13 marzo 2011

Il Nord, il Sud, e questo nostro mestiere


Sembra che i tunisini, gli egiziani, i libici, gli arabi insomma, siano gente come noi. Noi eravamo convinti che fossero chissà che tipi strani e fanatici, e quindi li bombardavamo e spremevamo senza troppi rimorsi. E’ chiaro adesso che sono gente comune, come noi: moderatamente religiosi, tendenti a un modesto benessere, scontenti del governo, inclini alla democrazia.

7 marzo 2011, di Redazione

Ma l’informazione è ancora “Quarto Potere” o è diventata ormai semplicemente un potere? Cosa c’entrano gli editori? Ce ne sono ancora? E come si fa, senza editori?
L’informazione ufficiale per anni e anni ce l’ha negato. Non solo distorcendo o nascondendo (vedi Wikileaks) le vere e proprie notizie; ma soprattutto barando sul piano culturale, costruendo a poco a poco un’immagine di quei popoli assolutamente non veritiera. E questo in molti altri casi. L’informazione “borghese” (per usare un termine caro a Giuseppe Fava), che una volta era il Quarto potere, adesso è semplicemente un potere come gli altri, che lascia la sua missione originaria per fare un “lavoro politico” (o finanziario) programmato.
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Di ciò, Berlusconi è solo il modello estremo; non è che tutti gli altri siano molto indietro. Poche settimane fa è bastato un intervento di De Benedetti per invertire Repubblica sulla cruciale questione della Fiat. In sostanza, il giudice onesto può contare su Repubblica; ma l’operaio onesto, nello stesso momento, non può. Vi sembra strano? No, non lo è, anzi è “normale”. Garibaldi libera i contadini fra gli applausi di Scalfari (ci si passi l’anacronismo) e contemporaneamente Bixio li fucila: liberì sì, ma senza esagerare. La storia dell’Italia in fondo è questa, e hanno egualmente ragione tanto i “liberal” che inneggiano a Garibaldi quanto i neoborbonici che maledicono Bixio.
Ma un altro tipo d’Italia ci fu pure, tanto quaggiù in Sicilia quanto su a Torino: quello dei contadini ribelli e degli operai scioperanti, dei Fasci Siciliani e della Fiom. Entrambi schioppettati egualmente dai Savoia, al nord e al sud. E poi dai fascisti, i mafiosi, i piduisti, da tutti i potenti padroni (sempre alleati fra loro) dei due paesi. A Reggio Emilia e a Portella, il sangue dei poveri bagnò la terra italiana allo stesso modo; da Piazza Fontana a Capaci, il Sistema non ha mai avuto in realtà nè un nord nè un sud. Se li inventano i suoi politici e i suoi giornali, quelli borboni e quelli liberali, per imbrogliare i poveri e tenerli divisi.
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Pensa nel mondo, agisci al tuo paese: questo discorso sull’informazione ci porta giù giù e poi ancora più giù per l’Italia, fino addirittura a Catania. Dove c’è un caso da studio (che i nostri lettori, a differenza di altri, conoscono bene).
Il caso, in essenza, è questo: concorrono a un posto di giudice due funzionari; discussi entrambi, com’è normale; ma in più con dei fattori specifici che ne rendono sconsigliabile, o perlomeno rischiosa, l’assunzione. Uno, per sottrarsi a un caso scomodo, s’era autoaccusato di “stancabilità, non brillante memoria e reazioni emozionali spropositate”. L’altro era andato a cena con dei mafiosi, negando poi (fino a smentita fotografica) il fatto.
Trattandosi di Procura antimafia, e non della pretura di Sant’Ilario, prudenza consiglierebbe di ringraziare e respingere, con pari cortesia, l’uno e l’altro; e di cercare altrove un terzo candidato, magari non un Solone ma che almeno non si sia dichiarato inabile e sia stato più attento nella scelta dei commensali. I catanesi, la società catanese, pendono per questa ovvia soluzione; deciderà il Csm, o attenendosi al precedente di Messina e Reggio Calabria di tre anni fa (dove alla fine si scelsero candidati esterni, Pignatone e Lo Forte, entrambi prestigiosi) o a quello palermitano dell’88 dove burocraticamente si scelse l’anziano Meli anziché l’“irregolare” Falcone. Deciderà il Csm. Noi come giornalisti dobbiamo solo segnalare i fatti (compresi le sfumature e il contesto) nella loro interezza, senza insultare nessuno (segno di scarso mestiere, di debolezza), senza cercare scoop (molte delle cose “scoopate” ora le avevamo già scritte tre, cinque, a volte vent’anni prima) e soprattutto senza risponderne assolutamente ad altri che ai lettori. Non abbiamo padroni né occulti né regolari, come sanno tutti, e siamo forse gli unici in quella città a non averne. Quest’ultima affermazione non riguarda l’etica ma proprio la struttura tecnica del nostro mestiere, almeno come si sta configurando oggigiorno.
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Dei miei primi rapporti con Giuseppe Fava un episodio mi ha sempre colpito, che via via che passa il tempo mi sembra sempre più degno di riflessione. E’ quando, appena arrivati, ci chiese (o meglio ci ordinò) di imparare a usare le tastiere, i rudimentali “computer” di quei tempi. “Ma perché? Ma non è compito dei tecnici? Non basta scrivere i pezzi a macchina, li dobbiamo anche montare? Ma se neanche il sindacato dai giornalisti dice che lo dobbiamo fare!”. E lui, sorridendo: “Lo so che ci sono già i tecnici, pagati dall’editore. Ma casomai un giorno voleste farvi un giornale da soli, un giornale vostro...”. E andò proprio così. Né i Siciliani, né I Siciliani Nuovi, né Avvenimenti, né SicilianiGiovani, né Casablanca, né lo stesso Ucuntu né tutte le cose che ci son state in mezzo (e che, auspicabilmente, ci saranno domani) avrebbero potuto esistere senza un minimo di autosufficienza tecnologica; nessuno di essi ha mai avuto un imprenditore “regolare” (a Catania di onesti e liberi non ce n’erano, e al di là delle chiacchiere non ce ne sono tuttora). I Siciliani erano una cooperativa. Avvenimenti una società ad azionariato popolare. Idem i Siciliani Nuovi. Casablanca, unica, ha avuto un “editore” che era poi una valorosa e disinteressata militante nostra, Graziella Proto; i Cordai, il Clandestino e la Periferica sono di libere associazioni come lo stesso Ucuntu, che sta soprattutto in internet e non ha costi di stampa. Il giornalismo antimafia, che pure ha sconfitto i Cavalieri e tuttora tien duro, tecnicamente è un’impresa senza padroni, in mano ai suoi giornalisti e ai suoi simpatizzanti e lettori. Pochissimo o nullo aiuto dalle centrali civili (e miopi) di Roma. Ma indipendenza totale, mestiere, e ogni tanto anche risultati incisivi.
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Il costo però è altissimo sul piano umano. A volte s’è rinunciato a uno “scoop” (per dirla alla moda) perché non c’erano i pochi soldi per stargli dietro. Spessissimo si esita a accogliere un ragazzo nuovo, sapendo i sacrifici durissimi che qui dove vuol mettersi lo attenderanno. Sopravviviamo nelle maniere più impensate, e mai con questo lavoro. Tranne che “andando al nord”, dove ci si aprono subito belle carriere – ma non qui in prima linea, qui nel deserto. Tutto questo sta bene, e non ne parliamo per sentimentalismo ma solo per chiarire i termini tecnici della questione. Niente (e non per nostra scelta) editori; esercito di volontari; alta qualità giornalistica per restare credibili nonostante questo; larghe conoscenze tecnologiche per approfittare di ogni possibile occasione; unire tutte le forze disponibili, “fare rete”.
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Nessuno si può illudere di salvarsi da solo trovando un suo deus ex machina, un suo “editore”. Le poche volte che c’è, è per far danno: Catania, in questi mesi, dovrebbe avere insegnato anche questo. Ucuntu e Lavori in Corso puntano tutto sulle tecnologie e sulla rete. Non c’è nessun altro in Sicilia che cerchi così insistentemente di coordinarsi con gli altri, di organizzarsi, di lavorare insieme. Nessuno così avanzato nelle tecnologie (in alcune due anni prima di Repubblica) eppure così consapevole della propria insufficienza. La nostra missione non è di dare una nobile testimonianza da una nicchia, ma di costruire insieme agli altri qualcosa che superi fra il grande pubblico l’informazione del Sistema. Ecco perché insistiamo tanto nei contatti operativi fra gruppi grandi e piccoli, senza trascurarne nessuno. Ed ecco perché, per esempio, in questi giorni organizziamo un convegno “tecnico” non su contenuti etici ma su Linux e dintorni. Un umile strumento di lavoro, certamente. Ma senza strumenti adatti non si riesce a comunicare un bel niente e le migliori intenzioni restano chiuse dentro. Il tempo gioca per noi. Le “nuove tecnologie” non sono più l’internet, su cui già ci muoviamo. Sono i giornali elettronici, gli e-magazine, gli e-book, l’info elettronica di seconda generazione. E’ il nostro terreno, per capacità e competenza; ha costi alti per un piccolo gruppo come il nostro ma non per tanti gruppi messi insieme; ha un personale già attivo, operante e - per quanto diviso - ben sperimentato. La strada è questa, e fra due o tre anni al massimo si incontrerà (ora sì) col mercato.
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Il “quadro politico”, come si dice, non è bello. Le opposizioni hanno salvato Berlusconi, puntando su Fini e Barbareschi invece, come sarebbe stato logico, che sugli operai della Fiat. Tanti anni fa il Manifesto scriveva “Praga è sola”. Oggi è sola la Libia. Non solo per le complicità del governo ma per lo strano torpore dei giovani italiani. Massacrano folle intere a pochi chilometri da noi, un Pol Pot qui davanti: e non reagisce nessuno, non dico nei palazzi ma nelle piazze e nelle università. La prossima scadenza politica, l’unica vera, è lo sciopero generale indetto dalla Cgil. Arriviamoci pronti, senza creare disordini ma sapendo che è l’ultima occasione. La tappa dopo potrebbe essere già la disobbedienza civile.

Riccardo Orioles
www.ucuntu.org

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