12 ottobre 2010

Melfi: addio a San Nicola


di Gianni Lannes

Fotografare è porre sulla medesima linea di “mira”, occhi, mente e cuore. Il viaggio visivo di Italia Terra Nostra attraverso le lande del Mezzogiorno parte dalla Basilicata. Prima tappa: san Nicola di Melfi. L’aggressione industriale alle selve di uliveti e ai campi di grano dell’area (12 milioni di metri quadrati) – pianificata nei palazzi del potere per favorire i soliti boiardi ed alimentare la rete clientelare della democrazia cristiana in accordo con i potenti sindacati – decolla con l’insediamento dello zuccherificio Rendina (poi fallito) e l’Officina Grandi Riparazioni delle FF.SS., dove l’amianto blu (crocidolite) – il più pericoloso – è stato smantellato dagli ignari operai a mani nude.

In seguito sono sorte una mirade di fabbrichette con i finanziamenti della legge 219/1981, fino allo sbarco di Agnelli con una fabbrica di automobili (Sata-Fiat) e un mastodontico inceneritore di rifiuti (Fenice, poi ceduto ai francesi dell’Edf). A metà degli Ottanta approda in loco anche la Barilla con le sue famose merendine e prodotti da forno per l’alimentazione umana.

Lo stabilimento – “made in Parma” – che insiste su di un’area di circa 10 ettari è foderato di amianto, a tutt’oggi in fase di evidente deterioramento, nonostante un’inchiesta giornalistica ben documentata, pubblicata dal quotidiano La Stampa l’11 ottobre 2008 (realizzata dallo scrivente).

Sempre in loco “aziende” in odore di camorra controllano a cielo aperto il ciclo dei rifiuti industriali. Le analisi ufficiali hanno riscontrato nelle falde acquifere la presenza di notevoli concentrazioni di metalli pesanti, notoriamente cancerogeni. L’Arpab però non misura il grado di inquinamento dell’atmosfera, in particolare le diossine (cancerogene e bio-accumulabili). A corollario un paio di mulini (grano e farina), coltivazioni biologiche (ortaggi, in particolare pomodoro), allevamenti ovini, suini e caprini (produzioni casearie), un mangimificio ed altro ancora, compresa la Pizzarotti (traversine ferroviarie). Insomma, un far west all’italiana che avrebbe fatto impallidire un grande regista come Sergio Leone, sotto il naso delle istituzioni statali, regionali, provinciali e locali. Gli unici a pagare un prezzo incalcolabile in termini di deterioramento della qualità di vita (e conseguente perdita totale, comunque in tempi medio-lunghi) oltre agli operai carne da macello, sono gli abitanti silenti di una vasta area che comprende il Melfese, la murgia barese ed il subappennino dauno. Recentemente, i lavoratori cassintegrati si sono dovuti sorbire anche lo spettacolo di Vendola. Un politicante a caccia di consensi facili che invece di lavorare per la regione dove è stato eletto governatore va in giro per l’Italia e per i salotti televisivi a blaterare di aspirazioni non alla sua portata. In terra di Lucania è complicato pure raccontare da cronisti la situazione. I giornalisti non hanno vita facile, come ben sa Pietro Dommarco ed altri colleghi.
Nel corso della mia recente visita a questo inferno industriale, sono stato approcciato da carabinieri in divisa sulla macchina d’ordinanza e polizia (anzi uno di loro mi ha pure chiesto di chiudere un occhio) richiamati telefonicamente per controllare da vicino il lavoro di un reporter.

Il Sud muore: viva il sud. E’ tutto a posto: va tutto bene… Parola di Stato.



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