10 aprile 2011

A che punto è la mafia?


di Roberto Puglisi 10/04/2011

Palermo aspetta la violenza con voluttà. Si adegua al compromesso quotidiano, se può. Dissemina la propria tribale brutalità in piccoli riti domestici di sopraffazione. Col morto, si rianima. Il rossore del sangue le colora il viso. Palermo, se annusa il cadavere si sente viva, come se l’orrore fosse la sua profonda ragione sociale. E’ la scoperta di un’identità nascosta che spazza via la civiltà, mentre rincorre un senso buio delle cose e delle persone. Che fatica quel travestimento dell’antimafia nella comunità mafiosa – a parte qualche benemerito – che dolore la discrepanza tra l’intimità e il codice.
La mafia discrimina i destini.
Ci sono quelli che la amano con la tenebra e quelli – i siciliani circonfusi di luce e coraggio - che la detestano, per impatto viscerale. Entrambi i fronti si attribuiscono lo scettro dei giusti. Ogni esercito costruisce la propria cultura rispetto all’imprinting. Ci sono i Ciancimino e ci sono i Borsellino. La Sicilia è il campo di battaglia. Poi ci sono coloro che fanno finta, perché parteggiano per l’una o per l’altra fazione, a seconda del risultato - in modo sommesso nel primo caso, con esplosiva esultanza nel secondo - e stanno alla finestra.

Infine ci sono i quaquaraquà, né carne, né pesce. Piangono per Mario Francese, vanno alle fiaccolate, ma sotto sotto pensano che un giornalista libero, se lo ammazzano, è uno che se l’è andata a cercare.
A che punto è la mafia? E’ una domanda che riguarda la nostra coscienza, il nostro rapporto di uomini col mondo. Cosa nostra non è un dato originario antropologico. E’ un fatto storico che si è cristallizzato, diventando gene estirpabile, seppure saldamente ancorato ai fondali dell’essere qui e ora. Il nostro orgoglio è sempre un po’ mafioso. Il nostro privato, gli sguardi, le relazioni che intessiamo e le nostre rivolte: tutto, perfino la nobiltà, ha spesso un retrogusto di cosca.
A che punto è la mafia? A che punto siamo? L’abbiamo chiesto in giro. Eravamo rimasti sotto i balconi della questura ad applaudire l’arresto dei capi storici. Ora c’è un solo capo. E ci sono nuovi morti. Palermo si prepara a una nuova guerra, dopo anni di quiete. La palpa. La desidera.


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