20 ottobre 2010

Scrive di mafia. Il suo giornale lo caccia


La storia di Lucio Musolino, giornalista calabrese di 27 anni, cacciato da "CalabriaOra", quotidiano locale diretto da Piero Sansonetti che dice: "Non l'ho licenziato io, nemmeno lo conosco"Lucio Musolino
Lucio Musolino è un giornalista calabrese di 27 anni. Si occupa di inchieste sui rapporti tra mafia e politica. Lavora a “CalabriaOra”, un quotidiano regionale diretto da Piero Sansonetti e collabora con “Il Fatto Quotidiano”. Il 4 agosto mentre torna a casa trova una bottiglia piazzata sul tavolino del giardino. È piena di benzina, accanto c’è un biglietto: “Questa è per te non per la tua macchina”. Una minaccia seria. Gli intimano di andar via da Reggio, altrimenti farà una brutta fine. Da allora vive sotto sorveglianza. Prima di uscire per recarsi al lavoro deve avvisare la Polizia che gli manda una macchina con due agenti. Così al ritorno, con i poliziotti che lo seguono fino a casa. Due settimane fa, assieme a una ventina di giornalisti calabresi minacciati dalla ‘ndrangheta, è stato ospite di “Annozero”.

Negli ultimi mesi aveva scritto i nomi di consiglieri comunali e regionali, emersi in alcune importanti inchieste di mafia. E raccontato della partecipazione del governatore Scopelliti a un pranzo organizzato da imprenditori poi arrestati per mafia. Ne sono seguiti scontri, “censure” e pesanti incomprensioni col suo giornale. Risultato finale: sabato prima gli hanno bloccato la posta elettronica, poi lo hanno licenziato. Con un fax. Motivo le polemiche seguite dopo la trasmissione “Annozero” nelle quali si era parlato dei tentativi di trasferirlo, prima a Lamezia e poi a Catanzaro. Una misura che il giovane collega ha sempre giudicato punitiva e respinta dal Cdr, il sindacato interno, ma ripetuta, secondo un piano editoriale inviatogli dai suoi colleghi sindacalisti dopo la trasmissione di Santoro. Il giornalista giudica la sua cacciata da Reggio Calabria in linea con quanto chiesto dalla ‘ndrangheta nell’intimidazione di agosto, lo dice in qualche intervista e viene querelato dal suo direttore. Sabato il licenziamento.

Chiediamo chiarimenti a Piero Sansonetti, ieri a “Porta a Porta” per parlare proprio di libertà di informazione. La sua è stata una lunga carriera culminata nella direzione di “Liberazione”, ma iniziata a “L’Unità”, dove è stato corrispondente dagli Usa durante la direzione Veltroni e condirettore con Peppino Caldarola. Suo il famoso titolo “Scusaci principessa”, dopo la morte di Lady Diana. “Musolino? Lo conosco a stento e non so nulla del suo licenziamento. L’hanno fatto gli editori e forse avevano i loro buoni motivi. Io non firmo licenziamenti, sia chiaro. Certo, volevo trasferirlo, ma poi il cdr si è opposto e ho lasciato perdere. Poi questo Musolino è andato in giro dicendo che così favorivo la mafia. È un diffamatore e l’ho querelato. Se ha una lettera firmata da me con il suo trasferimento la tiri fuori e io me ne vado, altrimenti dice solo falsità”. Troppe anomalie in questa storia dove i licenziamenti vengono decisi all’insaputa dei direttori e nell’indifferenza del cdr, direttamente dagli editori. Troppe ambiguità, troppe falsità. “Caro Piero Sansonetti ripensaci”, scrive Peppino Caldarola, ex direttore de l’Unità, su “Zoomsud.it”, il sito diretto dal giornalista Aldo Varano. “Musolino è un cronista in prima linea che corre molti rischi per il suo lavoro. Valuto gli effetti dello scontro: la sensazione di un suo isolamento”. Per Carlo Parisi, segretario dell’Associazione stampa calabrese, “il licenziamento è un fatto grave già all’esame degli avvocati. Lo impugneremo”. Roberto Natale, presidente della Federazione nazionale della stampa: “I giornalisti calabresi, tanto più quelli minacciati, hanno bisogno di sentire il sostegno forte di tutti i colleghi e non certo di provvedimenti punitivi come l’assurdo licenziamento di Lucio Musolino. Anche per questa via passa il dissolvimento di quel drammatico cono d’ombra dell’informazione in Calabria autorevolmente richiamato dal procuratore Pignatone”. Cose di Calabria, terra di nessuno, dove, come dice il giovane collega Musolino, “paghi prezzi altissimi per quello che scrivi”.

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