5 gennaio 2011

Salvatore Murone


“Mancano due minuti alle cinque e de Magistris dice addio ad anni di inchiesta. In compenso, Lombardi decide di astenersi dall’indagine per la sua ventennale amicizia con Pittelli. Perché, siccome lo conosce, dice che non è il caso.
Però non l’ha fatto per l’indagato Cesa. E secondo i tabulati, sono due anni che con l’Udc di Roma si sentono al telefono. E mica si era astenuto, Lomabardi.
Non l’ha fatto nemmeno con l’indagato Pino Galati, con cui lui, o la moglie, si sono pure mandati sms, oltre che chiamati.
Non l’ha fatto, ancora, con l’indagato Giuseppe Chiaravalloti, con cui comunque, si telefonava a casa. E, nel periodo della fuga di notizie, parlava, lui, o la moglie, pure con figlia e genero.
E, di nuovo, non si tirerà indietro nemmeno più tardi, in Why Not, con l’indagato Antonio Saladino, sulle cui agende c’è registrato il nome di sua moglie alla voce “Grazia Lombardi”, e con cui Saladino ha strettissimi rapporti.
Saladino, che sta per diventare il personaggio chiave di questa storia. E sul quale una testimone sta rilasciando dichiarazioni di fuoco.
Tanto che, scrive Genchi in un’allarmata relazione ai pm:

Il dato che qui si vuole sottolineare, anche in relazione alle ulteriori inferenze delle chiamate accertate in capo alla signora Maria Grazia Muzzi in quel medesimo contesto temporale, riguarda le numerose chiamate rilevate fra il cellulare di servizio del dr.Domenico Pudia e il cellulare personale, del Mar.Giuseppe Chiaravalloti, nelle fasi e nei momenti topici in cui il sottoufficiale del Reparto operativo dei carabinieri di Catanzaro – in strettissimo contatto con il dr.Luigi de Magistris – ha assunto, in località riservata, le prime dichiarazioni della dr.ssa Caterina Merante.

Ma intanto Poseidone è saltata. Ed è stata affidata immediatamente al procuratore aggiunto Salvatore Murone. In realtà, scopre l’uomo dei telefoni, era dal luglio del 2005 che il fratello di Murone, Mario, dello studio di Carlo Taormina, si sentiva alternativamente con lui, con la moglie del procuratore capo Maria Grazia Muzzi, e con Nicolino Volpe, alla Pianimpianti, dove i vertici della ditta erano indagati.

Da luglio a dicembre.
E, il 31 marzo 2007, due giorni dopo la revoca a de Magistris di Poseidone, l’avvocato Mario Murone si sente con la Muzzi ben quattro volte. Ma l’avvocato, si sa, fa il suo mestiere. Chiede, s’informa. E non si sa cosa le chieda.
Anche se ora, a seguire Poseidone, e la Pianimpianti, Lombardi ha messo suo fratello Salvatore.
Lo stesso che, dirà de Magistris a Salerno, chiedeva sempre se ci fossero novità sull’inchiesta. E auspicava collegamenti con altri magistrati che avevano iniziato indagini più o meno vicine. Sperava ne parlasse con loro.
E in questo passaggio di consegne, da de Magistris a Murone, c’è anche, però, Gioacchino Genchi, che incappa in una spiacevolissima situazione.

Non poteva saperlo, Genchi, ma il suo destino in Calabria era già stato segnato cinque anni prima, accettando l’incarico del pm Gerardo Dominijanni per l’assassinio dell’avvocato Torquato Ciriaco. Il delitto per eccellenza in terra di ‘ndrangheta, sullo sfondo rapporti massonici e servizi deviati, che parevano portare su, fino a Roma.
Era stato infatti in quel contesto che le indagini si erano spostate sulla cosca dei cugini Iannazzo, i boss Vincenzino e Francesco, detto Cafarone.
Francesco Iannazzo, in particolare, era finito nei guai. Per via di una tentata estorsione ai danni di un imprenditore. Dominijanni aveva chiesto per lui quindici anni di galera. Ma l’ottima difesa di un legale, l’avvocato Francesco Gambardella, aveva avuto la meglio.
E così, l’uomo che veniva unanimamente considerato il capocosca, Francesco Iannazzo, era stato assolto, il primo di aprile del 2005, con la formula più ampia: “Perché il fatto non sussiste”.
Ecco. È acquisendo i tabulati di Vincenzo Iannazzo, cugino e boss egli stesso, che Genchi incespica nella grana, perché scova due telefonate curiose.
Una, dell’8 settembre 2004, alle 16.14, della durata di 42 secondi. L’altra, il 6 febbraio del 2005, alle 17.27, della durata 124 secondi. Partivano tutte e due dalla casa del mafioso. E finivano entrambe alla casa del presidente del collegio giudicante, il presidente del collegio che avrebbe assolto Cafarone due mesi più tardi: Salvatore Murone.
Chissà, forse Murone era stato minacciato. Anche se sarebbe strano visto che i tabulati raccontano di una grande amicizia tra Murone e l’avvocato di Cafarone, Francesco Gambardella.
Di certo, comunque, non si era astenuto.
Anzi, aveva scritto che per Cafarone “il fatto non sussiste”.
E di lì a qualche decina di giorni, forte dell’appoggio al Csm di Emilio Nicola Buccico e dei voti dei magistrati di destra e sinistra, Murone era stato promosso addirittura procuratore aggiunto di Catanzaro. Un voto in più del collega proposto da Luigi Berlinguer, Alfredo Garbati.
E, stanco di nuotare in una palude senza sogni, l’uomo dei telefoni immagina la sua Palermo.
Che, per un attimo, gli sembra Lugano.”

tratto dal libro: “IL CASO GENCHI, Storia di un uomo in balia dello Stato” di Edoardo Montolli – prefazione di Marco Travaglio – Aliberti editore.


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