16 febbraio 2011

«L’Italia somiglia sempre più ad un’oligarchia. Messina? C’è un tappo da far saltare»


A colloquio con il costituzionalista Michele Ainis: dalla Costituzione sotto “assedio” alla necessità di cambiare legge elettorale. Fino ad un’analisi lucida e sintetica sui mali e le cure per la città dello Stretto

Viviamo una delle fasi più delicate della storia recente di questo Paese, proprio nell’anno del 150esimo dell’Unità d’Italia. Qualcuno la definisce il passaggio tra la Seconda e la Terza Repubblica, qualcun altro la fase in cui tutto viene rimesso in discussione. Compresa la Costituzione, la carta fondante di questa Nazione, che è finita nel mirino, anzi, sotto assedio. Da qui il titolo dell’ultimo libro di Michele Ainis, “L’assedio”, appunto. Ainis, costituzionalista, messinese trapiantato a Roma da oltre vent’anni, dove insegna all’Università “Roma Tre” dopo esser partito dallo Stretto come ricercatore. Ieri Ainis ha presentato il suo libro a Palazzo Zanca, quasi un dovere fermarsi a colloquiare con lui su alcuni dei temi più “caldi” del momento. Oltre lo Stretto, ma anche nella nostra città, anch’essa sotto “assedio”.

Prof. Ainis, perché la Costituzione oggi è sotto assedio?

«Perché la disputa politica non è più sul merito, sull’agenda delle priorità. C’è una rissa sulle regole, ciascuno inventa le proprie. Ed è un discorso che include anche la regola più importante, la Costituzione, appunto. Basta guardare anche quanto succede nelle ultime ore. Adesso ci si chiede: può Napolitano sciogliere le Camere senza l’assenso di Berlusconi? Ecco, c’è una crisi complessiva di legalità, e questo nega sia la libertà che l’uguaglianza. Nega ciò che è scritto in tutti i tribunali, che la legge è uguale per tutti. Se casca per terra la legge, ne rimane solo una: quella del più forte».

Lei ha scritto un libro, “La cura”, sulla possibile ricetta per i mali del Paese. Ma è curabile un Paese in cui le più alte cariche dello Stato litigano o quantomeno si mostrano “insofferenti” l’una con l’altra?

«Quando una persona è malata chiama il dottore, non si cura da sola. La cura in questo caso può arrivare solo dai cittadini. Ci sono segnali positivi in questo senso, non ultima la manifestazione che ha portato in piazza un milione di donne. Qualche volta gli italiani si ricordano che la Costituzione è vincolante, penso al 2006 quando fu rifiutata la maxiriforma. Di recente Repubblica ha fatto una sorta di sondaggio su quale fosse la parola simbolo dei 150 anni dell’Unità d’Italia è la più votata è stata proprio Costituzione. Una democrazia si regge proprio su questo, sul sentimento democratico del cittadino, altrimenti le regole, la Costituzione, rischiano di finire sotto i tacchi. E’ successo nel ’22, sappiamo come andò a finire. Ma bisogna lottare, sempre. I diritti non sono una casa in eredità, senza contare che anche una casa, se ogni tanto non la rimetti a nuovo, rischia poi di crollare».

La cura deve arrivare dai cittadini. Ma proprio per questo motivo, quanto diventa importante cambiare la legge elettorale?

«I dibattiti sulle leggi elettorali eccitano le fantasie dei costituzionalisti. Alla gente, invece, interessa solo esprimere il proprio voto con consapevolezza ed efficacia. Personalmente sono per il maggioritario a doppio turno, una sorta di sistema francese. Ma al di là delle opinioni personali, la cosa più semplice sarebbe scrivere una legge di due righe: si abroga la legge attuale, si ritorna alla Mattarellum. Non è la migliore, ma è già pronta. E’ un discorso pragmatico, utile a raggiungere l’obiettivo minimo».

E’ una provocazione dire che questo sistema elettorale ha reso l’Italia più simile ad un’oligarchia che ad una democrazia?

«Non è mica una provocazione, per certi versi è così. E non vale solo per il Palazzo, come diceva Pasolini. Vale per tutta la società. Ce lo dicono una serie di indici. C’è pochissima mobilità sociale, se tuo papà è operaio, sette volte su dieci anche tu farai l’operaio. C’è una forte diseguaglianza e gli oligarchi governano non solo la poltiica, ma l’economia, le professioni, direi anche l’università. Non vengono riconosciuti i talenti e i meriti. Ma la disperazione di aver toccato il fondo può far ripartire».

A proposito di Costituzione. Messina ha un sindaco che conserva una posizione dichiaratamente incostituzionale, ossia il doppio incarico sindaco¬-deputato, grazie ad una “leggina” votata da lui e dai suoi colleghi all’Ars. La politica tutela sé stessa. Che idea si fa il cittadino di fronte a tutto questo?

«Conosco poco il caso di Buzzanca, ma in genere il problema delle doppie poltrone è italiano, non solo messinese. Torno in questa città di tanto in tanto e non è che la trovi migliorata più di tanto. Questa volta sono stato fortunato, son tornato in coincidenza con la Notte della Cultura. Una bella iniziativa, molto partecipata, che sta a dimostrare che i messinesi non sempre sonnecchiano, se gli dai un’occasione».

Quale può essere la cura per una Messina che si trascina uno dei mali maggiori del Paese, quello del “demerito”?

«La ricetta per Messina potrebbe essere applicare una regola, che costituirebbe una bella rivoluzione: vietare di posare il proprio sedere su più di una poltrona e più di due volte consecutive. C’è bisogno di un ricambio di classi dirigenti, all’Università, alla Provincia, al Comune, nelle segreterie dei partiti.
C’è un tappo da far saltare e a Messina questo tappo ha il sughero un po’ più spesso.
Questa è sempre stata una città di poteri occulti divisi all’esterno ma in realtà legati da scambi e accordi sotterranei. Questo dato caratterizza Messina e vale per tutte le posizioni di rilievo, collegate da corridoi invisibili.
Ogni tanto viene fuori un’inchiesta, ogni tanto una commissione Antimafia parla di Verminaio, ogni tanto però scopri che gli stessi giudici frequentano quei corridoi. Questo è il tappo da far saltare. Ma senza fare ciò che ho fatto io. Senza andar via da questa città».
fonte: tempostretto.it
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