18 ottobre 2010

Stille: Il conflitto d'interessi che fa arretrare l'Italia


di Alexander Stille - 11 ottobre 2010

Qual è la nuova tecnologia più importante della nostra epoca? La tecnologia con più capacità di cambiare il nostro modo di comunicare, di divertirci, di fare commercio, di organizzarci politicamente? Sicuramente quasi tutti risponderebbero la rete Internet. Eppure nell’uso di questa tecnologia cruciale per lo sviluppo moderno, l’Italia è verso la fine della lista nella diffusione di Internet, rispetto ad altri paesi avanzati.

La Germania è al 79.1%, l’Olanda al 88,6%, il Regno Unito all’82,5%, per non parlare dei paesi scandinavi come la Svezia al 92,5%, la Norvegia al 94,8% e l’Islanda al 97,6%. L’Italia è al 51,7%, molto sotto la Lettonia al 67,8% la Repubblica Ceka al 64,3%, la Slovenia al 64,8 ed è in compagnia di un paese dittatoriale come la Bielarussia al 46,2%, della Bulgaria al 47,5 , della Croazia al 50%.
Come mai l’Italia sta perdendo il treno in questo campo così cruciale per lo sviluppo economico e culturale di un paese? Infatti, il governo Berlusconi, nonostante fossero stati stanziati 900 milioni di euro, ha tolto per ragioni economiche questi fondi, seguendo il piano di austerità del governo. Un risparmio sciocco nel contesto più grande dello sviluppo di un paese.

Naturalmente viene da chiedersi se c’è un legame tra la lentezza nell’adozione della banda larga e la concorrenza potenziale della rete dei confronti delle televisioni del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.

È chiaro che la rete faccia paura a Berlusconi per molti motivi.

Negli Stati Uniti, dove la banda larga è molto più diffusa, le grandi reti televisive stanno perdendo ascolti e l’attenzione della gente si sposta dalla televisione alla rete. L’esempio di Raiperunanotte in cui Michele Santoro ha dato una versione non autorizzata di Annozero, una trasmissione che Berlusconi non ha fatto misteri di voler chiudere del tutto, ha dimostrato il potenziale dei collegamenti via internet per bypassare i circuiti di comunicazione tradizionali. Il successo del no B-Day nel dicembre dell’anno scorso ha suscitato minacce di regolamentazione dei siti o di Facebook, con il pretesto dell’attacco di uno squilibrato contro Berlusconi a Milano. La possibilità della banda larga di scaricare film e programmi televisivi è una minaccia puntata al cuore dell’impero mediatico di Berlusconi. Ed ecco che dopo cinque mesi in cui la poltrona di ministro per Sviluppo economico è rimasta vuota, dopo le dimissioni di Claudio Scajola dovute ad accuse gravissime di corruzione, chi nomina Berlusconi in questa posizione? Paolo Romani, un ex dirigente della Mediaset il cui compito principale in questi ultimi anni è stato quello di spingere gli interessi dell’azienda del Premier, di combattare la concorrenza di Rubert Murdoch, e che si è occupato appunto di banda larga e di frequenze televisive. “Con Romani, siamo al trionfo del conflitto di interessi” ha detto alla Camera l’altro giorno Massimo Donadi, il capogruppo dell’Italia dei Valori. “Berlusconi non solo ci ha messo 5 mesi per nominare un nuovo ministro, ma ha anche scelto il candidato meno adatto, l’uomo che è stato il braccio armato di Berlusconi nelle istituzioni, l’uomo al quale Berlusconi ha affidato la tutela dei suoi interessi, ora si occupa della banda larga e delle frequenze televisive”. Quindi sarebbe il ministro del non sviluppo economico, oppure lo sviluppo di un’azienda a scapito del resto del paese.

Il conflitto di interessi di Berlusconi normalmente viene considerato nei suoi aspetti più vistosi. L’imputato Berlusconi che legifera su questioni di giustizia e depenalizza reati di cui è sospettato; l’imprenditore televisivo che tenta di chiudere i programmi Rai e tratta i direttori della Rete e i consiglieri della Agcom come dei suoi facchini personali; ma l’importanza e la gravità del conflitto si manifestano in mille decisioni più piccole che spessono sfuggono all’attenzione pubblica. Ma aiutano a capire perché l’Italia di Berlusconi rimane sempre indietro rispetto al resto dell’Europa.


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