20 settembre 2010

La mafia a Pavia


di Elio Veltri

Quando nel 2007 ho sollevato il problema della mafia a Pavia e ho inviato una lettera a tutti i consiglieri comunali si è scatenato il putiferio.
Eppure citavo documenti ufficiali della Commissione parlamentare antimafia e atti giudiziari e indicavo una serie di indizi riguardanti settori economici sensibili: moltiplicazione di sportelli bancari, turnover anomalo dei negozi spesso vuoti, crescita della spesa per videogiochi, cementificazione devastante del territorio a fronte della diminuzione senza soste della popolazione e l’abbandono delle aree dismesse, crescita esponenziale del numero dei supermercati.

Apriti cielo: la mafia stava sempre altrove, nel sud, mai in Lombardia, e io ero diventato un pericoloso sputtanatore della città che pure avevo governato per 8 anni dedicandole il meglio delle mie energie e capacità sempre riconosciute dai cittadini pavesi anche al momento delle elezioni.
Tra quelli che urlavano di più, c'erano alcuni, indagati e non, che adesso compaiono nelle intercettazioni telefoniche, in contatto con i capi della Locale della ndrangheta e con il capo riconosciuto, Pino Neri, scelto dalle famiglie calabresi per riorganizzare i ranghi in Lombardia.
Io non sapevo di loro, ma loro sapevano eccome, e si scatenavano.
Il silenzio, il migliore alleato della mafia, come ci aveva insegnato Borsellino, veniva invocato per difendere il decoro della città, la sua immagine di fronte al paese e al mondo e naturalmente per potenziare gli affari personali e delle cosche che avevano colonizzato la Lombardia scegliendo Milano, sede della borsa, dei mercati finanziari, delle grandi banche, come capitale mafiosa del paese.
Il silenzio è continuato anche dopo che il capo della procura distrettuale antimafia di Milano in una intervista ha smentito i miei critici, anche dopo che in una inchiesta partita da Bari, condotta da Antonio Laudati, sono stati sequestrati immobili a Pavia, anche dopo l’arresto del giovane Pelle, tetraplegico a causa di alcuni colpi di arma da fuoco, erede della nota famiglia mafiosa di San Luca, ricoverato a pagamento in una delle cliniche più prestigiose di Pavia, intercettato dalla DEA americana, mentre parlava con gli amici colombiani, forse perché aveva bisogno di un po’ di compagnia; anche dopo l’arresto di Setola, il killer più crudele dei casalesi, anch’egli ricoverato a Pavia, per curare una cecità inesistente mentre la sua mira infallibile mieteva vittime soprattutto di colore e africane.

Silenzio dopo decine di dibattiti sulla mafia organizzati in università nei quali con grande sicurezza si escludeva che la mafia potesse essere anche in Lombardia. Amministratori, politici, intellettuali, professori, imprenditori, uomini di chiesa, tutti con le bocche cucite per salvaguardare la verginità e il buon nome della Lombardia, dell’Emilia Romagna e delle altre regioni del nord mentre città capoluogo e non venivano colonizzate dai clan. E mentre in alcune di esse, come a Pavia, venivano costituite fantomatiche commissioni antimafia dei consigli comunali con l’obiettivo di non farle funzionare.
Nell’ordinanza del GIP di Milano è scritto che:” il vero capitale della ndrangheta in Lombardia è la politica”.
Parole sante che qualcuno di noi aveva anticipato. Eppure il silenzio continua; le bocche rimangono cucite e non si aprono nemmeno per chiedere scusa.

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