25 febbraio 2011

Cento passi per la legalità

testo a cura di Carlo Giorgi, foto di Gianni Cipriano

DOMENICO MODAFFERI. Esiste uno stereotipo radicato: quello che con i rom non ci sia niente da fare, che ce l’abbiano nel sangue di non rispettare le regole, di vivere da parassiti nei confronti della società. Noi, attraverso la formazione al lavoro, abbiamo educato al rispetto delle regole della convivenza, smontando questo luogo comune. In una città come Reggio Calabria, coi problemi di disagio e disoccupazione che esistono, la nostra cooperativa offre lavoro regolare ai rom, nel campo ecologico e dello smaltimento dei rifiuti. Ricordo un episodio all’inizio della nostra attività: in un quartiere della città avevamo da poco incominciato a fare manutenzione del verde; una signora, passando, commenta visibilmente soddisfatta: «Finalmente il Comune ci manda qualcuno!». Avendole spiegato che si trattava di ragazzi rom, la signora si ferma e dice in dialetto: «Chisti sun zingari fora»; ovvero, questi non possono essere zingari di Reggio Calabria… Lo stereotipo del rom incapace di lavorare era messo in crisi. La sua sorpresa era il segno del percorso culturale che stavamo avviando.
Abbiamo sempre pensato che per creare le condizioni di integrazione non si dovesse fare un percorso di assistenzialismo, ma di rispetto delle regole del lavoro e della convivenza.
In questo senso, per educare al rispetto della legalità, è stato importante anche ottenere come sede della cooperativa un bene confiscato alla ‘ndrangheta. Lo stato, assegnandocelo, ha affermato il principio della legalità togliendo un bene al malavitoso e affidandolo a chi, vivendo nel disagio, ha sempre considerato il malavitoso un soggetto vincitore.

Lavorare in una struttura confiscata è stato educativo per tutta la comunità rom, perché ha fatto capire che non sempre la persona che ha il potere criminale nella città riesce a farla franca.

Quello che mette in crisi il percorso di educazione alla legalità attraverso il lavoro è, invece, la lontananza delle istituzioni. Ad esempio, la mancanza di appalti per la cooperativa. Questo fa vacillare la fiducia nelle regole che cerchiamo di costruire con la nostra attività. Cosa rispondo se un rom, padre di famiglia, mi dice: «Io ho scelto di lavorare e di sudare, anche rispetto a tanti altri rom che hanno voluto scegliere strade più comode… loro però adesso i 50 euro per dare il pane ai figli li hanno, io no».

Domenico Modafferi è il presidente della cooperativa sociale Rom 1995, nata con l’obiettivo di allontanare i rom da emarginazione e devianza attraverso percorsi di inserimento lavorativo nella gestione dei rifiuti solidi urbani. La cooperativa ha sede in un immobile confiscato alla ‘ ‘ndrangheta.

ROSARIA CAPACCHIONE. Una delle poche cose cui cerco di non sottrarmi è il rapporto coi ragazzi, nelle scuole. Andare nelle classi e spiegare le regole della stampa, raccontare come funziona il mestiere del giornalista, significa fare aumentare il loro senso critico e rafforzare la fiducia nell’informazione. Spesso i più giovani partono dal luogo comune generale che i giornalisti siano tutti venduti, che la stampa non serva. Sfatare questo mito è importante e lo si fa raccontando i limiti e le regole dell’informazione.

Insegnare, ad esempio, che non si può ragionare per categorie, nel bene e nel male: che non tutti gli abitanti di Casal di Principe sono “casalesi” nel senso mafioso, e che non tutti i magistrati sono buoni solo perché sono magistrati; che le notizie vanno verificate e non si può credere alla massa di informazioni indistinte della Rete, che bisogna rispettare le sentenze e la giurisdizione, e non si può accusare di mafia qualcuno senza che ci sia una sentenza chiara.
Questo rigore porta a capire che è necessario passare dalle categorie alle persone; e che anche le persone, se negative, non sono la regola o un destino ineluttabile. Spiegare che sbagliare è possibile ma che poi è fondamentale correggere, rettificare.
Anche un libro che racconta la camorra può diventare uno strumento efficace di educazione alla legalità; e lascia una traccia tanto più profonda quanto più si dimostra “resistente” al tempo; ovvero, quanto più i documenti su cui si basa sono verificati e vagliati; quanto più si evitano generalizzazioni sociologiche o considerazioni personali e si è precisi nella citazione delle fonti giudiziarie
. In questo senso anche un giornale come
Il Mattino, per cui lavoro, può svolgere un ruolo importante nell’educazione alla legalità. Stare in prima linea è una condizione che come giornalista non ti sei scelto, ma in cui ti sei ritrovato. È almeno da un quarto di secolo, da quando hanno ucciso Giancarlo Siani, che c’è una continuità di tutta la redazione su questo tema. Un lungo periodo costruito semplicemente facendo in modo serio il nostro lavoro. Su questi temi continua a essere così. E dico per fortuna.
Rosaria Capacchione, cronista di nera e di giudiziaria a Napoli e Caserta, vive sotto scorta perché più volte minacciata di morte. Nel 2008 ha pubblicato L’oro della camorra (Bur-Rizzoli), giunto alla quarta edizione.

GIULIO CAVALLI. Caponnetto diceva che la mafia teme, molto più di un ergastolo, il fatto di essere raccontata. E Paolo Borsellino diceva che la mafia è innanzitutto un problema culturale. In questo senso, anche in Lombardia, siamo indietro ere geologiche in fatto di consapevolezza del problema mafia. Direi che siamo ancora in una fase di alfabetizzazione. Lo scenario culturale è quello di un’indifferenza che assume talvolta i contorni del negazionismo. Per questo oggi dobbiamo parlare molto più di mafia che di antimafia.

Penso che il mio lavoro, come uomo di parola, sia di raccontare come funzioni la mafia.
E fare in modo che le leggi siano viste come un’opportunità e non come una costrizione; come un’opportunità per far valere i propri diritti.
Occorre raccontare quello che è stato, per riuscire a leggere quello che è ora.
La cosa meravigliosa del teatro, la grande forza che rende la parola una delle armi più importanti, è di stabilire un rapporto che non ha mediazioni. Faccio un teatro che non ha trucchi drammaturgici, non ha scenografie, è un monologo, molto spesso è il racconto di una storia. Cerco sempre di avere intorno poche luci e pochi oggetti. La narrazione deve essere più diretta possibile, deve riuscire a raccontare del potere del re nudo. Come facevano Aristofane, gli arlecchini e i cantastorie, i giullari che cinquecento anni fa venivano decapitati. Il fatto, oggi, di essere sotto scorta, a ben vedere è un passo di civiltà notevole.
Occorre raccontare la prepotenza spesso patetica del potere, quando cerca di governare con la violenza. Mostrare i mafiosi nella loro piccolezza umana.
Raccontare Totò Riina per quello che è, significa lasciare il dubbio che, nella nostra società, non sarebbe nemmeno un amministratore di condominio. Più distruggi la credibilità e lo spessore criminale e intellettuale della mafia, più lanci l’allarme politico. Il teatro, in questo, è un luogo molto politico. E credo che una battaglia come quella della legalità, del rispetto delle regole, in cui oggi più che mai ci viene chiesto di essere partigiani e quindi di dichiarare apertamente da che parte si sta, si possa combattere facendo assumere al teatro un ruolo di alfabetizzazione importantissimo.
Giulio Cavalli, attore e scrittore milanese, è tra l’altro autore di Do ut des, spettacolo teatrale sui riti mafiosi. Minacciato di morte, vive sotto scorta.

FRANCESCO FORGIONE. Due anni fa nel cuore dell’Aspromonte, a Platì, paese che ha fornito forse il maggior numero di narcotrafficanti alla ‘ndrangheta, viene posto un questionario ai ragazzi della seconda media. Tra le domande c’è: “Qual è la cosa che ti dà più fastidio nel tuo comune?”. L’85 per cento dei bambini risponde: la caserma dei carabinieri.

A Platì non c’è nulla, l’unico futuro che si prospetta per quei bambini è quello di una vita in rapporto con la ‘ndrangheta
. Lo stato viene visto solo come un’entità repressiva.
Invece dobbiamo fare in modo che le regole vengano percepite come opportunità. Ma non c’è opportunità, soprattutto al Sud, se non ci sono diritti esigibili: intendo il diritto al lavoro, a una pubblica amministrazione trasparente, alla salute. Per educare alla legalità bisogna far diventare questi diritti “esigibili”. Faccio un esempio: in Emilia-Romagna e Lombardia la sanità è efficiente. Se ti rompi un braccio a Bologna o a Lodi la prima domanda che ti fai è: dove devo andare? Se ti rompi un braccio a Reggio Calabria o a Casal di Principe la prima domanda è: a chi mi devo rivolgere?
Nella sostituzione tra il “dove” e il “chi”, c’è la sostituzione di un sistema universale di diritti esigibili, con un sistema di mediazione clientelare che è l’anticamera del modello mafioso.

Il generico rispetto delle regole tuttavia non mi piace, perché rischia di essere una parola vuota. Per affermare una nuova stagione bisogna partire dalle scuole, ma non solo: penso al ruolo che nelle aree di disgregazione sociale del Sud hanno le parrocchie e la Chiesa, alle associazioni della società civile che spesso sostituiscono uno stato assente. Un segno positivo è che cresce la domanda, nelle università e nelle scuole, di una formazione alla legalità, bussola di una nuova coscienza civica. Il problema però è che nelle aree degradate socialmente l’unica istituzione è la scuola pubblica, che oggi vive un momento di drammatica crisi di risorse. Abbiamo anche bisogno di condividere la repubblica, perché è un insieme di principi, valori e diritti che danno forma allo stato. E occorre far percepire quest’ultimo non come la controparte distante dai propri bisogni, ma il punto di garanzia per creare pari opportunità per l’accesso al proprio futuro.
Francesco Forgione, in passato deputato e presidente della Commissione parlamentare antimafia, è tra l’altro autore di ‘Ndrangheta. Boss, luoghi e affari della mafia più potente al mondo (Baldini Castoldi Dalai, 2008).

LUIGI ALBERTO CANNAVALE. Gli aspetti positivi del rispetto delle regole si imparano nei primi anni di vita. Da bambino ho avuto la fortuna di avere alle elementari un maestro, oggi ultranovantenne, che per noi era un riferimento unico.

L’educazione alle regole dipende da pochi fattori e, a mio avviso, si realizza soprattutto se proviene da una fonte autorevole che rispetta le regole lei per prima. Se un bambino ha un padre o una madre non autorevoli, non rispetterà quello che gli dicono. La stessa cosa vale per un organo di governo.

Quando funziona, l’apparato giudiziario è uno dei primi baluardi della legalità. Mi capita però spesso, in udienza, di immedesimarmi con il pubblico che viene a seguire il processo e mi viene lo sconforto pensando a come appare la macchina della giustizia; la prima cosa che si nota è l’enorme dilazione dei tempi, il rinvio dei processi, l’impedimento dell’avvocato, i documenti che mancano… A volte le regole stesse si trasformano in un escamotage per poter evitare la sanzione. Come Associazione nazionale magistrati abbiamo promosso le “Giornate della legalità” in cui andiamo nelle scuole,
ma io sono convinto che sia soprattutto in famiglia che si insegna il senso della legalità
. L’azione della magistratura di per sé difficilmente è un’azione educativa in senso stretto: infatti è un organo che non ha funzioni preventive ma repressive. Il magistrato interviene solo dopo che è stata violata la regola, magari più di una volta.

La cosa è diversa per un libro, che – come tutti i veicoli culturali – può avere una funzione preventiva. Faccio l’esempio di Gomorra di Saviano. Per me leggerlo è stato come rivedere gli atti di molti processi cui ho partecipato da magistrato. Il grande pregio di Saviano è che con quel libro si sono fatti conoscere a un vasto pubblico fatti criminali che altrimenti non sarebbero stati noti.
Qualcuno ha denigrato il suo lavoro, dicendo che si mostrava solo il lato negativo di una certa realtà. Ma è soltanto conoscendo il male che puoi educare a prevenirlo.

Luigi Alberto Cannavale, pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia di Napoli, ha appena pubblicato assieme all’ex poliziotto Giacomo Gensini I milionari (Mondadori, 2011), un romanzo che ricostruisce la storia vera del clan Di Lauro.

DON LUIGI CIOTTI. Educazione alla legalità: preferisco parlare innanzitutto di educazione alla responsabilità.
Per due motivi. Il primo è che la parola legalità oggi è profondamente ambigua. Ci sono troppe leggi che, invece di garantire il bene comune, tutelano i privilegi e gli interessi di singoli o di pochi. Mi chiedo cosa c’entri tutto questo con la legalità. La legalità è un mezzo, non un fine. Il fine deve essere, sempre, la giustizia, anzi la giustizia sociale: non può esserci legalità se prima non c’è uguaglianza, parità dei diritti e doveri.

La nostra Costituzione è in tal senso la base irrinunciabile per costruire una vera legalità.

Il secondo motivo è che l’educazione non può passare solo attraverso il rispetto di norme, per quanto giuste e condivisibili. Un giovane, e prima ancora un bambino, devono essere accompagnati a capire il senso del vivere assieme, e quindi il perché di regole che consentono una convivenza rispettosa dei diritti e della libertà di ciascuno. La relazione e la prossimità sono allora i fondamenti della giustizia: non possiamo davvero capire il linguaggio delle leggi se prima non abbiamo imparato quello dei rapporti umani. Si è liberi insieme, non a prescindere dagli altri.
Per questo credo sia importante puntare sulla responsabilità, far capire a un giovane che il modo più alto di realizzarsi è quello di impegnare la propria libertà per un fine più alto dell’io. Fargli capire che “responsabilità” significa vita libera dai calcoli e dalle paure; vita che costruisce la strada dei propri sogni.
E che i cambiamenti partono anche dalle piccole cose, dall’impegno quotidiano, dal rifiuto delle scorciatoie e delle semplificazioni, dalla coerenza e dalla fedeltà ai propri ideali.

Poi tutto ciò deve sfociare in cose concrete. I giovani che incontro nelle scuole, che vedo arrivare a migliaia nei campi estivi di formazione sui terreni confiscati alle mafie, che si spendono generosamente per dare una mano in contesti segnati dalla fragilità e dal bisogno, devono essere messi in condizione di concretizzare quelle aspirazioni. Non c’è nulla di più frustrante di uno slancio ideale condannato a restare tale per la mancanza di opportunità. La costruzione di risorse – materiali, sociali e culturali – è la prima delle questioni politiche, e bene ha fatto allora il presidente Napolitano a centrare il suo discorso di fine anno proprio sulla situazione giovanile: il lavoro, lo studio, la possibilità di guardare con fiducia al futuro sono i presupposti della democrazia, quindi anche di una legalità davvero a tutela della dignità di ciascuno di noi.
Luigi Ciotti, sacerdote e giornalista, è uno dei simboli della lotta alla mafia. Nel 1995 ha fondato Libera, organizzazione che coordina oltre 1500 associazioni e gruppi impegnati nella diffusione della cultura della legalità.

http://www.ilsole24ore.com/art/cultura/2011-02-17/cento-passi-legalita-132715.shtml?uuid=Aamtn38C#continue

http://www.giuliocavalli.net/

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