11 dicembre 2010

Riflessioni sull’antimafia siciliana e Giuseppe Fava


di Gabriella Galizia 22 novembre 2010

Capita che un giorno, una mattina, ancora assonnacchiata nel letto e colma della stanchezza accumulata nei passati giorni, arrivi una telefonata nel cuore del dormive­glia da cui non vuoi, ma sai di dover us­cire. Capita così che sonno, stanchezza, ti fac­ciano rispondere quasi con un sissignore militare all’interlocutore sintetico e deciso che dall’altro lato del telefono, ti dica di tracciare un ritratto dell’antimafia siciliano all’indomani del Premio Fava Giovani 2010. Capita che riattacchi il telefono e via via che i neuroni si svegliano, riconnettendosi l’uno con l’altro, ti diano la percezione di quanto accaduto. Capita che realizzi cosi che il Premio Fava Giovani 2010 è passato, veloce come lo scatto di un’istantanea; rapido sì ma durat­uro nella costruzione interna che ha edificato dentro. Realizzi che ci hai lavor­ato su per mesi, dandogli, come si fa con la propria creatura, tutta l’anima e la pro­tezione da ogni cosa. Restano la stanchezza, il sonno da recu­perare, i conti da fare, e, nell’animo, sensazioni miste:la gente che hai incon­trato, quella che ti ha lasciato un segno den­tro, uno spunto, una riflessione.Quella che hai conosciuto bene, quella che hai solo sa­lutato di sfuggita e resta quel qualcosa da scrivere per l’interlocutore telefonico delle 8 del mattino. Lo si potrebbe chiamare un “articolo”, un “pezzo” di 3000 battute per noi che di penna facciamo vivere l’anima e che con la penna vorremmo tracciare un mondo di verità, ma 3000 battute son ben poche per chi quel premio lo ha pensato e plasmato, per chi in quel premio ha visto ben oltre le parole, oltre i dibattiti, oltre il teatro. Insomma, capita che scrivi anche più di quelle 3000 brevissime battute che ti hanno richiesto e te ne freghi pure, ma, capita pure di rileggerti e capire che non riesci a farlo secondo l’insegnamento di Pippo Fava, di quell’uomo che 5 colpi di pistola hanno atterrato in nome di Cosa Nostra, dei boss catanesi, dei cavalieri del lavoro. Pensi solo che nel frattempo sono tras­corsi tanti anni e superficialmente dici a te stessa che in fondo oggi siamo più tran­quilli di allora: non ci spariamo addosso con le pistole né imbottiamo di tritolo le nostre strade, o, almeno, non lo facciamo più come 30anni fa. Non sentiamo più parlare di morti am­mazzati, di giornalisti morti ammazzati, di imprenditori assassinati, poliziotti sparati, giudici saltati in aria.

Insomma, sembra un’isola più felice la Sicilia di oggi, la Si­cilia senza Fava, che osanna alla debolezza della mafia, mentre soffuse, sotterranee, si consumano le stesse storie e gli stessi in­trecci di quel romanzo giallo, quasi fantas­cientifico che negli articoli de “I Siciliani” si poteva leggere a denuncia di una società anni ‘80 un po’ diversa ma sempre incred­ibilmente gattopardiana: ”cambiare tutto perché non cambi nulla”. Una società, quella siciliana, che attende risposte. Che si af­fida ai Ciancimino di turno, alle testimoni­anze di pentiti vari ed even­tuali mentre sulle coste continuano gli sbar­chi clandes­tini e per i campi delle provincie “babbe” di Ragusa e Siracusa, si consuma un’altra Rosarno. E intanto i traffici, gli illeciti, i giochi di potere continuano, ora come allora, nel si­lenzio dei media che tacciono e dei giornal­isti che tacciono. E pensi che in fondo, tra laboratori del’informazione, giornalisti e politici, e dibattiti e teatro, a questo premio Fava, non ci si è raccontata memoria. Ci si è raccontata, forse, una verità senza compromessi;”a schiena dritta” come lo era Fava, come lo sono adesso tanti altri artigi­ani della parola, che la parola non vogliono modellare né dosare come farmacisti. E così, in queste 3000 battute non si pos­sono incastonare quei gioielli che sono queste vite donate ad un’ideale di verità.

C’è chi ha la scorta dietro o, temerario, l’ha rifiutata. C’è chi lavora la sera come cameriere e il giorno come giornalista e non sta a chiedersi, dopo vent’anni così, per­ché non ha scelto un’altra attività. C’è poi chi, andando alla Rai o a Repubblica o al Fatto, non ha dimenticato la dote del cronista vero, le lotte de “I Siciliani” e i compagni di avventura di quel periodo in cui Fava c’era e lottava. A leggere così i profani penserebbero a giornalisti davvero sfigati e di poca dote.E invece no: sono coloro che il giornalismo vivono con etica, con passione, e come autentico servizio, con quella verità che porta a sacrificare delle vite da impiegati al giornale in nome di ideali più alti.

Ti accorgi che fare il giornalista, il giornalista vero che cerca la verità per al­lertare la pubblica opinione, può diventare una missione più folle e pazza di quella del paracadutista:senti in coscienza l’irrefren­abile vocazione al risveglio delle coscienze di cui un insieme ordinato di parole può es­sere veicolo. Se poi, oltre che giornalista dalle domande scomode, sei anche antim­afioso, non esistono davvero paracaduti che possano salvarti dalla forza dirompente delle tue stesse parole., proprio come per Fava.
E in fondo ti accorgi che questa conven­tion di gente “folle” è la festa del giornal­ismo che Fava, forse, avrebbe voluto. Ci si abbraccia, ci si ritrova tra compagni di battaglia. E’ la guerra contro tutte le mafie che viene combattuta a suon di giornali ma è anche la battaglia contro la mafia nell’in­formazione e dell’informazione che si tenta di vincere. Lo sa bene chi continua sulla stessa scia di Pippo Fava, raduna giovani, fa nascere testate e giornalisti antimafia sempre convinti che nulla atterrerà mai l’informazione vera. E con loro, a questo premio, cronisti, at­tori minacciati, e politici che si impegnano nella lotta alla criminalità; sembra davvero un ritrovo di forze all’arrembaggio. Il pensiero ritorna all’interlocutore delle famose 3000 battute che sono diventate molte di più nell’entusiasmo inconten­ibile che un evento così lascia: ripensi a quell’isola felice che è diventata la Sicilia dei giornali di oggi e inizi a pensare..

Perché, se viviamo nell’isola felice, bisogna affidarsi a Telejato, a Pino Ma­niaci e alle sue inchieste che denunciano i boss e la malavita locale tramite la sua tv di provincia? Perché, se viviamo nell’isola felice, cap­ita ancora che un giornalista come Carlo Ruta, veda chiuso il proprio blog e capita che Marco Benanti veda “sequestrato” il proprio giornale e licenziato dal suo “altro”lavoro per via di una pratica giornal­istica “scottante”? Perché, se viviamo nell’isola felice, Ant­onella Mascali o Pino Finocchiaro, giornal­isti emigrati al servizio del Nord e di grosse aziende, debbano ammettere timidamente che altrove è diverso che in Sicilia?

E perchè parlare di mafia in teatro, de­ridere il mafioso e condannarlo, ha signi­ficato minacce e una scorta come per il vin­citore del 2010 al Premio Fava, Giulio Cavalli ? Forse perchè, come dice proprio Giulio, nel suo monologo su Fava, viviamo piut­tosto “nell’isola delle parole non dette”, dei fatti accaduti ma non ben raccontati, ma dove Pippo Fava “ha costruito le case di marzapane” più resistenti della città. Case di parole e di pensieri che il tempo sembra avvalorare e non sminuire. Sì perche Pippo non c’è più, ma il suo in­segnamento è vivo nei giornalisti dalla schiena dritta di oggi, nei giovani che ac­canto ai più vecchi, continuano a lottare con una resistenza fatta di parole, di quella stampa d’inchiesta oramai rara, di parole di quei giornalisti senza giacca e cravatta né redazione potente alle spalle e che vanno tra la gente a tastare il sapore del vero. Avrebbe gioito Pippo, e con lui, gli altri sette giornalisti uccisi dalla mafia in Sicilia, nel vedere che il giornalismo vero non è morto e che per ogni morto ammazzato nascono 1000, 10000 germogli verdi, giovani e robusti, pronti a dare forza a quei pensieri, su cui si muovono oggi le gambe di questi uomini di penna.


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