23 novembre 2010

Gomorra alla tedesca

La denuncia di Petra Reski, la Saviano di Germania.

di Barbara Ciolli


Il suo libro Mafia. Di padrini, pizzerie e falsi preti (2008), scritto dopo la strage di Duisburg di Ferragosto 2007, è stato ribattezzato la “Gomorra tedesca”, oltre che censurato nei passaggi chiave in cui venivano citati i nomi dei boss e dei loro referenti in Germania.
Spartaco Pitanti, in particolare, considerato dai carabinieri del Ros e dai servizi segreti tedeschi «uno dei principali organizzatori del gruppo della 'ndrangheta calabrese, di San Luca, che decidono di investire in Germania comprando ristoranti, pizzerie e alberghi nella zona di Duisburg ed Erfurt» e Domenico Giorgi, socio in affari di Pitanti, nel 2009 hanno vinto la loro causa contro Petra Reski, scrittrice e corrispondente del settimanale Zeit che da 20 anni si occupa di mafia, intervistata da Lettera43.it.
Da allora le frasi incriminate della giornalista, originaria della Ruhr e da 20 anni trapiantata a Venezia, sia nell'edizione italiana, uscita nel 2009 con il titolo Santa Mafia. Da Palermo a Duisburg: sangue, affari, politica e devozione, che in quella tedesca compaiono barrate provocatoriamente di nero, a testimonianza del bavaglio imposto dalla sentenza.
Analoga sorte è destinato a subire Mafia Export, il saggio-inchiesta di Francesco Forgione edito nel dicembre 2009 da Baldini Castoldi Dalai, visto che, nel novembre 2010, lo stesso tribunale di Monaco di Baviera ha dato ragione, con eguale e incredibile verdetto, ai querelanti dell’ex presidente della Commissione parlamentare antimafia, colpevole di aver menzionato, nel suo libro, i medesimi "innominati".

Reportage nel cuore mafioso d'Europa

Se in Germania la legge si ostina a tutelare la privacy degli indagati a scapito del diritto di cronaca, Reski, “miglior reporter tedesca del 2008”, con la sua Gomorra, solo in madre patria ha venduto oltre 50 mila copie e il suo libro è stato tradotto nel mondo.
Non bastasse, nella sua ultima fatica,Von Kamen nach Corleone (Da Kamen a Corleone), in libreria da settembre 2010, ci ha riprovato, facendo di nuovo gli stessi nomi, in un lungo reportage che parte dalla città in cui è cresciuta e arriva al paese di Provenzano e Riina, passando attraverso «il cuore mafioso dell’Europa». Prima di lei nessun collega tedesco aveva denunciato le infiltrazioni delle cosche nei maggiori distretti industriali tedeschi, né il loro interesse per gli appalti dell’ex Ddr.
Men che meno, nessuno aveva descritto la Germania come una sorta di Eldorado, dove non esiste il reato di associazione mafiosa e i criminali riciclano a volontà, liberi dallo spettro di intercettazioni nelle loro case e nei loro locali. Più volte intimidita con gravi minacce allusive, tipiche del codice mafioso, oggi durante i suoi incontri pubblici Reski è sempre scortata dai poliziotti, angeli custodi che non si stanca mai di ringraziare.
«Tuttavia», ha dichiarato in occasione della cattura, lo scorso 17 novembre, del boss dei casalesi Antonio Iovine, «la mafia non si risolve solo militarmente, ma va aggredita a livello europeo, nella sua dimensione sociale e politica».
Domanda. Invece i giudici tedeschi censurano i giornalisti e tutelano i mafiosi.
Risposta.
Quello che accade in Germania è scandaloso: colpirne uno per educarne 100. Il provvedimento d’urgenza disposto per il mio libro, nel quale facevo determinati nomi sulla base di atti giudiziari degli inquirenti sia italiani che tedeschi, ha fatto da apripista per imbavagliare i lavori di altri miei connazionali. Ne è un esempio l’ultimo libro scritto sulla mafia in Europa da Francesco Forgione.
D. Stessi querelanti, stesso tribunale, stesso giudice. Non è che l‘ndrangheta in Germania controlla persino la giustizia?
R.
Intanto ha i soldi per pagarsi i migliori avvocati. I quali, una volta che la vicenda, come nel mio caso, raggiunge un’eco nazionale, scelgono di rivolgersi alla corte che, in tutto il Paese, ha la fama di esprimersi con maggiore durezza verso i giornalisti. Cioè il giudice di Monaco di Baviera.
D. Così però si tagliano le gambe al quarto potere.
R.
In Germania la privacy viene anteposta al nostro diritto-dovere di cronaca. È il bene più alto da proteggere, a costo di limitare il diritto dei cittadini all’informazione.
D. Anche le intercettazioni sono vietate.
R. Non è possibile controllare le abitazioni private e neppure i locali pubblici: per questo ristoranti e pizzerie sono le basi operative della mafia in Germania. Esiste una sorta di rifiuto a estendere le intercettazioni: si teme l’invadenza dello Stato, già vissuta durante le dittature del nazismo e del comunismo. Invece dovremmo capire che i tempi sono cambiati.
D. In che senso?
R. Bisogna introdurre il reato di associazione mafiosa in tutta Europa. In Germania, dove non esiste, i mafiosi stanno benissimo, liberi di riciclare denaro sporco indisturbati, con estrema facilità.
D: Che grado di consapevolezza si ha della loro presenza sul territorio?
R.
I tedeschi si credono immuni da infiltrazioni mafiose. Non c’è alcuna sensibilità verso questo argomento. Per il cittadino comune, la mafia è un fenomeno folkloristico. O, al massimo, una realtà relegabile nelle regioni più arretrate del Sud Italia. C’è, ma non si vede. O meglio, si ignora.
D. Dove?
R. Nel bacino della Ruhr, con roccaforte a Duisburg, la mafia è presente da 40 anni: il figlio di Provenzano, non a caso, ha insegnato italiano in un liceo di Schwerte. I clan sono anche a Colonia, Stoccarda, nel Land del Baden Württemberg. Poi a Kempten e a Monaco, in Baviera.
D. Un’espansione capillare.
R. Con la caduta del Muro si sono spinti da Erfurt, in Turingia, alla Sassonia, attratti dagli appalti della ricostruzione. I primi sono arrivati mischiandosi tra le migliaia di immigrati. Come loro, guadagnavano 800 euro al mese. Solo che, contemporaneamente, ne investivano 800 mila in ristoranti e pizzerie.
D. Appunto, come è possibile che i tedeschi non se ne siano resi conto?
R.
Tuttora sono considerati imprenditori che trattano da pari a pari con altri imprenditori. La nostra mentalità è molto diversa da quella italiana: quando mai i tedeschi sono stati accoglienti verso gli immigrati italiani, mostrando curiosità, interesse verso le loro storie? C’era, e c’è, molta chiusura.
D. Non sarà piuttosto omertà?
R.
Chi dubita ha paura a esporsi, teme di essere considerato il “tedesco razzista”. È un tema molto delicato, quello del passato nazista.
D. Tra gli immigrati italiani, si è aperta una breccia?
R.
Loro sono le prime vittime della mafia in Germania. Negli anni '60 arrivavano dal Sud senza parlare una parola della nostra lingua. Per tanti gli unici punti di riferimento, successivamente, sono diventati i titolari di ristoranti e pizzerie, che, anche se mafiosi, davano loro lavoro. Oppure li aiutavano ad aprire negozi, chiedendo il pizzo.
D. Neppure i suoi libri smuovono la società civile?
R. Il sistema è impermeabile, schermato da un controllo sociale molto forte all’interno delle comunità italiane. C’è un’unica associazione, Mafia, Nein Danke, fondata a Berlino da immigrati, che ha rotto questa catena di omertà, battendosi contro il pizzo.
D. In precedenti interviste, ha dichiarato che in Germania la ‘ndrangheta ha intessuto rapporti con politici, oltre che con imprenditori e ottimi avvocati: di quali schieramenti?
R.
Non interessa il colore politico, ma il ruolo. All’ex governatore del Baden Württemberg Günther Oettinger, attuale commissario europeo all’Energia, per esempio, viene da tempo attribuita un’amicizia di lunga data con un imprenditore calabrese, processato dalla magistratura italiana per associazione mafiosa, e poi assolto.
D. Un livello di influenza davvero considerevole.
R. Assolutamente sì. A Stoccarda c’è in ballo il mega progetto della stazione sotterranea, “Stuttgart 21” (leggi l'approfondimento), che include 100 ettari di terreno in pieno centro cittadino.
D. Stuttgart 21 come Milano Expo 2015?
R.
Le dinamiche sono identiche. Tanto in Italia che in Germania, i mafiosi si avvicinano agli amministratori per fare affari con loro, senza escludere nessun partito.
D. E i politici accettano?
R.
È difficile capire se siano consapevoli o meno di essere corteggiati da esponenti della criminalità organizzata. Il loro approccio è soft, non intimidatorio. Organizzano eventi di beneficenza. Mettono a disposizione una liquidità preziosa. Soprattutto nei momenti di grave crisi economica.
D. Nel 1994 ha scritto un libro su Rita Atria. Nel suo ultimo lavoro ripercorre il suo primo viaggio in Italia, 20enne, dalla città di Kamen a Corleone. Non le è certo mancato il coraggio.
R.
Allora fui mossa dall’incoscienza, anch’io ero attratta dal folklore. Arrivata a Corleone, ho subito abbandonato questa idea. In realtà, il mio primo incarico come cronista di mafia dall’Italia iniziò nel 1989, con un servizio per il settimanale Stern: la cosiddetta “primavera di Palermo”, Leoluca Orlando come sindaco, Falcone e Borsellino guidati da Caponnetto.
D. Nel 2009 anche Marcello Dell’Utri annunciò di volerla querelare per il contenuto diSanta Mafia.
R. Sì, ma poi finì lì.
Lunedì, 22 Novembre 2010
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