9 febbraio 2011

Mazara e le stragi del 93

(di Rino Giacalone)

La Calcestruzzi dei padrini e il cemento che unisce gli affari di Cosa Nostra.L’attentato compiuto dalla mafia a Roma il 14 maggio del 1993 contro il giornalista Maurizio Costanzo, che miracolosamente sfuggì allo scoppio di un’autobomba, venne messo a punto a Mazara del Vallo, all’interno dell’impianto di calcestruzzi di proprietà della famiglia Agate, di Mariano, potente padrino della mafia siciliana e suo fratello Giovan Battista. Lo ha detto in un verbale il pentito di Castelvetrano Francesco Geraci, un verbale che, assieme ad altri firmati da altri pentiti e insieme a rapporti investigativi, ha fatto il suo ingresso nel procedimento che si sta svolgendo dinanzi al Tribunale delle Misure di Prevenzione di Trapani. Il pubblico ministero Andrea Tarondo ha prodotto gli atti che in sostanza serviranno alla discussione già fissata per il 12 aprile, si va delineando la linea che la Procura intende sostenere e cioè quella della confisca dell’azienda (valore 5 milioni di euro) che per decenni è stata il «trono» sul quale è stato seduto, anche stando in carcere, a scontare ergastoli, il capo mafia Mariano Agate, l’uomo più vicino a Totò Riina, il personaggio che poteva ritrovarsi oggi a comandare Cosa nostra in Sicilia se fosse rimasto libero, e invece dal 1992 è in carcere, e che nel vertice mafioso viene considerato superiore al latitante Matteo Messina Denaro.
La Calcestruzzi Mazara era un luogo sicuro per la mafia per tenere summit, decidere strategie e omicidi, già questo dimostra la sua «pericolosità» sociale, presso la Calcestruzzi Mazara, e questa è un’altra verità che emerge dai verbali, segnatamente da uno di quelli sottoscritto dall’ex capo del mandamento di Mazara, Vincenzo Sinacori, furono commentate le fasi del fallito agguato, il 14 settembre del 1992, all’allora dirigente del commissariato Rino Germanà, che scampò ad un commando del quale facevano parte i boss più agguerriti, Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, i nomi ricorrenti nelle odierne indagini sull’oscura trattativa tra Stato e mafia. Un pezzo di questa trattativa è passata anche per Mazara e all’interno dell’impresa dei fratelli Agate, Mariano e Giovan Battista.
Diversi sono i pentiti che «svelano» il ruolo della Calcestruzzi Mazara, oltre a Geraci e Sinacori, anche Pietro Bono di Campobello e Pietro Scavuzzo di Calatafimi, le loro dichiarazioni riscontrano ciò che era emerso dalle indagini, quando e come mafia e impresa possono costituire un binomio indissolubile, fusi uno dentro l’altro.
Il nome di «don» Mariano Agate lo si incrocia in indagini vecchie e nuove, quelle che riguardano la cupola siciliana, l’avanzata dei corleonesi, la distruzione della vecchia mafia, l’attacco allo Stato e gli inciuci con le istituzioni, i collegamenti con la massoneria e la politica, le strategie stragiste. In alcune occasioni vi fu anche presente l’allora latitante Totò Riina, all’interno dell’impianto, ritenuto perciò una fortezza inespugnabile della mafia, ritenuto luogo sicuro, dove nessuno mai, nemmeno tra gli operai presenti, avrebbe potuto spiefferare nulla. Riina che grazie a Mariano Agate aveva fatto di Mazara la sua nuova «Corleone».

È il pentito Sinacori a raccontare come il carico di tritolo destinato agli attentati a Roma, Milano e Firenze del 1993 fu preparato dentro la Calcestruzzi Mazara e da lì partì il camion con destinazione Roma. Prima delle stragi, quando Riina ancora non era stato catturato (cosa che avvenne il 15 gennaio del 1993), dentro l’impresa si tenne un summit, la conferma arrivò alle orecchie degli investigatori della Polizia, della Squadra Mobile di Trapani, anni dopo dalla voce di uno che vi partecipò, che non sapeva di essere «indagato» e «intercettato», l’allora capo dell’ufficio tecnico del Comune di Mazara, l’arch. Pino Sucameli: «Qui (disse parlando con un altro uomo d’onore, mentre in auto si avvicinavano all’impianto della Calcestruzzi Mazara ndr)… alla Calcestruzzi… c’era tutta mezza Sicilia…c’era Totò Riina». Adesso c’è lo Stato.C’è un altro risvolto che non è una novità. Ed è quello che riguarda le mani della mafia sulla gestione del ciclo del cemento. E’ di pochio giorni addietro l’attentato incendiario contro una impresa di Calcestruzzi la “Selinunte srl” a Castelvetrano. E’ di proprietà dei nipoti dell’imprenditore (condannato per mafia) Rosario Cascio. Come dire gli affari, del cemento, la mafia li tiene a suo modo sempre in vista.
Un po’ di storia. La Calcestruzzi Mazara è stata l’ennesima impresa di produzione di conglomerato cementizio che è finita sequestrata nel trapanese nel corso degli ultimi anni. In provincia di Trapani l’80 per cento delle imprese che producono cemento sono oggi sequestrate o confiscate, questo significa che 10 anni addietro, quando ci si batteva perchè la Calcestruzzi Ericina a Trapani, unica impresa allora confiscata, venisse tutelata nel mercato degli appalti pubblici, perchè era stata accerchiata da una concorrenza spudorata, la maggiorparte dei concorrenti dell’impresa sottratta ai mafiosi erano controllate da mafiosi. Il prefetto dell’epoca Fulvio Sodano dunque aveva visto bene a non vederci bene erano coloro i quali lo attaccavano dicendo che quel suo atteggiamento di tutela di un’azienda confiscata “turbava” il mercato. Uno di questi era l’allora sottosegretario all’Interno Antonio D’Alì che non vedeva di buon occhio l’azione del prefetto che in un verbale ha detto di essersi sentito dare del “favoreggiatore” da parte dell’uomo di governo, Sodano “favoreggiatore” di una azienda gestita dallo Stato che lui rappresentava, oggi il senatore D’Alì è indagato, oggetto di una indagine per concorso esterno in associazione mafiosa. Sodano dal 1 gennaio inchiodato su una sedia dotata di respiratore, non potendo più muoversi e parlare, è in pensione, l’ex sottosegretario al Senato, rieletto nel Pdl, guida la commissione Ambiente.


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