22 ottobre 2010

Grande Camorra, su Canale 5

di Sonia Alfano

Il mio potrebbe essere interpretato come un attacco cieco ai “figli di mafia”. Mi tocca ormai mettere le mani avanti: non è così, e voglio che sia chiaro. Il mio è un attacco a chi vuole, sfacciatamente, sdoganare le mafie su giornali e tv, tentando di farle apparire come un fenomeno con il quale convivere, o dal quale imparare qualcosa di buono: d’altronde dal letame nascono i fiori, azzarderebbe qualcuno. E’ questo che non può andarmi giù. Non posso digerirlo come cittadina, come figlia di una vittima innocente della mafia, come esponente delle istituzioni, come presidente di un’associazione nazionale che riunisce i familiari delle vittime innocenti di mafia e come responsabile nazionale del Dipartimento Antimafia di Italia dei Valori. Mi piacerebbe non poterlo digerire come semplice donna, madre di tre figlie, perché vorrebbe dire che non serve un morto in casa per sentire montare il disgusto e l’indignazione di fronte ad un simile scempio culturale e morale.
L’altro ieri ho fatto un comunicato stampa sulla partecipazione di Ferdinando Giordano, figlio di un camorrista, al reality Grande Fratello, con cui criticavo aspramente la scelta degli autori del programma. Il mio “disappunto” non nasce certamente da un’antipatia personale nei confronti del signor Giordano, ma piuttosto dalla consapevolezza che la sua storia, che non ha nulla di così speciale da meritare un premio, sarà usata semplicemente per fare audience: “vediamo come vive, come mangia e come dorme il figlio del padrino”. Il signor Giordano non è stato scelto dagli autori della trasmissione per le sue meritevoli attività o per il suo interessante carattere, ma, è evidente, esclusivamente perché figlio di un camorrista. Ora, che si scelgano i concorrenti di un reality in base a questo, mi fa inorridire.

Mi fa inorridire perché significa che la mafia viene spettacolarizzata, mitizzata, in un certo senso santificata. Le si da il lasciapassare per entrare in milioni di case italiane attraverso il tubo catodico. A chi serve tutto questo? Certamente non agli italiani onesti, né tantomeno ai familiari delle vittime di mafia, che vengono offesi per l’ennesima volta da un gesto che squalifica il sacrificio dei loro cari. Mentre i familiari delle vittime vengono derisi, spesso anche dalle più alte cariche dello Stato, e mentre gli imprenditori e i commercianti coraggiosi denunciano il racket del pizzo nell’indifferenza di quello stesso Stato, la mafia sfonda in tv. Diventa una “star”, e fa il suo ingresso trionfale tra gli applausi e le ovazioni del pubblico in studio.

Il Grande Fratello è una trasmissione molto popolare, seguita da milioni di giovani. Già durante la scorsa edizione si era verificato un episodio a dir poco disgustoso. Uno dei concorrenti, in trasferta al Grande Fratello spagnolo, aveva inneggiato a Totò Riina (“Il capo dei capi è bello”, aveva detto). Quello che mi chiedo, quindi, è: quale messaggio si vuole trasmettere alle nuove generazioni? Vogliamo insegnare ai nostri figli che le mafie sono “belle” e che per indossare lustrini e paillettes può essere utile (e addirittura a volte può bastare!) indicare nel proprio curriculum vitae che si è figli di un mafioso?

“Le colpe dei padri non ricadano sui figli”, si, certo, lo so. Però, scusate, mi pongo un’ultima domanda: può essere una nota di merito l’essere figlio di un camorrista? Certo, se a causa di ciò il signor Giordano perdesse il lavoro sarebbe un’ingiustizia, ma sarebbe altrettanto ingiusto che diventi famoso “grazie” alla mafiosità del padre.

Se si voleva selezionare gente che cercava un riscatto sociale, sarebbe stato forse più gradevole e ammirevole far concorrere un precario o un operaio in cassa integrazione. O magari i loro figli senza futuro. Ma si sa, loro non fanno audience. Infatti non ne parla nessuno.


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