10 ottobre 2010

“Questo bar è della camorra” di Josè Saramago


Spesso la mafia si insinua subdola nei nostri comportamenti, nella scelta anche solo del bar dove prendere un caffè, o un negozio d’abbigliamento che sai benissimo in odor di mafia. Prendere coscienza ed interrompere la connivenza (in)volontaria nella scelta delle piccole cose quotidiane, è un cammino imprescindibile e possibile che bisogna percorrere, e tale scelta rimane un dovere morale di ogni cittadino onesto;

poter guardare i propri figli, i propri nipoti negli occhi, e dire: -Sto facendo solo il mio dovere di cittadino onesto, informato e che prende coscienza di ciò che gli sta attorno,

che vuole lottare, denunciare e cambiare davvero, additando la gente di malaffare, che fa terra bruciata intorno alle nostre vite e a quelle che verranno; abbiamo il dovere etico e morale di dire no a tutto questo.



Pubblico di seguito un articolo da me trascritto, dal titolo "SAVIANO", tratto dal libro:
Il Quaderno di Josè Saramago (premio Nobel per la letteratura nel 1998) prefazione di Umberto Eco - ed. Bollati Boringhieri


"SAVIANO"

di Josè Saramago

Molti anni fa, a Napoli, passando per una di quelle strade dove può succedere di tutto, la mia curiosità fu attratta da un caffè che aveva tutta l’aria di aver aperto da pochi giorni. I legni erano chiari, le cromature brillanti, il pavimento a specchio, insomma, una festa non solo per gli occhi, ma anche per l’olfatto e il palato, come confermò l’eccellente caffè che mi fu servito.
Il cameriere mi chiese di dov’ero, gli risposi del Portogallo, e lui, con la naturalezza di chi offre un’informazione utile, mi disse: “Questo bar è della camorra”.

Colto di sorpresa, mi limitai a lasciarmi uscire di bocca un “Ah, si?” che non mi comprometteva affatto, ma che mi servì per tentare di eludere l’improvvisa inquietudine che mi aveva preso alla bocca dello stomaco. Avevo di fronte qualcuno che poteva essere un semplice assoldato senza particolari responsabilità nell’attività criminale dei padroni, ma che la logica consigliava di guardare con prudenza diffidando di una cordialità fuori luogo, poiché ero solo un cliente di passaggio che non riusciva a capire come una rivelazione apparentemente incriminatoria fosse stata fatta con il più amabile dei sorrisi.

Pagai, uscii e, una volta in strada, affrettai il passo come se una banda di sicari armati fino ai denti si preparasse a inseguirmi. Dopo aver svoltato tre o quattro angoli, cominciai a tranquillizzarmi. Il cameriere poteva essere un facinoroso, ma motivi per volermi male non ne aveva. Era chiaro che si era accontentato di dirmi quello che, come abitante di questo pianeta, avevo l’obbligo di sapere, che Napoli, tutta, era nelle mani della camorra, che la bellezza della baia era un’illusoria simulazione e la tarantella una marcia funebre.

Passarono gli anni, ma l’episodio non mi si cancellò mai dalla memoria. E ora ritorna come qualcosa di vissuto ieri, quei legni chiari, il brillio delle cromature, il sorriso complice del cameriere, che forse cameriere non era, ma gestore, uomo di fiducia della camorra, camorrista lui stesso. Penso a Roberto Saviano, minacciato di morte per aver scritto un libro di denuncia di un’organizzazione criminale capace di sequestrare un’intera città e chi vive, penso a Roberto Saviano sulla cui testa pende non una taglia ma una sentenza di morte, e mi chiedo se un giorno ci risveglieremo dall’incubo che la vita è per tanti, perseguitati perché dicono la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità. Mi sento umile, quasi insignificante, davanti alla dignità e al coraggio dello scrittore e giornalista Roberto Saviano, maestro di vita.


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