelto la ditta giusta per una fornitura di infissi. L’indomani, alle tre e mezza, qualcuno appicca il fuoco al portone di un edificio in costruzione in via Ugo La Malfa. Uno pneumatico cosparso di benzina viene dato alle fiamme. L’imprenditore denuncia l’episodio ai carabinieri ai quali dice di avere chiesto tre preventivi per gli infissi ad altrettante ditte artigiane, tra cui quella di Alcamo. Aggiungendo di avere scelto quella che offriva il prezzo migliore, e non era quella dell’aspirante boss. Il quale, in un’altra occasione, avrebbe picchiato selvaggiamente un altro imprenditore recalcitrante ad obbedire alle sue richieste. Una “mosca bianca”, visto che le indagini hanno documentato l’acquiescenza di tutti gli altri sottoposti alle vessazioni di clan vecchi e nuovi, nell’assenza di ogni denuncia.

Nulla di nuovo sotto il sole siciliano dove, a dispetto di realtà come Addio Pizzo, che hanno impresso all’inizio una forte spinta culturale verso la rottura dell’omertà imprenditoriale, le associazioni anti-racket faticano a radicarsi. Associazioni totalmente assenti nelle province di Agrigento e Trapani, come dice il leader storico del movimento anti-racket Tano Grasso: “Il pizzo con fattura non è nuovo, lo avevamo incontrato già in un’indagine sul Borgo Vecchio, a Palermo, ed è la conferma della direttiva Provenzano, che vuole trasformarlo sempre di più in un costo d’impresa: se non accettato dall’imprenditore, quantomeno fortemente attenuato nel suo carattere oppressivo. Una strategia intelligente che evidentemente fa breccia in quei settori (trasporti, forniture edilizie) già largamente segnati dal fenomeno della falsa fatturazione”. Tutti naturalmente con la bocca cucita. E se a Palermo le denunce iniziano ad arrivare, insieme alle costituzioni di parte civile nei processi, in provincia è tutto molto più difficile. “La provincia è più conservatrice, più chiusa della città – spiega il procuratore aggiunto della Dda Ignazio De Francisci – Se a Palermo capita di imbattersi in un imprenditore che denuncia le richieste di pizzo, lontano dal capoluogo è tutto più complicato”.

Qui sono molti gli imprenditori, vittime di danneggiamenti e pestaggi, che all’inizio hanno provato a negare perfino l’evidenza, continuando a negare ostinatamente ogni richiesta. Ecco perché, secondo De Francisci, “va riproposto con forza a tutti l’invito a collaborare. Non ci sono altre strade”. Ma l’invito non basta. Il senatore del Pd Giuseppe Lumia, componente della commissione Antimafia, annuncia che continuerà “a chiedere in Parlamento l’introduzione della denuncia obbligatoria nel caso di estorsioni”.

da il Fatto Quotidiano del 6 agosto 2010
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