2 novembre 2010

«Modena libera. No mafia. Viva, la P.S.»


Primi segnali di ribellione alla 'ndrangheta Da Modena un messaggio incoraggiante. Ma serve collaborazione di istituzioni, società civile e classe politica

di Tonio Licordari

Ieri mattina, nella frazione Modena, su un muro vicino allo svincolo della tangenziale (quindi in una zona strategica), è apparsa questa scritta: «Modena libera. No mafia. Viva, la P.S.». Si tratta di un segnale incoraggiante che magari rafforza l'azione che il movimento, "ReggiononTace" fa alla luce del sole. Vogliamo augurarci che cominci la reazione. Forse qualcosa si sta muovendo nella coscienza della gente. L'arroganza di questi "signori del pizzo" ha raggiunto limiti stratosferici di sfacciataggine. Ha detto bene il questore Casabona: «Erano convinti di essere i padroni della città». Bisogna fermarli!
A prescindere da questo significativo slogan apparso ieri sui muri di Modena che ci auguriamo possa avere un effetto-domino, l'unica voce che si è alzata dalla notte dei silenzi per sottolineare l'impegno di Magistratura e Forze di Polizia (intese come Questura, Carabinieri, Guardia di Finanza, Dia) per queste continue operazioni che stanno bonificando la città è stata quella del dott. Attilio Funaro, direttore di Confcommercio, più volte "bersagliato" dalla 'ndrangheta. «Eppure è in corso – come ha sottolineato qualche giorno fa il questore Carmelo Casabona – uno sforzo supremo per ribadire la presenza dello Stato». Non è un mistero, ma i clan che imperano su Reggio si sono divisi la città. E, in quella zona ben delimitata, non si muove foglia senza che il boss voglia.
L'ultima operazione condotta dalla Squadra Mobile guidata da Renato Cortese ha alzato i veli su una "fetta" di Reggio dell'area Sud Alta (Modena, San Sperato, Ciccarello) dove "comandava", secondo l'indagine, un "consorzio" di clan facenti capo alle famiglie Borghetto, Zindato e Caridi, a loro volta sotto l'egida del "cartello Libri". Sono stati messi a nudo tanti misteri, a cominciare dall'omicidio del giovane Giuseppe Lauteta avvenuto l'11 gennaio del 2006 intorno alle 20 sul viale Aldo Moro. Uno dei tanti aspetti che emergono riguarda un particolare curioso che ripropone il vecchio principio secondo il quale i pesci più grossi mangiano quelli più piccoli. L'ordinanza del gip Andrea Esposito, per esempio, rivela un certo tipo di attività dei clan contro i rom per la cosiddetta azione del "cavallo di ritorno". Estorsione contro estorsione. Si sa, infatti, che una delle fonti di entrata (illecita) dei nomadi, che hanno però ormai fissa dimora in città, è rappresentata dal furto della macchina. L'auto viene rubata, spostata in un'altra via lontana dal posto dove era parcheggiata. Il contatto con un rom che conta, si fissa il riscatto e l'auto viene riportata intatta nel posto pattuito. A Ciccarello gli 'ndranghetisti prevalevano sui rom. Facevano restituire, infatti, con le buone o con le cattive la macchina al legittimo proprietario, ma erano loro a incassare la somma.
Un imprenditore taglieggiato aveva più volte lanciato l'allarme. «Purtroppo – diceva – qui non si salva nessuno». Tra le pieghe dell'ordinanza si intuisce che dovevano pagare un... "pizzino" anche l'operaio che trovava lavoro in un'impresa se proveniva da un altro territorio.

C'è di più: un'impresa che opera, anche se è gestita o collegata ad una cosca, deve comunque pagare la tangente al boss di quella zona. È una prassi per ribadire che tutti devono pagare per quel maledetto "senso di rispetto": il boss deve essere riconosciuto padrone di quel territorio.
Di fronte ad una Reggio che vive, che cerca di crescere anche se è condizionata da una situazione politica non certo incoraggiante nella quale gli schieramenti sono logorati da una conflittualità permanente, esiste un fitto sottobosco, una giungla di illegalità spaventosa. Una foresta che sino a poco tempo fa poteva considerarsi "vergine". Adesso per fortuna non è più così. Spunta di tanto in tanto qualche flebile voce. C'è chi comincia a denunciare anche se siamo molto lontani da quello che è diventato il "modello Palermo". Sono come le mosche bianche, infatti, gli operatori e i professionisti taglieggiati che si ribellano. Ma è l'azione dello Stato che incalza i clan: periodicamente o su indagini condotte da Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza, Dia emergono nelle varie parti della città attività illecite impensabili e comunque da stroncare. Magistratura e Forze di Polizia ora mettono le mani sul regno clandestino dei boss, fanno pressione alle cosche, penetrano, attraverso l'arma preziosa delle intercettazioni, nel sottobosco mafioso.
In questo 2010 è successo di tutto: dall'azione nervosa della 'ndrangheta che prende di mira il procuratore generale Salvatore Di Landro, minaccia il procuratore Giuseppe Pignatone, tenta di "avvisare" altri magistrati alle grandi risposte della Giustizia. Sono tante le operazioni che fanno terra bruciata: centinaia di arresti, aggressione dei patrimoni, latitanti catturati. E in questo percorso di legalità, difficile e impervio, cominciano a crollare tante certezze per la 'ndrangheta grazie alla collaborazione di nuove pentiti. Da Nino Lo Giudice a Roberto Moio sino a Consolato Villani. La Procura sta penetrando sempre più nel cuore della consorterie per ribadire la presenza dello Stato e disfare, fin quanto è possibile, le sette mafiose.
La città però in tutte le sue componenti deve reagire. La scritta apparsa ieri mattina a Modena, l'azione di "ReggiononTace", il ringraziamento pubblico di Attilio Funaro sono i primi segnali di riscossa civile, ai quali si dovrebbero unire le organizzazioni sindacali (Epifani aveva suggerito a Cisl e Uil di promuovere una manifestazione nazionale a Reggio), le organizzazioni di categoria (Confindustria, Confartigianato, Confesercenti, Confcommercio, ecc.), nella speranza che la Politica con la "P" maiuscola, spesso distratta da lotte intestine, non rimanga a guardare o a farsi trascinare verso una pericolosa complicità con il sottobosco mafioso. La 'ndrangheta va con il potere e corteggia i politici sino a tentare di comprometterli. La Politica invece deve aiutare Magistratura e Forze di Polizia in questa azione di bonifica. Se è vero che il 70 per cento di imprenditori e commercianti paga il pizzo, la ribellione a questo sistema di sottosviluppo deve vedere la Politica in prima linea. E la scritta liberatoria apparsa a Modena vorremmo vederla in tanti altri muri della città e nei cuori degli uomini di buona volontà e soprattutto delle nuove generazioni.

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