18 agosto 2010

Quando il giornalismo richiede tanto coraggio

La testimonianza di un giornalista scomodo

Esistono due categorie di giornalisti: quelli che scrivono solo per lavoro e quelli che lo fanno perché hanno a cuore la verità. I primi, non di rado, forniscono ai lettori notizie incomplete, “mutilate” perché scomode al potentato di turno; i secondi sono maggiormente sprezzanti del pericolo, non perché vogliano essere considerati degli eroi, ma perchè mossi da una profonda coscienza civile e perché pienamente consapevoli della fondamentale funzione sociale del mestiere di informare. A quest’ultima categoria appartiene il giornalista Antonino Monteleone, uno dei dodici cronisti calabresi minacciati dalla ‘ndrangheta dall’inizio dell’anno. Ha soli 25 anni e già deve fare i conti con quello che Giovanni Falcone chiamava “coraggio”, ossia “il saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa”. A causa del difficile lavoro che svolge, ha ricevuto diverse minacce, si è visto il suo blog oscurato decine di volte, fino all’ultimo classico avvertimento della ‘ndrangheta: lo scorso 5 febbraio gli viene incendiata l’auto. Ma Antonino non si arrende. Ha partecipato alla trasmissione Anno Zero di Michele Santoro; Beppe Grillo ha pubblicato alcuni suoi interventi sul proprio blog; da qualche settimana è in edicola il suo giornale “S” che ha lanciato insieme al giornalista Claudio Cordova, e in vendita nelle migliori edicole calabresi e milanesi; da settembre farà, poi, parte della nuova edizione di Exit- La7. Un curriculum di tutto rispetto, considerando la sua giovane età. Come resistere, quindi, alla tentazione di scambiare due chiacchiere con questo coraggioso giornalista prodigio?!
Antonino, cos’è per te il giornalismo?
Giornalismo significa raccontare alle persone qualcosa che possa aiutarle a compiere scelte. Molte persone fanno lavori diversi. E hanno di conseguenza esigenze differenti. Ognuna di queste ha bisogno quindi di sapere cosa compra, cosa mangia, come viene amministrata la Giustizia, come si comportano i politici eletti e i pubblici funzionari stipendiati con le imposte che lo stato esige. Così quando un giornale offre informazioni ritenute utili e appropriate, il cittadino è lieto di spendere del denaro per acquistare un giornale.
Te lo sarai sentito dire tante volte: chi te lo fa fare?
E, ogni tanto, me lo ripeto allo specchio. Poi penso che vorrei avere dei figli. E qui casca l’asino... Pensi, quindi, di smettere di pubblicare “notizie che uccidono” quando avrai una famiglia e dei figli da sfamare?
Molti mi chiedono “E se avessi dei figli?”. Il punto è questo: penso al coraggio di Michele Albanese, di Peppe Baldessarro. Sono dei colleghi che ammiro proprio per questo e comprendo le ragioni del loro modo di lavorare. Io vorrei che i miei figli possano ereditare una società capace di indignarsi e respingere il modo con cui il potere mafioso penetra e si mimetizza tra le persone davvero per bene. Se non lo facessi non mi sentirei un buon padre.
La stampa italiana, nonostante l’opera meritoria che tu e altri pochi colleghi svolgete – ricordiamo ad esempio il giornalista di Calabria Ora, Lucio Musolino, che nelle scorse settimane si è visto recapitare nella sua abitazione una tanica di benzina – sembra essere scarsamente interessata all’oggetto delle vostre inchieste scomode. Tant’è vero che l’opinione pubblica italiana si indigna e si commuove, giustamente, per l’assassinio della giornalista Anna Politikvoskaja, uccisa a Mosca per impedirle di pubblicare articoli-rivelazione sulla guerra in Cecenia, ne celebra l’anniversario, ma non conosce neppure i nomi dei giornalisti minacciati e uccisi in Italia. Ti è capitato di sentirti solo?
Non è colpa dei centinaia di colleghi che si sacrificano per mandare in edicola i “grandi” giornali nazionali. L’agenda dei giornali, purtroppo e per mille ragioni, non è dettata da criteri giornalistici. Ma politici e di marketing. Semplicemente le minacce ad un manipolo di cronisti di provincia non “fanno notizia”. Finché non ne ammazzano qualcuno. Allora tutti grideranno allo scandalo. Al diritto di essere informati. Alla libertà di stampa. Magari facendo un uso politico dell’intera vicenda. Ma finché la tanica fuori dalla finestra di Musolino non crea profitto finendo sulla pagina di un grande giornale, rimarrà una cosa che ci raccontiamo io e lei. E un pò di persone interessate. Nei giorni immediatamente successivi ho ricevuto diverse centinaia di mail, telefonate, messaggi. Richieste di interviste. Perfino apparizioni tv. Quello ti fa sentire meno solo. Oggi è tutto passato. Secondo lei cosa significa? Che la solidarietà passa, le minacce rimangono lì. A ricordarti cosa rischi. Spesso accade ai cronisti di giudiziaria che finiscono sotto inchiesta di trovare poche firme in calce agli appelli o agli attestati d solidarietà. Perché questo atteggiamento, anche da parte di colleghi giornalisti che scelgono la regola della “prudenza”? È talmente raro leggere editoriali corali di tutte le testate a difesa dei colleghi intimiditi che non mi sono mai posto la questione. I giornali non si parlano tra loro quando si tratta di parlare delle “notizie” in senso stretto. Figurarsi degli altri colleghi. Minacciano il giornalista di un giornale, gli altri escono con un trafiletto. E viceversa. È un gioco al massacro, che fa gongolare le ‘ndrine.
Il procuratore nazionale antimafia, Piero Grasso, durante un dibattito sui rapporti tra mafia e informazione affermò: “Oggi forse l’editoria è nelle mani di potentati che non consentono l’indipendenza. Non mancano i giornalisti capaci e coraggiosi. Il problema è a monte”. Sei d’accordo?
Ho un’idea precisa. Perché nasce un giornale? In Inghilterra i giornali erano l’iniziativa di un gruppo di cittadini che aveva bisogno di uno strumento per fare pressione sul potere e controllarlo. Gli editori guadagnavano tanto quanto erano affidabili e penetranti i resoconti rivolti all’opinione pubblica in un rapporto società di servizi-cliente. Se sei bravo compro il giornale e sopravvivi. Sennò non vedi il mio penny e scompari. Quindi c’era una gara a chi dava più notizie. E in Italia? In Italia un giornale nasce perché un gruppo di potere (imprenditoriale o politico) ha bisogno di condizionare una fetta di opinione pubblica a proprio piacimento. E il rapporto giornale-lettore è violentato dalle sovvenzioni statali. Gli incassi delle vendite sono introiti marginali e l’informazione va a farsi benedire. Per non usare un’espressione più colorita. Perché, secondo te, si registra sempre un minor interesse dei giornali a diffusione nazionale per le notizie sulla mafia, che rimangono appannaggio solo di qualche giornale locale? Perché la mafia non fa più notizia?
In verità certa mafia fa molta notizia. Un anziano di 83 anni che vendeva basilico ai bordi di un’ex mulattiera diventa un mammasantissima di cui si parla per settimane. Poi ci sono consiglieri regionali, sottosegretari, faccendieri al telefono coi padrini più sanguinari e se ne parla due giorni. Secondo lei perché?
Maria Giovanna Cogliandro (16.08.2010)
fonte: lariviera.com


Posta un commento

Avvertenze sul blog











SOSTIENI QUESTO BLOG - Adotta l'Informazione Libera Contribuisci alla libertà di essere informato bastano pochi euro e l'impegno di tutti. Anche 1 euro, grazie a tutti.

Sostieni questo blog, adotta l'informazione libera.


Scopo: Malgradotuttoblog

RICARICA postepay: 4023 6006 4546 1221


Questo blog, sostiene la libera e gratuita diffusione delle idee; è pubblicato sotto una Licenza
Creative Commons. Tu sei libero di modificare ed usare a tuo piacimento tutti i contenuti presenti sul blog all' unica condizione di citarne la fonte.
Questo blog non rappresenta una testata giornalistica, in quanto viene aggiornato senza nessuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n°62 del 7/3/2001.