15 gennaio 2011

“L’Australia è più avanti di noi”: ‘ndrangheta


La ‘ndrangheta in Australia è l’unica organizzazione criminale italiana che ha saputo riprodurre in ogni angolo del mondo il medesimo modulo organizzativo dei luoghi d’origine, l’unica vera mafia globalizzata. Ha scritto Vincenzo Macrì, sostituto procuratore nazionale antimafia:
“Non vi è continente che possa considerarsi immune dalla presenza della ‘ndrangheta, provocata in parte dai massicci fenomeni di emigrazione del passato, ma anche dalla estrema mobilità degli esponenti e dei suoi appartenenti e dalla capacità di adattamento a ogni ambiente, anche quello apparentemente più lontano e ostile".
Spesso la ‘ndrangheta ha seguito andamenti carsici, è comparsa, poi è scomparsa, ma il più delle volte ha agito sotto traccia.
Ci sono, comunque, paesi nei quali la presenza della ‘ndrangheta è particolarmente radicata. Come l’Australia, dove la mafia calabrese ha investito i proventi di molti sequestri nella coltivazione di marijuana e dove tra il 1928 e il 1940, soprattutto nel Queensland, la cosiddetta “mano nera” è stata al centro di lotte cruente per il controllo dei mercati ortofrutticoli (dieci omicidi, ai tempi in cui il boss era Vincenzo D’Agostino).
In Australia la ‘ndrangheta è sbarcata quando ancora in Italia c’era il fascismo.
È questo il periodo in cui elementi legati ad alcune potenti ‘ndrine calabresi cominciano a richiamare l’attenzione della polizia australiana, che spesso fa confusione tra onesti immigrati e picciotti abituati a vivere di espedienti.
Bisogna aspettare gli anni Settanta per leggere un rapporto nel quale la ‘ndrangheta comincia a prendere i contorni dell’associazione a delinquere, “coinvolta in reati di estorsione, prostituzione, falsificazione, gioco d’azzardo, traffico d’armi, traffico di stupefacenti e usura”. Lo prepara John Cusack, un magistrato americano che era stato chiamato a studiare la criminalità organizzata in Australia. Fino al 13 dicembre 1962 il boss più rispettato era stato Domenico Italiano, detto “il Papa”. Alla sua morte cominciarono gli scontri. Vincenzo Angilletta cercò di mettersi in proprio, dando vita a una ‘ndrina “bastarda”, cioè non autorizzata dal consiglio dei clan che annualmente si riunisce a San Luca. Tre mesi dopo, nel marzo del 1963, venne ucciso in un agguato. Fece la stessa fine anche Marco Medici e Giuseppe Furina, si era schierato dalla parte di Angilletta. Si disse che, per salvare l’onore della famiglia, Medici fosse stato ucciso da uno dei figli.

Da allora la ‘ndrangheta si è diffusa dappertutto: da Adelaide (Australia meridionale) a Griffith, Canberra e Sydney (Nuovo Galles del Sud), da Melbourne (Victoria) a varie città del Queensland come Townsville e Hillston, da Perth (Australia occidentale) ai territori del Nord.
Il salto di qualità è arrivato negli anni Settanta, quando i boss hanno cominciato a investire nella droga. Un attivista, che era stato anche candidato liberale, Donald Mackay, scatenò una campagna di stampa e puntò il dito contro tre calabresi, Robert Trimboli, Anthony Sergi e Giuseppe Scarfò. Nel novembre 1975 fu lui ad avvertire la polizia, facendo arrestare cinque italiani che stavano coltivando marijuana. Mackay scomparve nel nulla il 15 luglio 1977. Un collaboratore di giustizia, Gianfranco Tizzone, ha indicato come mandante dell’omicidio Robert Trimboli, il presunto boss di Griffith. In manette finirono gli esecutori materiali del delitto, compiuto “per interrompere la fastidiosa attività di contrasto al traffico di stupefacenti svolta da Mackay”. È però necessario un altro delitto eccellente per convincere il governo australiano della pericolosità delle cosche calabresi. Accadde il 10 gennaio 1989 quando a Canberra venne ucciso Colin Winchester, il vicecapo della polizia federale. Il superpoliziotto stava indagando su terreni acquistati dalle famiglie della Locride con i soldi provenienti da alcuni rapimenti in Lombardia nei quali erano rimasti implicati esponenti dei Perre, dei Sergi, dei Papalia, dei Barbaro, tutti originari di Platì, la cittadina calabrese che deteneva “il record assoluto dell’emigrazione italiana in Australia”. Negli anni Ottanta, l’Abci, l’anticrimine australiana, accertò l’esistenza di una struttura criminale estesa su tutto il territorio, dedita prevalentemente al traffico di droga. L’organizzazione era dominata da capi bastone: Giuseppe Carbone (Australia meridionale con l’eccezione di Sydney), Domenico Alvaro (Nuovo Galles del Sud, con l’eccezione di Griffith e Canberra), Pasquale Alvaro a Canberra, Peter Callipari a Grffith, Pasquale Barbaro a Melbourne e Giuseppe Alvaro ad Adelaide.

tratto da: “Fratelli di sangue” di Nicola Gratteri (Procuratore aggiunto della Repubblica presso il Tribunale di Reggio Calabria e Antonio Nicaso, giornalista e scrittore, uno dei massimi esperti di ‘ndrangheta, la mafia più potente del mondo.



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