29 marzo 2011

Licata, dove il pizzo è ancora quello dell`acqua





















di Raffaella Cosentino

Nella Sicilia profonda, l`estorsione non è sparita, si è semplicemnte evoluta. E` il pizzo con la fattura in edilizia e agricoltura. La morsa mafiosa sul territorio passa per il controllo illegale delle risorse idriche necessarie alle serre. Il vicepresidente dell`associazione Di Cara denuncia: “Per le vittime è diventato centrale ottenere i soldi”

LICATA (Ag) – “L`Antiracket qui non ha funzionato. Il pizzo si è molto sofisticato, non è più il sistema rozzo di prima e l`illegalità ha confini così dilatati che servono attività investigative lunghe e complesse`. E` il bilancio negativo tracciato dall`ingegnere Roberto Di Cara, vicepresidente dell`Antiracket a Licata, dopo cinque anni di attività dell`associazione, che si è costituita in città nel 2006 per far fronte soprattutto al problema dell`usura. Il presidente è padre Tonino Licata, che è tornato nella città d`origine dopo essere stato a Capo D`Orlando (Me). Lì, nei primi anni Novanta, nacque nella sua parrocchia l`Acio, l` Associazione commercianti imprenditori orlandini, presieduta da Tano Grasso, l`incipit dell`Antiracket italiano.

Così è nata l`idea di ripetere l`esperienza anche in provincia di Agrigento, sulla scia di quanto faceva l`allora sindaco Rosario Crocetta nella vicina Gela. Anche a Licata, attentati, intimidazioni e auto bruciate bersagliavano i commercianti.
“Da noi le indagini raramente sono andate in porto, tranne qualche caso – denuncia Di Cara - e non c`è stata grande adesione, la città non ha risposto perché è più facile rivolgersi all`usuraio che alla banca o allo stato. Non siamo riusciti a incidere su questo livello culturale`.

L`antiracket non ha attecchito, l`usura è ancora molto diffusa, in paese le difficoltà economiche sono pesantissime e le attività commerciali non reggono con la crisi. “La questione è un sistema economico che funzioni legalmente – dice Di Cara - il terreno d`azione deve essere il supporto dello Stato per non spingere gli imprenditori a rivolgersi a un usuraio`. L`attuale normativa antiracket distorce le cose, secondo il vicepresidente dell`associazione a Licata.
“Il fatto che venga data indennità a chi denuncia il pizzo ha fatto sì che la cosa centrale diventasse ottenere questi soldi – afferma - per cui non si riusciva più a distinguere se le denunce venivano fatte per opporsi al racket o per ottenere il fondo di ristoro da parte della commissione nazionale antiracket.

Tu assistevi l`imprenditore agricolo che ha subito usura per fargli ottenere l`indennità prevista dalla normativa invece di aiutare a diffondere una cultura antimafia. Denunciando si ottenevano due cose: non pagare più l`usuraio e avere il contributo da parte dello Stato, ma non è così che diffondiamo la cultura della legalità`.

Un altro problema è costituito dall`evoluzione del pizzo nel controllo del territorio. In gergo mafioso si chiede la messa a posto`, ma l`estorsione è inutile in un sistema di economia depressa in cui non girano soldi, come quella di alcune aree della Sicilia.
“Non si chiede il pizzo se un`attività non guadagna – spiega Di Cara - il mafioso deve essere riconosciuto nel territorio, la mafia non è clandestina. Negli ultimi periodi si è notato che il problema non è tanto chiedere i soldi, è diventato troppo pericoloso`.

La “messa a posto` c`è ancora nell`attività edilizia, ma non passa più per la richiesta monetaria. Si obbliga la ditta ad acquistare forniture, servizi di guardiani e subappalti dalle imprese mafiose. E` il pizzo con la fattura. Il prezzo è quello di mercato ma l`imprenditore non ha scelta sulla qualità del servizio, è obbligato a rivolgersi ai mafiosi.

Licata vive di agricoltura intensiva, con le serre che producono tre raccolti all`anno. Anche qui la nuova mafia stravince grazie alle regole della grande distribuzione organizzata. Non ci sono più i mercati ortofrutticoli dove si faceva la contrattazione. L`agricoltore porta il prodotto nel magazzino, lo lascia senza sapere quanto sarà pagato. Il prezzo si fa quando la frutta e la verdura arrivano a Fondi e a Milano, il guadagno va tutto in mano al mediatore, che di solito è il proprietario del magazzino.

“Il confine tra legalità e illegalità scema sempre, questi magazzini detengono il monopolio – spiega il vicepresidente dell`antiracket cittadino -. Si innesta lì tutto il circuito finanziario, perché per impiantare un`azienda agricola hai bisogno di molti soldi e se le banche non te li prestano, quello del magazzino presta i soldi per le attrezzature, per comprare le piantine. Il sistema controlla l`attività economica ed è difficile chiamarlo ‘illegale`, lo diventa quando ci sono le imposizioni`.

Dagli anni Ottanta, l`agricoltura licatese si fa in serra, ma serve acqua tutto l`anno, oltre al fatto che per impiantare una serra servono i teli di plastica, le piantine, i diserbanti e i concimi, costosi perché c`è un sistema di multinazionali a gestirli. “A Licata non c`è un sistema idrico che rifornisce l`agricoltura – continua Di Cara – l`acqua si è trovata in gran parte illegalmente rompendo le condotte pubbliche. Acqua ce n`è poca e quando non piove, il sistema di controllo del territorio controlla l`approvvigionamento illegale dell`acqua. L`agricoltore nemmeno paga l`acqua, ma i rubinetti sono in mano ai mafiosi, spesso gli stessi che controllano il magazzino al quale poi l`imprenditore agricolo è obbligato a conferire i suoi prodotti se vuole lavorare`.

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