21 novembre 2010

La mafia a Milano c’è da quarant’anni ce la portò Dell’Utri

fonte video: informarexresistere

di Saverio Lodato

Ora non solo sappiamo che la mafia a Milano c’è e c’è sempre stata. E da alcuni decenni. Ma sappiamo anche chi ce l’ha portata: Marcello Dell’Utri. Molti dovranno farsene una ragione. Le motivazioni della sentenza della seconda sezione di corte d'appello di Palermo che ha condannato per concorso in associazione mafiosa a sette anni, in appello, uno dei fondatori di Forza Italia, costituisce un illuminante promemoria. Parliamo di «promemoria» perché le 641 pagine depositate non contengono, a volere essere rigorosi, scoperte o rivelazioni giudiziarie o sociologiche , sul fenomeno dell’infiltrazione di Cosa Nostra, racchiudendo invece - naturalmente - una caterva di fatti che riguardano l’imputato (anche se lui è convinto di cavarsela dicendo che i giudici di secondo grado hanno “ricicciato” il lavoro di quelli di primo grado).
Il promemoria ci ricorda quando, negli anni 60 e 70, i vertici di Cosa Nostra ritennero che i tempi fossero ormai maturi perché l’organizzazione criminale cercasse fortuna, ramificazioni e insediamento sociale, proprio al Nord. Già gli atti della commissione parlamentare d'inchiesta, istituita nei giorni immediatamente precedenti la strage di Ciaculli (1963), indicano, nella città di Milano, il nuovo palcoscenico delle cosche palermitane, così dimostrando, sin da allora, che la favoletta di una mafia made in Sicily non corrispondeva più alla realtà. Non è infatti un caso che, poco dopo, inizio anni 70, l’industria del sequestro di persona, bandita in Sicilia per volere di Luciano Liggio - uno dei primi capi corleonesi, antesignano di Riina e Provenzano - e con apposito pronunciamento della «commissione», iniziò a essere praticata nel Nord Italia (Lombardia e Piemonte).

L’ultimo sequestro a Palermo, quello dell'imprenditore Luciano Cassina (avvenuto il 16 agosto 1972 e concluso il 7 febbraio 1973 dietro pagamento di oltre un miliardo di riscatto) aveva infatti portato i capi mafia alla conclusione che fossero più i contro che i vantaggi, poiché la pressione delle forze dell'ordine aveva inevitabilmente contraccolpi negativi sui traffici di Cosa Nostra. Da qui la decisione della “commissione” di dichiarare la Sicilia “terra non disponibile” per i sequestri. Gli effetti furono immediati. 18 dicembre 1972: rapimento, a Vigevano, di Pietro Torielli Junior (riscatto pagato da un miliardo e mezzo); 14 novembre 1973: Luigi Rossi di Montelera, rampollo di una famiglia patrizia torinese, ostaggio dei mafiosi sino al 14 marzo del 1974, quando i poliziotti lo ritrovarono in una cella nelle campagne di Treviglio; 10 marzo 1974: rapito, a San Donato Milanese, Emilio Baroni, rilasciato, 12 giorni dopo, con pagamento di un altro miliardo.

Sono solo i casi più eclatanti e che, per quei tempi, ebbero enorme ricaduta mediatica. Gli anni del contrabbando di sigarette volgevano al termine. E l’introito dei sequestri andava a finanziare, da parte dei siciliani, i primi cartelli dell'eroina la cui raffinazione - sino ad allora - era esclusivo appannaggio della malavita corsa e marsigliese. Ma l’insediamento al Nord, come si diceva, non risaliva alla stagione dei sequestri, ma al decennio precedente. A quando, cioè, il clan dei fratelli Salvatore e Angelo La Barbera, palermitani doc, dimostrò intuito manageriale non indifferente scegliendo la “piazza” di Milano per allargare i confini del mercato delle “bionde”.

Storia che risale a decenni orsono e che in molti farebbero bene a non scoprire ogni volta per la prima volta, trattandosi di fatti che hanno avuto consacrazione in atti giudiziari e parlamentari. Citiamo, a mò di esempio, un passo della biografia di Angelo La Barbera, contenuta nei 10 profili di altrettanti boss, firmati da Girolamo Li Causi, a compendio della relazione parlamentare d’inchiesta a inizio anni '70: «Dalle umili condizioni originarie, da quando cioè aiutava il padre a raccogliere sterpi e legna da ardere nella borgata Partanna - Mondello, a Palermo, Angelo La Barbera, nello spazio di un decennio, più o meno, si eleva al rango di facoltoso imprenditore... concedendosi un tenore di vita raffinato... frequenti viaggi... numerose e costose relazioni extraconiugali… dalla assiduità negli alberghi più lussuosi e in locali notturni ...come al Caprice di Milano».
E sarebbe stato Tommaso Buscetta, coevo, sotto il profilo mafioso, proprio dei La Barbera, testimone privilegiato della stagione delle stragi culminata in quella di Ciaculli, a ricostruire fedelmente il fenomeno migratorio in Lombardia (e all’estero) proprio quando venne sciolta la “commissione” di Cosa Nostra, per timore di una reazione dello Stato e in attesa di tempi migliori. Son cose pubblicate, che gli addetti ai lavori sanno. Ne sono stati scritti libri e girati film.
Ma veniamo a Dell’Utri. Le sentenze ci dicono che fu il rappresentante di Cosa Nostra Lombarda Parte 3. Non più sigarette di contrabbando. Non più eroina. Ma il mondo vorticoso degli appalti in edilizia, dove far confluire (Vito Ciancimino docet) i proventi accumulati in decenni di traffici illegali.

C'è un aspetto che forse è stato sottovalutato: lo stalliere Vittorio Mangano fu assunto alla corte di Arcore, dietro presentazione da parte di Dell’Utri, proprio come deterrente per eventuali sequestri che potessero colpire i familiari di Berlusconi. Il che, quantomeno, dimostra che Berlusconi quella storia dei sequestri la conosceva benissimo. Fa sorridere che il ministro Maroni queste cose le stia scoprendo oggi dalla viva voce di Roberto Saviano. E farebbe bene a tenerne conto lunedì, nella puntata di Vieni via con me , dove lo hanno “invitato” a seguito di un rumorosissimo “autoinvito”. Infine se Maroni cercasse autentico riscatto, gli basterebbe ricordare la sentenza di Palermo su Dell’Utri. Non accadrà. Ché il rapporto mafia-politica, per gli esponenti di questo governo, non è “cosa che si mangia”. L’argomento, in altre parole, è incommestibile.

21 novembre 2010

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