6 ottobre 2010

La ‘ndrangheta e i bazooka


Un bazooka nei pressi di un tribunale, dopo una minaccia telefonica a un procuratore. Un bazooka per chiarire che il dominio dei clan non lo fermi, nonostante le manifestazioni in piazza. Succede a Reggio Calabria, città di mare e sogni. Il chilometro più bello d’Italia è qui, secondo D’Annunzio. Ma anche le ‘ndrine più violente e ambiziose. San Luca, il paesino dei massacrati di Duisburg, è dietro l’angolo, arroccato sui monti.
La Calabria, oggi, è la frontiera del crimine organizzato. Ricorda un po’ la Sicilia di Riina e degli attacchi allo Stato. La ‘ndrangheta è uscita dal guscio del silenzio e degli affari in sordina, dall’anonimato di organizzazione criminale figlia dei pastori dell’Aspromonte. La ‘ndrangheta oggi è business milionario, traffico di cocaina, investimenti nella Borsa di Francoforte, appalti nelle grandi opere lombarde. Fa esplodere bombe davanti ai tribunali, incendia le auto dei giornalisti, prepara attentati all’arrivo del Capo dello Stato.
Il bazooka, nella simbologia che da queste parti è linguaggio, vuol dire potere e rabbia pronta ad esplodere. Ai clan calabresi non piace la visibilità, preferiscono il silenzio che è amico del business illegale. Quando escono allo scoperto con azioni così eclatanti lo fanno perché non hanno altra scelta, se non quella di ristabilire gli “equilibri” col sangue. Dare fastidio, in Calabria, ha un prezzo.
Carmine Arena, uomo d’onore, girava in un’auto blindata nella “sua” Isola Capo Rizzuto, alle porte di Crotone. Tre missili esplosi da un bazooka sventrarono la sua Lancia Tema senza lasciargli scampo. Era la sera del 2 ottobre 2004.
A sei anni di distanza si torna a parlare di bazooka. I clan reggini regalano un assaggio della loro potenza militare: una telefonata al procuratore capo Pignatone e poi il lanciamissili a due passi dalla Procura.
Un bazooka, come nelle guerre. Perché anche in Italia ci sono territori in guerra, e le manifestazioni di piazza, da sole, non bastano.


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