17 febbraio 2011

Il golpe di Berlusconi e quello di Marchionne


Stanno salvando l’Italia, ora mentre scri­viamo, e stanno preparando il dopoberlu­sconi. Dove? A Milano. Chi? i con­gressisti del nuovo partito di Fini, i “futuri­sti”. A loro l’Italia perbene, giornalisti e po­litici, si affida. Il capo, proprio a Milano, o almeno il portavoce, era quella Tiziana Ma­iolo che, dopo brillanti e varie carriere “di sinistra”, alla fine è approdata ai berlusco­niani; e da questi ai finiani, sempre rispetta­tissima e ri­verita. E’ quella che l’altro gior­no, di fron­te alla morte atroce di quattro zingarelli: “Più facile educare dei cani - ha commenta­to - che degli zingari bambini”.

12 febbraio 2011, di Redazione

Si chiamavano Raul, Fernando, Patrizia e Sebastian. Erano nella loro baracca, morti bruciati mentre si riparavano dal freddo. Quattro bare a via Appia Nuova. Quattro rom bambini. Attorno alle bare le famiglie. Soli da sempre. Campi zeppi di topi. Oggi come dieci anni fa a Casilino 700, nell’an­no del Giubileo, quan­do era vie­tato raccon­tare le stragi dei ragaz­zini nei ghetti, e quel­l’anno là ne mori­rono al­meno dieci. A Roma ci sono più case sfitte che in ogni altra città d’Europa: centomila alloggi, dieci milioni di metri cubi di case vuote, come mille stadi di serie A. Ma per i pove­ri, per i Rom non c’è posto. Ghetti, tendo­poli, miseria e spesso morte. Ma quale gior­nale, quale politico lo dice? Stiamo perse­guitando gli zingari esattamente come ieri perse­guitavamo gli ebrei. Ma la “politica”, a quanto sembra, è un’altra cosa. La “politica” si affida alle Maiolo e ai Renzi, alle soluzioni indolori. ai dopoberlu­sconi tranquilli, con tutto che resta com’è salvo (forse) Berlusconi. Chi parla più della Fiat? Chi pensa più agli operai? Eppure è stato appena deciso (anche qui, esattamente come sotto il fascismo) che di di­ritti non ne hanno più, neanche uno. Ma la “politica”, a quanto pare, è un’altra cosa. Il golpe è questo qua, ed è bilaterale. C’è il golpe di Berlusconi, vecchio imbecille vi­zioso, che minaccia e ricatta e mobilita i suoi puttani. Ma c’è anche quello di Mar­chionne e soci, che vogliono fare miliardi sulla pelle dei ragazzi.
Nessuno, sotto i trent’anni, sa più come sarà il suo avvenire.

* * *

Ma c’è un’altra politica, quella vera. La politica che ha appena mandato via Muba­rak, senza violenza. La politica che non è affatto isolata (che dite, ora, di Obama?) e che sa cogliere le occasioni.

“Qua bisogna puntare sui ragazzi di Ammazzateci Tutti” ha detto - secondo Wikileaks - l’uomo di Obama in Calabria. Chi se ne è accorto? Vorrà dire qualcosa, politicamente?
Sono momenti incredibili, in cui davve­ro è possibile il cambiamento. Purché sia cam­biamento vero – a cominciare dallo spazza­re via i mafiosi, che sono il cuore del Siste­ma – e purché si sia disposti a far sul serio e non solo balletti “politici”. Perché il mon­do è cambiato. I vecchi non se ne accorgo­no, ma i giovani sì. L’Egitto è un pae­se gio­vane. E ha vinto, alla faccia di tutti.

* * *

Sicilia: qua tutto è lento. Ma si muove. Catania: sono bastati pochi giornalisti e cit­tadini corag­giosi - ma al culmine di una ca­tena lunghis­sima, lunga trent’anni – per mettere in crisi la camera di compensazione del Sistema lo­cale, a Palazzo di giustizia.
Vorrà dire qual­cosa, politicamente? Informazione libera e movimenti, lavo­rando insieme, possono sperare di vincere, in questa città. E’ già quasi successo una vita, coi Siciliani. Perché non riprovare? Per l’informazione, in particolare, è arri­vato il momento della verità. Il caso Procu­ra di Catania ha fatto da cartina di tornaso­le: chi si è schierato e chi si è messo da par­te, chi ha detto la verità e chi l’ha nascosta. Chi se l’è presa coi funzionari infedeli e chi coi “dossieraggi” che li smascheravano. Adessso, bisogna scegliere. O da una parte o dall’altra. E’, finito, fra l’altro, l’equivoco di Sud­press, diviso fra l’onesta ingenuità dei gior­nalisti e le grevi ambizioni dei proprie­tari. Ora è il momento di riprendere la strada dei Siciliani, tutti insieme. A questo sta serven­do, da tre anni in qua, questo nostro giorna­le, con tutto ciò – e non è poco – che gli vive attorno. Non siamo, e non vorremmo essere, auto­sufficienti. Ma abbiamo una storia e delle idee chiarissime e decise, le uniche che nessuno qui potrà mai equivocare. E’ un pa­trimonio per tutti, per tutta la comunità che ci appartiene: cerchiamo di usarlo bene, con decisione e tutti insieme ed essendone sempre de­gni.

Riccardo Orioles



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